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VIAGGIO IN CAMBOGIA - PRIMA PARTE

creato da Mauro Alfarano — ultima modifica 27/11/2012 17:33

Lettera di lunedì 31 maggio 2010

In Cambogia sono stato un mese tra aprile e maggio 2010. Viaggiando da Bangkok col bus, ho raggiunto la cittadina di Trat da dove ho preso un altro bus per raggiungere il confine Thai-Cambogia. Poi, sbrigate le pratiche burocratiche (visti, timbri, controlli) mi sono incamminato in
terra cambogiana. E subito ho notato la differente atmosfera. E' assurdo come una linea di confine possa demarcare differenze così evidenti. Questa non è la prima volta che varco confini di stato overland, ma ogni volta è una prova per i sensi: in pochi metri odori, suoni, volti diversi. Ed eccomi in Cambogia, nel Regno della Cambogia come dice il cartello al confine di fronte a me.


   La Cambogia è un piccolo stato del sud-asiatico che confina con Thailandia, Laos e Vietnam. La lingua ufficiale è il Khmer, e khmer è appunto l'etnia principale del paese con piccole minoranze vietnamite e cinesi, mentre la religione maggioritaria è il buddismo theravada. Fu protettorato francese inserito nell'Indocina francese dal quale ottenne la totale indipendenza nel 1953, anche se già nel 1933 il paese tornò ad essere una monarchia costituazionale indipendente basata su un sistema democratico multipartito.


   E qui iniziano i problemi. Il '900 cambogiano è infatti un "horror tour" e non è che la situazione, se pur diversa, sia molto migliorata col nuovo millennio.

   Dapprima con la guerra del Vietnam (1960-75), che ha visto coinvolta anche la parte settentrionale della Cambogia, e nella quale la stupidità e la ferocia cieca delle ideologie (soprattutto di parte americana, ad onor del vero) si sono sbizzarrite col Napalm e con le torture più disparate. Poi il colpo di stato di Lon Nol del 1970 in cui, con l'appoggio americano, si impose dittatore nel paese destituendo di fatto il re Norodom Sihanouk (che secondo gli americani era amico dei Viet Cong). La dittatura militare durò per cinque lunghi anni fino al 1975. E proprio nel 1975 inizia una delle pagine più cupe e atroci dell'umanità con l'entrata in scena del "Partito Comunista della Cambogia" che poi cambiò nome in "Partito della Kampuchea democratica" e che fu animato dal movimento comunista dei "Khmer Rouge" di Pol Pot.

 

   Ma chi è Pol Pot? Saloth Sar (è questo il vero nome del carnefice) nasce nel 1928 da una famiglia benestante con frequentazioni della famiglia reale. Da ragazzo si distingue per i suoi studi religiosi sul buddismo, nel 1949 vince una borsa di studio alla Sorbona di Parigi, dove entra ben presto a far parte degli ideali marxisti di Jean Paul Sartre, che fu suo mentore ed ispiratore, unendosi così ben presto al "Partito Comunista francese". Nel 1953 fu però costretto ad abbandonare la Francia a causa dei voti disastrosi facendo ritorno nella madrepatria. Qui, come detto, è tra i fondatori del "Partito Comunista della Cambogia" e del movimento dei Khmer Rouge e contribuisce in
maniera determinante a porre fine alla dittatura militare di Lon Nol, appoggiata dagli americani. E' così che nel 1975 il re Sihanouk torna a Phnom Penh (la capitale cambogiana) affiancato dai Khmer Rouge. Ma solamente un anno dopo il partito comunista cambogiano decide di prendere il potere arrestando il re e trasformando così il paese in una repubblica comunista con Pol Pot primo ministro.

 

   E qui ha inizio il programma di "Generazione Zero" con la deportazione forzata dei cittadini cambogiani dalle città verso le campagne dove venivano costretti in fattorie comuni. Disseminò inoltre il paese di mine antiuomo, quelle che Pol Pot amava chiamare i "soldati perfetti". Venne eliminata la proprietà privata, l'educazione scolastica, i libri ed ogni tipo di libertà: tutti i cambogiani dovevano vestirsi con una divisa di colore nero allacciata fino al collo costretti a lavorare dall'alba sino al tramonto nelle "fattorie comuni" in un clima da lavori forzati (molte persone morirono difatti a causa dell'eccessiva mole di lavoro). Intanto nelle città svuotate la gente moriva di fame, di epidemie o a causa delle esecuzioni di massa. Un esempio emblematico può aiutare a spiegare l'atrocità di quella dittatura comunista: vennero uccise sotto tortura tutte le persone che portavano gli occhiali insieme ad ogni figura intellettuale o artistica del paese.

 

   La stima dei morti oggi supera i due milioni di persone (un cambogiano su quattro) e tutto questo in soli quattro anni (dal 1976 al 1979 compresi). Le torture poi erano le più disparate: scariche di elettroshock, dita mozzate, unghie strappate, costretti a mangiare i propri escrementi. Le persone poi venivano uccise per la maggior parte a zappate e bastonate per risparmiare sul conto delle munizioni. A morire ammazzati non erano solo uomini ma anche donne, anziani e bambini (persino neonati di pochi mesi). Un luogo assai emblematico della capitale cambogiana è l'Ufficio di Sicurezza S21 oggi chiamato "Tuol Sleng Genocide Museum". In quella che era una scuola superiore collocata proprio nel centro di Phnom Penh, e che Pol Pot fece trasformare in prigione (o lager) dove vennero deportati tutti gli oppositori del regime (bastava, come detto, indossare un paio di occhiali da vista per essere definito oppositore). E qui i cambogiani venivano sottoposti a torture che potevano durare fino a tre mesi per gli oppositori comuni, e fino a sei mesi per gli oppositori politici, prima di morire. Sono state rinvenute le fosse comuni piene di centinaia di migliaia di teschi e di resti umani.

 

   Oggi questo luogo è diventato museo del genocidio, ed è rimasto tale e quale a trenta anni fa. E vi assicuro che una visita ad un luogo come questo può cambiarvi la vita. L'atmosfera che regna in quel luogo di terrore organizzato è ancora cruda, la morte ancora è presente in quel luogo, e lo sarà forse per sempre. Le mura di quel lager parlano, comunicano atrocità. Quel luogo è un urlo di disperazione, è una verità per troppo tempo celata.

 

   Visitando quei luoghi non una parola mi è uscita, forse una lacrima e sicuramente una preghiera implorata. Una richiesta di perdono per ciò che i miei simili sono in grado di fare. Anche oggi che mi trovo a scrivere queste parole sono in preda alla commozione, alla vergogna.


Ma non crediate che l'horror tour finisca qui.

continua...

Mauro Alfarano

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