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ALBERTO BRACCI TESTASECCA

creato da Luca Fiorini — ultima modifica 21/08/2012 11:47
Intervista all’autore del romanzo (dal titolo emblematico) ‘Volevo essere Moccia’
ALBERTO BRACCI TESTASECCA

Alberto Bracci Testasecca,

Volevo essere Moccia: a sospirarlo, con più di una punta di rabbia, non è l'autore del libro, Alberto Bracci Testasecca, ma uno dei suoi personaggi, Luciano Košak, scrittore a sua volta e di non sfolgorante fama.

Chi non moccica, quindi, rosica?
   Beh, per rosicare bisogna avere uno spirito rosicone, cosa che indubbiamente non manca al personaggio Luciano! Ma è una caratteristica molto umana, che va presa con indulgenza: è sempre piuttosto frustrante scoprire che troppo spesso e troppo volentieri la qualità scarsa ha più successo della buona qualità. È uno dei grossi difetti del mondo consumista: il successo di un prodotto, artistico o meno, è determinato per 90% dal marketing e dalla promozione, per il 10% dal suo valore intrinseco.

 

Marilù, figura-pilota del libro, si risveglia a quasi quarant'anni in seguito ad un coma durato dodici che, sommato ai precedenti dieci anni di tossicodipendenza, ha messo in standby la sua vita di ventiseienne degli anni '90: il suo rianimarsi è in certo modo, paradossalmente, mortificante?
   Non lo è affatto: quando esce dal coma, Marilù è felice come una pasqua. È vero che si è giocata una fetta di vita, ma è anche vero che la sua esistenza di prima era un inferno a causa della droga. Quando si risveglia è come se rinascesse, è piena di energia, ha una voglia matta di vivere. Quando poi viene a sapere cosa è successo in Italia e nel mondo mentre lei era in coma (1995-2007), anche gli ultimi rimasugli di rimpianto si sciolgono come neve al sole…

 

Roberto, marito “occasionale” di Marilù, dà l’impressione di essere un coglione irresoluto che, sul finale, ridestatosi, mostra le palle: qual è il suo corroborante?
   Non direi che è un coglione irresoluto, a meno che non si definisca tale ogni ipersensibile con tendenza a estraniarsi dalla società. Direi, più semplicemente, che è un tossicomane, un drogato di computer, uno che, in un altro ambito, ha motivazioni e problemi analoghi a quelli della drogata Marilù. Anche lui, come lei, appena riesce a uscire dalla tossicomania riscopre una dirompente gioia di vivere.

 

Quella di Moccia si rivela una buccia: i suoi personaggi, a una prima occhiata affettati e poco ambivalenti, ben corrispondono, in realtà, a molta parte delle nuove generazioni di adolescenti uniformati. Scivolare sull'ovvio è dunque più facile che in passato?
   Esatto: i personaggi di Moccia corrispondono a una numerosa e folta tribù di giovanissimi, il che è sconfortante ma ne spiega in parte il successo di pubblico. Più che “scivolare” sull’ovvio, mi pare che Moccia abbia cavalcato l’ovvio su un tappeto rosso, facendone uno stile. La trovata è geniale, in un mondo sempre meno propenso a pensare e sempre più disposto a “farsi pensare”.

 

Esasperando: cosa sveglierà dal coma gli innamorati dei lucchetti di Ponte Milvio?
   Per carità, lasciamoli dormire!

 

Anche la Tv è oggi un chiavistello per i più giovani?
   Hai detto bene, un chiavistello, nel senso che inscatola la mente in un bombardamento di ovvietà capziose e sigilla il tutto con un chiavistello. Ma non solo nei più giovani, anche nei bambini, negli adulti e nei vecchi. È anch’essa uno strumento per non pensare, o per farsi pensare da qualcun altro, come sa bene la nostra classe dirigente.

 

Fra “Six feet under” e “Tre metri sopra il cielo”, cosa può esserci nel mezzo?
   La risposta è già nella domanda: sottoterra c’è la morte, sopra il cielo, la fantasia. Nel mezzo c’è la superficie, la terra, il terreno con le sue buche e i suoi bozzi, il territorio con il suo degrado urbano e i suoi tramonti mozzafiato, l’essere umano con le sue elevazioni e le sue aberrazioni. C’è la vita vera.

 

Scusa, ma ti chiamo alligatore: i bocconi del Moccia-pensiero che più “fanno gola”.
   Non lo so, non sono un esperto di Federico Moccia, l’ho fatto entrare nella mia storia solo come prototipo di successo di cassetta, in sé è un genere che non mi interessa. La storia che interessava a me era quella di Marilù e Roberto, di come due persone completamente fuori dal mondo siano, alla fine, le uniche ad avere idee chiare e sentimenti puliti.

 

Per professione ti occupi anche della traduzione di romanzi: come parafrasare il titolo “Scusa ma ti voglio sposare”, dal moccese allo smocciato?
   “Ti voglio sposare”.

 

“Hollywood è finita, purtroppo non si apprezzano più i veri geni” è una battuta di Friz, personaggio di Woody Allen nel film Prendi i soldi e scappa da cui dichiari di aver tratto ispirazione per i buffi occhiali della foto in copertina. Anche la Sunset Boulevard della letteratura italiana contemporanea è considerabile, nel suo complesso, un viale al tramonto?
   Secondo me sì. Non mi viene in mente nessun nome di scrittore italiano contemporaneo da poter mettere sullo stesso livello, diciamo, di Italo Calvino, Dino Buzzati o Elsa Morante. O magari esistono nell’ombra e non riescono a farsi notare da una major.

 

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