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BERNARDO ATXAGA

creato da Marilia Piccone — ultima modifica 23/08/2012 12:12
Intervista all'autore del "Libro di mio fratello", romanzo pervaso dalla nostalgia per un mondo che scompare
BERNARDO ATXAGA

Bernardo Atxaga

Il Festival della Letteratura di Mantova si è svolto all’insegna del linguaggio quest’anno - lingue delle minoranze, lingue che corrono il pericolo di scomparire, lingue perseguitate in certi periodi storici. Una serie quotidiana di eventi era dedicata ad un ‘vocabolario europeo’, in cui ogni scrittore ‘regalava’ una parola della sua lingua.
   In questo contesto il romanzo di Bernardo Atxaga (pseudonimo di Joseba Irazu, scrittore nato nel 1951 a Asteasu, Guipuzcoa) acquista un valore particolare- basta pensare al dettaglio delle parole della lingua basca che il protagonista seppellisce per gioco insieme alle sue bambine. Abbiamo parlato con lui del suo romanzo e dei Paesi Baschi.

Iniziamo da un personaggio ‘non umano’ che ho trovato intrigante: la farfalla. Di che cosa è il simbolo la farfalla e i cento modi di dire farfalla?
   Penso che in un libro di finzione narrativa tutti gli elementi debbano essere sfruttati, debbano ‘lavorare’ molto. E la farfalla non può essere solo simbolo dello spirito. Ad esempio, quando una farfalla esce volando da una tomba, è un simbolo di resurrezione. E nel libro è questo, però le farfalle rappresentano anche i personaggi. In un capitolo ad ogni persona corrisponde una classe di farfalle- questo è valido anche per i falsi entomologi per cui la farfalla è la scusa per essere sul posto. Per me personalmente la farfalla è un elemento della mia personalità: nel centinaio di poesie che ho scritto, in una trentina appare la farfalla. Nella lingua spagnola la parola farfalla, mariposa, viene da una canzone alla Vergine Maria, dalle parole che dicono, ‘Maria, fermati, posati’- c’è un’associazione tra la farfalla bianca e Maria. In basco è notevole che ci siano quasi 100 modi di dire ‘farfalla’- il più raro è pinpilìnpausa, una parola che imita non un suono ma il movimento: è una rarità linguistica.

Il libro è pervaso dalla nostalgia per un mondo che scompare: il ‘vecchio paese’, ‘la vecchia lingua’…teme l’assimilazione da parte della Spagna e della cultura spagnola? C’è stato un tentativo di genocidio culturale da parte della Spagna franchista?
   Credo che il tono del libro sia elegiaco più che nostalgico, perché inizia dalla fine della vita. Mi piace il tono elegiaco, mi piace lo sguardo sulla vita dalla fine, c’è molta verità nello sguardo finale come nello sguardo dei vecchi. I vecchi sanno quello che è importante nella vita, hanno esperienza. Mi piacciono gli sguardi finali, sono più esatti. Il rapporto dei Paesi Baschi con la Spagna della dittatura fu molto duro, ma non sarebbe giusto dire che la dittatura fu contro i baschi. Non fu una lotta tra Spagna e baschi, non fu una repressione di una dittatura fascista sui diversi. Era contro la cultura basca, questo sì. Non posso e non voglio dimenticare che era proibito parlare in basco in pubblico e anche a scuola, naturalmente. Era una situazione incredibile a pensarci ora. E tuttavia c’erano molti baschi nel governo franchista.

Di quali significati aggiunti, di quali dramma aggiunti, si è caricata la guerra civile nei paesi baschi?
   Durò più a lungo nei paesi baschi. E’ apparsa ora una tomba collettiva di 1000 persone fucilate in Andalusia, in Navarra 3000 persone furono fucilate nel primo mese di guerra: ora viene fuori la verità. Nei paesi baschi fino al 1958 non si poteva pubblicare un libro in basco: il dopo-guerra durava ancora. Prendiamo il caso di Guernica- il primo bombardamento su civili nel corso della guerra. Fino a quasi il 1970 non si poteva scrivere che il bombardamento era stato opera dei nazi-fascisti: l’ombra durò di più sui paesi baschi. Perché la guerra civile fu brutale in Andalusia, in Navarra, e non sarebbe giusto dire che fu più tremenda nei paesi baschi. Quello che fu brutto è che non ci poteva essere un’università nei paesi baschi, oltre a quella privata. E’ paradossale che io mi sia laureato all’università di Bilbao e che, però, sui documenti, risulti laureato a Valladolid.

Dopo la farfalla, un altro personaggio centrale e non umano: il nascondiglio. Mi è parso che il nascondiglio abbia un significato arcano, al di là del luogo in cui si sfugge al nemico…
   Il nascondiglio esiste veramente: nella mia casa c’era un nascondiglio così che risaliva al secolo XIX. Dava l’idea di un paese in guerra. L’ho utilizzato perché mi serviva un posto per nascondere il cappello e tirare fuori la storia dell’americano. E’ un simbolo della storia dei paesi baschi: in passato serviva per nascondere i ragazzi che si sottraevano alla leva forzata durante le guerre carliste; nella guerra civile serviva per nascondere quelli che erano perseguitati; nella mia generazione per nascondere i sequestrati…rappresenta la storia politica e violenta dei paesi baschi.

Ora una domanda su cui Lei- o meglio, il personaggio-scrittore- ironizza nel romanzo: c’è Lei dietro Joseba, c’è qualcosa di lei in entrambi i due personaggi?
   Ci sono tante persone dietro tutti i personaggi di questo romanzo: quelli che hanno studiato con me a scuola e poi i miei compagni di università. Ma anche i miei fratelli e la mia famiglia: io sono dietro tutto quello che accade nel romanzo. Non si può arrivare alla verità poetica se non si ha un’esperienza diretta. Io prendo dettagli dalla mia esperienza, penso a mio fratello, al mio editor basco…quello che racconto è tutto esatto, non c’è retorica.

Senza svelare nomi: perché denuncia l’impresa, il ‘traditore’? perché non approva i metodi terroristici? Perché non crede nelle finalità?
   Il finale del libro, la questione del traditore, è stata occasione di una forte polemica in Spagna. Ma la mia spiegazione del tradimento viene dalla mia esperienza: tradisce per motivi molto realistici, si rende conto che ci sarà presto un’amnistia e che ne godranno quelli che sono in carcere in quel momento. E pensa che, se invece finisce in prigione dopo, ci resterà per almeno vent’anni. Quello del traditore fu un calcolo reale e che ha funzionato. Mio fratello era stato arrestato un anno prima e ne uscì proprio con l’amnistia. Mentre il personaggio che mi ha ispirato il capo entomologo è appena uscito dal carcere uno o due anni fa. Certo che il tradimento ha suscitato una tale reazione nei paesi baschi- perché non c’era nessuna ideologia dietro. Eppure fu una decisione non certo bella ma comprensibile.

 

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