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INDIA E IL FALSO MITO DEL VEGETARIANESIMO

creato da Mauro Alfarano — ultima modifica 08/01/2016 09:03

Il Primo Ministro Indiano, Narendra Modi, è un rigoroso vegetariano. Ed anche per questo, viene visto come un orgoglioso leader hindù che osserva il digiuno durante alcuni periodi dell'anno, come prevede la religione induista.

 

Persino durante la recente visita di Barack Obama in India il leader indiano si è preoccupato affinché fosse servito un elaborato pasto vegetariano.

 

La rigorosa dieta vegetariana del carismatico leader Modi ha l'obiettivo di ristabilire una forte identità induista in un'epoca di forte globalizzazione culturale. Così come, qualche anno addietro, Mahatma Gandhi, nella sua battaglia contro i colonizzatori britannici, fece leva sulla dottrina della non-violenza (ahimsa) e sul vegetarianesimo per spingere alla creazione di un vasto movimento rivoluzionario.

 

Per chiarire un punto fondamentale, vegetarianesimo per la filosofia indiana significa l'eliminazione dalla dieta di carne, pesce e uova. Niente a che vedere quindi con le correnti modaiole vegan, ed infatti il latte, e tutti i suoi derivati, hanno un posto di primordine nella dieta indiana.

 

La società indiana sta riflettendo sul fatto se sia lecito che una democrazia laica e secolare come l'India possa imporre una dieta vegetariana, quando ben oltre il 70% della popolazione mangia carne.  Intanto, negli stati amministrati dal BJP (il partito del primo ministro Modi) sono state eliminate le uova da tutte le mense scolastiche (la carne non c'è mai stata nella dieta delle suddette mense).

 

Il vegetarianesimo del governo indiano si rende promotore di un forte nazionalismo hindù, che di fatto discrimina le minoranze del paese e, soprattutto, mussulmani, cristiani, sikh, e, all'interno della religione induista, i dalit (fuoricasta) e le caste basse. Infatti il vegetarianesimo in India è sinonimo di purezza e quindi capo saldo delle caste alte.*

 

Lo storico Anirudh Deshpande, dell'Università di Delhi, ha

recentemente scritto un articolo intitolato "Veggie Myths" e pubblicato da EPW (Economic & Political Weekly), un magazine indiano a carattere scientifico. La tesi dello storico è che il vegetarianesimo rinforza l'auto immagine della purezza hindù e allo stesso tempo rafforza lo stereotipo di "yoga&veg" così ben visto all'estero e, soprattutto, in occidente. In realtà se da un lato questo è necessario al patriottismo hindù, dall'altro si trasforma in una mistificazione della realtà della società indiana.

 

La popolazione nomade degli Ariani del primo periodo vedico (1500 a.C.), dai quali la religione hindù trae origine, erano assidui mangiatori di carne.

 

Nell'attuale governo indiano, la medicina ayurveda (tradizionale medicinale indiana) ha ora, e per la prima volta, un suo ministero che, secondo le intenzioni, dovrebbe, tra le altre cose, spingere per promuovere una dieta vegetariana nel paese. Ma lo storico Deshpande prende in analisi i due testi fondamentali della medicina ayurveda, ovvero "Charaka Samhita" e "Sushruta Samhita", i quali non denunciano in alcun modo i mangiatori di carne e anzi, ne prescrivono il consumo per alleviare varie malattie. Sempre lo storico nel suo articolo afferma che oggi la medicina ayurveda sposa la dieta vegetariana soltanto per rafforzare un'immagine positiva della cultura vedica nel mondo.

 

Nei due testi fondamentali sopra citati troviamo che la carne di animali malati, avvelenati, in via di putrefazione, vecchi o emaciati o, troppo giovani, è dannosa. Mentre in tutti gli altri casi la carne è commestibile.

 

Gli antichi testi dell'Ayurveda sono stati i prodotti di una società agraria, mangiatrice di carne, e sviluppatasi in prossimità di enormi foreste. Gli antichi indiani hanno sperimentato l'uso di vari tipi di carne presente in abbondanza nelle incontaminate foreste del periodo, e persino evidenze archeologiche lo evidenziano. I testi Ayurveda, inoltre, definiscono le qualità di diversi tipi di intossicanti ed il loro uso a scopo terapeutico.

 

Sempre, Deshpande, sostiene che questi aspetti della medicina ayurvedica si sono persi a causa dei persistenti sforzi del regime inglese nel contrapporre la religione induista all'Islam (i moghul, di religione mussulmana, hanno governato il subcontinente indiano per quasi 600 anni prima degli inglesi).

 

Questa politica del vegetarianesimo forzato, ha visto il rafforzarsi di organizzazioni politico religiose, in primis il "Sangh Parivar" (La Famiglia dei Sangh), che rappresenta varie sigle del movimento nazionalista hindù, per il quale i mangiatori di carne sono antitetici rispetto alla cultura induista.

 

L'articolo dello storico Deshpande conclude con una riflessione ed un interrogativo. In un futuro prossimo l'attuale classe politica dirigente potrebbe decidere cosa un cittadino indiano possa mangiare o meno. E questo vìola i principi fondamentali della Costituzione Indiana. Costituzione che, invece, negli intenti, dovrebbe gettare le basi per un paese moderno, laico e secolare.

 

In una nazione che rappresenta sotto molti aspetti un universo a sé, e che, col suo quasi miliardo e mezzo di persone in continua evoluzione, persino ciò che si mangia si trasforma in un atto pubblico. E soprattutto l'ostentazione di ciò che si mangia è in grado, qui e non altrove, di creare movimenti ideologici forti, capaci persino, come nel caso del movimento di indipendenza, di scrivere pagine di storia.

 

Dal subcontinente indiano

Mauro Alfarano

 

 

 

* Inizialmente le caste erano quattro, nel seguente ordine decrescente: brahmani (sacerdoti), kshatriya (il re, i nobili e i guerrieri), 'vaiśya' (agricoltori e mercanti) e shudra (servi); ma con l’emergere di nuove attività e gruppi sociali il sistema subì un’evoluzione e si sviluppò una serie di sottocaste o jati.  A questi vanno aggiunti i 'dalit', ovvero i fuoricasta.

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