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[GIOVANI ATIPICI] FABIO GAMBERINI

creato da Gioia Salvioli ultima modifica 13/03/2013 11:13
Modenese d’adozione, da sempre grande appassionato di fumetti, videogiochi e romanzi e oggi traduttore di… fumetti, videogiochi e romanzi

Racconta che già da bambino sapeva che il suo mondo sarebbe sempre stato pieno di libri, letture e parole nuove da scoprire tutti i giorni. Riferisce di aneddoti inquietanti se veri, simpatici se inventati, ma è indubbia la sua passione per tutto ciò che è fantastico, fiabesco, magico e surreale. Insomma, una giovane vita sempre in mezzo a montagne di fumetti, libri ammucchiati in ogni angolo, videogiochi e film.

E poi il sogno diventa realtà: quei libri, quei fumetti e quei videogiochi, ora li traduce lui.
In pochi anni di attività può già vantare al suo attivo diversi romanzi tradotti per Fanucci, Miraviglia, Multiplayer Edizioni e Panini. Ora collabora con Panini Comics, per cui cura la traduzione delle testate da edicola degli X-Men, degli Avengers e numerosi altri volumi.


Ecco Fabio Gamberini: classe ’79, nasce e cresce (molto, sopra il metro e novanta!) a Bologna. Dagli anni del liceo inizia a mettere il naso fuori dai confini patri: vacanze studio in Inghilterra, dove nascerà un grande amore e capirà cosa fare della sua vita, poi il Perù, ospite del classico zio d’America, e last but not least la Spagna, dove si compirà la formazione dell’allora inquieto giovane italiano. Infine, da qualche anno a questa parte, Modena.

Innanzitutto, cosa ci fai a Modena? E non dire che è per amore! Sii sincero e spiega quali ‘vere’ passioni trattengono nella sonnacchiosa provincia emiliana un bolognese doc.
In realtà Modena è meno sonnacchiosa di quanto un bolognese possa pensare.
Non mancano le attività e le iniziative culturali, ad ampio spettro e durante tutto l’anno. Forse ciò è dovuto anche a un maggiore coinvolgimento sul territorio da parte dei cittadini, ma la quantità di iniziative modenesi è sempre riuscita a sorprendermi, sia in termini di quantità che di qualità.
A questo, si aggiunge una forte vivibilità degli spazi cittadini, molto più a misura d’uomo. Per fare un esempio, tornare nel traffico di Bologna una volta che ci si è abituati a quello di Modena può essere un’esperienza traumatica.
È una città a cui non manca nulla e dove tutto è a portata di mano.
Se poi la nostalgia dei colli bolognesi si fa sentire, li si può sempre raggiungere in mezz’ora di macchina.

Panini Comics, quindi fumetti e supereroi. Una passione del genere nasce inevitabilmente nell’infanzia. Che effetto ti fa, ora, lavorare dentro a questo mondo magico e colorato in cui ti perdevi da bambino? È sempre così affascinante? Come ti senti a collaborare al fianco di coloro che hai sempre considerato i mostri sacri del fumetto?
Sì, è proprio così. Ho iniziato a leggere fumetti Marvel intorno ai dodici anni e presto ho iniziato a sognare che ‘da grande’ avrei voluto lavorare in quel mondo.
Oggi, vedere il mio nome sugli stessi fumetti (anzi, di più, le stesse collane da edicola!) che leggevo da ragazzino è un’emozione molto forte, un misto di orgoglio e senso di responsabilità. Questo perché ricordo bene quanto siano state importanti per la mia adolescenza quelle letture, e il fatto di metterci mano in prima persona è un compito sempre importante.
Oltre al fatto che molti dei volumi che traduco hanno molto più spessore di quanto si attribuisca solitamente al fumetto (da molti, purtroppo, ancora considerato in modo generico un “giornaletto per bambini”) e tradurre certi autori è una soddisfazione uguale se non superiore a quella del tradurre narrativa in senso più tradizionale.
Collaborare poi con nomi come Luca Scatasta, Giorgio Lavagna o Max Brighel è una cosa a cui devo ancora abituarmi, nonostante lavori con loro già da alcuni anni... figuriamoci quando usciamo a bere qualcosa insieme. E poi, ogni volta che vado in redazione provo un po’ di soggezione, e penso “Ma sta succedendo davvero a me?”

Facciamo un passo indietro e sveliamo un piccolo mistero: Fabio, nonostante le apparenze, nasconde un carattere timido e riservato. Allora, ti chiedo: è per superare questa tua asocialità che ti sei laureato in lingue? O solo perché la facoltà era a maggioranza femminile?
Ovviamente per la maggioranza femminile: anziché consultare il piano di studi, ho controllato le percentuali di iscrizioni.
In realtà tutto è nato quando mi sono reso conto quanto fosse bello poter comunicare alla pari con una persona che parlava una lingua diversa dalla mia. Se a questo unisci una passione per i fumetti e per la letteratura coltivata fin dall’infanzia, il passo verso la traduzione è breve. Il rendere un’altra lingua e, per estensione, anche un’altra cultura è un procedimento che non stanca mai, fonte di continua soddisfazione e sfida.

Ok, torniamo seri per un attimo. Raccontaci come sei arrivato a fare questo mestiere: che studi hai fatto, quali figure, se ci sono state, hanno rappresentato per te un punto di riferimento, chi ti ha spronato e sostenuto di più nell’intraprendere certe strade, nel fare certe scelte.
Il percorso di studi è stato piuttosto tradizionale: laurea in lingue straniere, master in traduzione e poi una paziente crescita professionale. La persona che più mi è stata vicina, mi ha spronato (e sostenuto con ogni mezzo) è stato mio padre, il quale mi ha prima ha incoraggiato a lasciare la sicurezza del posto fisso (ma poco stimolante) per imboccare il tortuoso e incerto cammino della libera professione, poi mi ha concretamente affiancato nelle mie prime traduzioni.
Il suo sostegno, in questo caso, è stato quanto mai fondamentale.
Oggi, poi, un sostegno costante arriva da mia moglie che sopporta i miei orari bislacchi, la necessità di dover lavorare spesso nel fine settimana per tenere il passo con le consegne e il fatto che in casa si parli così spesso di supereroi da farsi venire il sospetto che nell’armadio non ci sia un costume di Wolverine.

Una cosa che ti invidio molto è che ogni volta che qualcuno ti chiede che lavoro fai, rimane così stupito dalla tua risposta che gli si stampa immediatamente il sorriso in volto e con gli occhi sognanti inizia a chiederti mille cose. Ci racconti alcune delle reazioni più curiose e delle domande più strane che ti hanno rivolto?
Solitamente le domande sono due: “Ma traduci anche i GASP!, BANG! e SLURP!?” e “Ah, quindi traduci Topolino e Dylan Dog?” Purtroppo le innumerevoli sfaccettature del mondo dei fumetti non sono conosciute come meriterebbero e si pensa che esistano due o tre fumetti in tutto.

Una volta però ho conosciuto un 'mio' lettore che, quando ha scoperto chi fossi, mi ha sommerso di domande e ha voluto sapere mille retroscena sulla genesi di un albo.

Un'altra volta ancora, invece, ho conosciuto un ragazzo che ignorava completamente l'esistenza dei traduttori e non si era mai posto il problema di come un libro (o un fumetto, o addirittura un film) straniero potesse passare all'italiano... ricordo ancora la sua faccia sbigottita: "Il traduttore? Ma pensa, non sapevo che esistesse questo mestiere qui!".

Una cosa però è ammirare questo mondo dall’esterno, da appassionato, e un conto è scontrarsi tutti i giorno contro il cattivo di turno... no, scusa, volevo dire contro le difficoltà che anche il più bel lavoro del mondo inevitabilmente comporta. Quali sono per te i problemi maggiori da affrontare? Sia da un punto di vista strettamente lavorativo, sia organizzativo e anche di gestione del tuo essere ‘impresa di te stesso’.
È fondamentale sapersi organizzare. Molti, quando scoprono che lavoro da casa, commentano dicendo che loro non ci riuscirebbero mai, che passerebbero le giornate sul divano, dentro il frigorifero o in giro, per poi ritrovarsi con l’acqua alla gola. E il rischio c'è!
La prima cosa che ho fatto quando ho iniziato a fare questo mestiere è stato suddividere i lavori assegnati per i giorni a disposizione per la consegna. Prima di accettarne altri, mi assicuravo sempre di avere tempo a sufficienza, cercando di calcolare anche possibili imprevisti.
Il lavorare da casa, comunque, è qualcosa che ha i suoi pro e i suoi contro, come ogni cosa, ma una volta preso il ritmo - almeno a mio parere - i pro superano di gran lunga i contro, fosse anche solo per il fatto di potersi gestire liberamente il tempo e le giornate.

Quindi, niente di facile o scontato: tanto impegno, fatica e determinazione. D’altronde i sogni vanno inseguiti. Perché il tuo è un sogno che si è realizzato, vero?
Sì, proprio così. Il giorno in cui è uscita la mia prima traduzione (per un piccolo editore dell’Umbria) ho chiamato tutti i miei amici, sono corso in fumetteria e con il cuore a mille ho aperto l'albo che, bello in grande, riportava: “Traduzione: STEFANO Gamberini”... il mio ego ne ha risentito a lungo!
Fortunatamente, è stato un caso unico, seguito da tante altre soddisfazioni.
Resta il fatto che la determinazione è sempre stata tanta e non ho mai perso di vista il mio obiettivo. Ho conosciuto persone che avrebbero voluto tradurre fin da subito per grandi editori come Adelphi o Mondadori, senza accettare la necessità di un percorso di crescita personale e professionale. Nessuna di loro oggi si occupa di traduzioni.

Prima ci hai detto che hai frequentato un master specifico dopo la laurea. Che cosa ti ha insegnato, in cosa ti è stato più utile, che cosa hai trovato fuori luogo e soprattutto: lo rifaresti o consiglieresti qualcosa di analogo a chi vuole intraprendere il tuo stesso lavoro?
È stato un master utile perché mi ha insegnato a orientarmi nel mondo dell’editoria (e non parlo solo di quella fumettistica), mi ha dato la possibilità di lavorare come stagista presso Fanucci Editore, con i quali ho proseguito la collaborazione per alcuni anni e mi ha indicato la via per imboccare mercati sconosciuti ai più, come quello della traduzione di videogiochi.
Se dovessi trovare dei difetti, forse direi un approccio alla traduzione eccessivamente accademico. Ci capitava infatti di passare intere giornate a decidere come tradurre una parola all’interno di un testo, soffermandoci a discutere di sfumature minime. Utilissimo, per carità, ma all’atto pratico, quando si devono tradurre trecento pagine di romanzo in un paio di mesi, è più importante saper essere veloci e riuscire a fare la scelta stilistica migliore senza perdere intere giornate sulla sfumatura di una parola. Ma, anche questo, si impara con l’esperienza.

E infine: ti senti più un giovane atipico o un talento modenese (d’adozione)?
Senza dubbio un modenese d’adozione. Sul talento, non sta a me dirlo!

Interviene a questo punto, al termine della bella intervista firmata Gioia Salvioli, la redazione di Stradanove a proporre a Fabio domande un po’ più facete e meno belle stilisticamente. Portate pazienza, ma siamo curiosi (ndr).

Il libro che avresti voluto tradurre?

Posso rispondere con un centinaio di titoli? Scherzi a parte, “Il ventre del lago” di Robert McCammon o “Cronache marziane” di Ray Bradbury.

Il libro più difficile da tradurre?
“Monoceros”, di Suzette Mayr, perché scritto in slang canadese in una sorta di flusso di coscienza. Ma sicuramente è stato anche il più bello.

Ti sei mai confrontato con l'autore di uno dei romanzi che hai tradotto?
Non ne ho mai avuto la necessità, ma so che è normale che un traduttore, se in difficoltà, si rivolga all’autore per sciogliere un punto particolarmente problematico.

L'errore più grande che deve evitare il traduttore?
Sacrificare una buona leggibilità nella lingua d’arrivo in virtù di una (presunta) fedeltà al testo originale.

La traduzione più scorretta che hai trovato.
“Break a leg” reso con “rompiti una gamba”, anziché “buona fortuna”.

Se in una pagina di fumetto c'è un unico balloon con la scritta "AAAARRRRRGGGHHHHH", vieni pagato ugualmente per quella pagina?

Per fortuna sì! Ma la stessa cifra mi viene pagata se in una pagina è concentrato un canto della Divina Commedia scritto in piccolo piccolo!

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