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BHIWANDI: IL CUORE DELL'INDUSTRIA TESSILE INDIANA

creato da Mauro Alfarano — ultima modifica 23/12/2015 08:45

Benvenuti a Bhiwandi, un quartiere industriale della periferia di Mumbai, dove avviene la produzione di un terzo di tutto il tessuto destinato a vestire il subcontinente indiano. Non allarmatevi, qui non troverete multinazionali occidentali e nemmeno brand di livello medio. Qui non ci sono le grandi catene di distribuzione a produrre e quindi all'Occidente e al mondo intero non interessa quello che avviene qui a Bhiwandi.

 

Bhiwandi è storicamente conosciuto come il cuore dell'industria tessile indiana. Negli anni '50, con l'introduzione dei telai a macchina, ebbe termine la produzione artigianale. Nel quartiere industriale si trovano oggi più di un milione di macchine intelaiatrici su di un estensione di dieci chilometri di raggio, tra le National Highways 3 ed 8 di Mumbai.

 

Bhiwandi è anche un luogo dove gli operai sopportano turni di lavoro tra le dieci e le diciotto ore giornaliere per sei giorni la settimana. Non esiste alcuna regolamentazione in materia di sicurezza sul lavoro, manca di acqua potabile, manca di servizi igienici e di abitazioni per i lavoratori.  Tutti gli operai che lavorano qui a Bhiwandi provengono dagli stati federali dell'Uttar Pradesh e del Bihar, i più poveri del subcontinente indiano.

Chiunque può iniziare un'attività produttiva con macchine telaio a Bhiwandi, non è richiesta alcuna registrazione ma è sufficiente pagare il dovuto alla piccola mafia che controlla il quartiere. E proprio per questo motivo non si conoscono quante macchine telaio siano presenti e soprattutto quanti lavoratori siano impiegati nella produzione. In realtà Bhiwandi è un satellite estraneo ad ogni tipo di legge: i proprietari delle macchine telaio riescono ad evadere le leggi sugli impianti industriali (Factories Act) non comunicando il numero degli operai impiegati in produzione ed espandendo il proprio businness sotto diversi nomi.

 

I salari sono ridicoli anche per il subcontinente indiano. Un salario mensile oscilla intorno alle 5000 rupie mensili (poco più di 71 euro), ma per gli operai che lavorano qui è comunque meglio di quello che guadagnavano nei rispettivi villaggi di Bihar e Uttar Pradesh. Sunil Chavan, il presidente del settore tessile del Red Flag (il sindacato più importante) afferma che secondo la legge un lavoratore del settore tessile dovrebbe lavorare otto ore al giorno, maneggiare un massimo di quattro macchine telaio e dovrebbe percepire un salario mensile di 10.000 rupie (143 euro). Ma siccome gli operai di Bhiwandi sono costretti a lavorare su un numero variabile di macchine telaio che oscilla tra le otto e le dodici, il salario che sarebbe loro dovuto dovrebbe essere di 20.000 rupie mensili (286 euro).

All'interno del sito industriale il rumore è assordante e le comunicazioni impossibili. Ma forse è meglio così perchè per un operaio di Bhiwandi un attimo di distrazione potrebbe significare la perdita di un arto. Le macchine telaio si muovono a velocità elevate, senza alcune protezioni di sicurezza, e piazzate a pochi centimetri l'una dall'altra. Un operaio che è costretto a lavorare su dodici macchine telaio deve continuamente muoversi da una macchina all'altra per non fermare la produzione. Non esistono cifre ufficiali, ma secondo Sunil Chavan, a Bhiwandi vi è un morto al giorno tra i lavoratori, senza contare gli infortuni gravi e le amputazioni.

 

Alcun piano urbanistico è mai stato progettato qui a Bhiwandi, sicchè si sono creati slums tutto intorno al distretto industriale. Le baracche e le capanne degli opearai sono costruite con vecchi pezzi di lamiera, bamboo e teli di plastica. Dai sei ai dieci uomini condividono queste baracche di non più di quindici metri quadri, riuscendo in questo modo a suddividersi le 4000 rupie mensili per l'affitto (57 euro) e le 400 rupie mensili per l'elettricità (poco meno di sei euro). La convivenza diventa possibile alternandosi sui turni di lavoro ed usando la baracca solo per dormire. La mensa ha un costo di 2000 rupie al mese (29 euro) per un pasto giornaliero composto da chapati (pane non lievitato), riso, un vegetale cucinato e lenticchie.

 

Non vi sono donne all'interno e nei dintorni del sito industriale: con gli uomini a lavorare su turni ad ogni ora della notte, per le donne non vi sarebbe alcuna sicurezza.

Tubercolosi è una malattia comune tra gli operai di Bhiwandi a causa delle inadeguate condizioni lavorative e della continua inalazione di piccole particelle di cotone. A questo vanno aggiunte le precarie condizioni abitative ed igieniche ed i bassi livelli di nutrizione.

 

Secondo il sindacato Red Flag su 10.000 rupie di guadagno per il proprietario della macchina telaio, ve ne sono soltanto 300 per l'operaio. Il tessuto prodotto esce dal sito industriale ad un costo che si aggira tra le 10 e le 12 rupie al metro (dai 14 ai 17 centesimi di euro) per poi essere venduto al dettaglio per circa 150 rupie per metro (poco più di 2 euro).

Ma è anche vero che interi villaggi di Bihar e Uttar Pradesh vivono delle rimesse mandate dai lavoratori di questo sito industriale.

 

E questa è Bhiwandi, come detto, il cuore pulsante dell'industria tessile "Made in India". Qualora decidessimo di sposare una campagna di boicottaggio verso un marchio che produce in Asia, per via dei bassi salari e standard di sicurezza, dovremmo pensare che la realtà del continente asiatico è caratterizzata da situazioni di produzione industriale di questo tipo. Sarebbe curioso, e allo stesso tempo atroce, verificare quante Bhiwandi esistano in giro per l'Asia.

Se ci paiono iniqui gli standard di qualità sul lavoro delle varie multinazionali dislocate in Asia, saranno comunque sempre maggiori di quelli di Bhiwandi. La differenza risiede nel fatto che di Bhiwandi nessuno parla, perchè da un lato ci va bene così, e dall'altro non vi è alcun profitto nel denunciare il buco nero del capitalismo.



Dalla regione himalayana del Kumaon

Mauro Alfarano

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