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GIOCONDA BELLI

creato da Marilia Piccone — ultima modifica 23/08/2012 14:44
Stradanove incontra l'autrice del romanzo "La pergamena della seduzione"
GIOCONDA BELLI

Gioconda Belli

Stradanove ha intervistato la scrittrice nicaraguense Gioconda Belli, che deve il suo cognome ad un nonno italiano. Gioconda Belli ha fatto parte del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, curandone le relazioni con l’estero.
   Esiliata dal regime di Somoza tra il 1976 e il 1978, è tornata poi in Nicaragua per contribuire alla lotta di liberazione e, dopo la vittoria del Fronte, ha occupato varie cariche all’interno del governo rivoluzionario, finché ha lasciato la politica attiva nel 1994.

Dal Nicaragua alla Spagna dei primi del ‘500: quando ha “incontrato” Giovanna di Castiglia?
   L’ho incontrata a 14 anni, quando studiavo in Spagna. Mi aveva colpito il quadro che avevo visto all’Escorial. Quando stavo scrivendo un romanzo che doveva essere una storia erotica- quella di Lucia-, la storia di una seduzione, mi è venuta in mente la storia romantica di Giovanna e di Filippo. Ho fatto delle ricerche e ho pensato di mescolare le due vicende.

Il personaggio di Giovanna ci è arrivato con questo soprannome, “la pazza”. Non era pazza dunque, Giovanna?
   No, non era pazza, questa è la mia conclusione. Era la vittima del suo tempo. Sarebbe dovuta diventare regina all’epoca del grande potere della Spagna, ma sia suo padre Ferdinando, sia suo marito Filippo ambivano al potere e trovarono la maniera di sfruttare il suo coraggio di essere se stessa per farla passare per pazza e toglierla di mezzo. Giovanna sfidò tutte le regole e loro usarono questa ribellione contro di lei.

Vittima di un mondo maschilista, dunque?
   Sì, penso di sì, ma anche vittima di se stessa, di questa situazione comune tra le donne che devono decidere tra il potere e l’amore e scelgono l’amore. E’ vero che aveva l’esempio di sua madre, una donna formidabile che era regina, Isabella. Ma era anche un esempio al negativo, perché Isabella aveva fatto proprio il contrario, aveva rinunciato ad essere donna per essere regina, come Elisabetta I di Inghilterra. Giovanna voleva tutto. Inoltre l’immagine di sua madre non era quella di una donna felice e Giovanna non voleva essere come sua madre. Giovanna era la terza in linea di successione, nessuno l’aveva preparata ad essere regina. Aveva sposato Filippo per solidificare il potere della Spagna, ma se non fossero morti suo fratello e sua sorella, lei non sarebbe diventata regina.

L’amore che porta alla follia, ma potevano anche essere state le convenzioni e gli obblighi, la tensione che questi provocavano, a portare Giovanna alla follia?
   Quello che è interessante nelle ricerche che ho fatto è che già nel 1700 si diceva che forse era schizofrenica. E tuttavia, se veniva trattata bene, con dolcezza, il suo comportamento era normale. Giovanna ha inventato lo sciopero della fame come forma di resistenza, ha tagliato una ciocca di capelli del marito morto per ricordo, si lavava molto spesso- cosa strana per l’epoca-, si faceva massaggiare dalle serve more: tutto questo allora veniva interpretato come segno di debolezza mentale. Anche la sua ribellione contro la madre fu interpretato come indice di pazzia. Da un punto di vista moderno nessuno la chiamerebbe pazza. E questo mi ha affascinato: incredibile come questo termine le sia rimasto attaccato, mi pareva un’ingiustizia terribile e io volevo stabilire la verità.

Quanto c’è di vero e quanto di fittizio nel suo romanzo?
   Tutto quello che racconto nel libro è Storia. Io ho immaginato quali fossero i suoi pensieri e i suoi sentimenti in quella situazione. Anche la storia del bauletto scomparso è vera, è vero che non si sa che cosa ne sia stato. Perché Giovanna non lasciava mai vedere che cosa ci fosse in quel cofanetto, e allora io ho inventato che potesse avere scritto quello che accadeva e che lei provava. Ecco, la pergamena della seduzione è una mia invenzione.

Sapevamo che la Spagna era rigidamente e ossessivamente cattolica, che Ferdinando e Isabella avevano creato l’Inquisizione. Era così diversa l’atmosfera nelle Fiandre di Filippo?
   Sì, la corte delle Fiandre era considerata molto liberale. Con l’Inquisizione la corte spagnola voleva controllare la nobiltà e voleva che la Chiesa partecipasse per guadagnarne l’appoggio. Nelle Fiandre c’era una corte ricca, con sfarzosi rituali di protocollo. Era un contrasto enorme con la corte spagnola, una corte itinerante per la lotta contro i Mori e quindi con una vita e abitudini austere. Per Giovanna fu un cambiamento molto grande.

Perché ha sentito la necessità di raccontare una doppia storia con il personaggio di Lucia alla fine degli anni ‘60? Anche nel suo romanzo “La donna abitata” c’era una doppia trama, nel presente e nel passato: tutte le storie si ripetono sempre?
   Mi piace pensare che la storia è come un fiume, che siamo un prodotto della storia, mi piace mescolare le storie da un punto di vista letterario. Quando raccontiamo una storia, ci identifichiamo con il personaggio. Quando Lucia sente raccontare di Giovanna, entra nella storia di Giovanna. E’ una metafora di quello che lo scrittore fa con la sua arte- la ragazza giovane che sente questa esperienza come se la vivesse lei stessa.

Per alcuni versi ci pare che Lei abbia qualcosa in comune con Giovanna, il coinvolgimento politico, ad esempio. Lei ha un passato di combattente avventuroso e romantico. Ce ne vuole parlare? Si è sentita eroina qualche volta?
   A volte sì, a volte mi sentivo parte di un popolo eroico, una delle molte persone che hanno fatto cose più importanti di quello che ho fatto io: mi sentivo parte di quell’eroismo collettivo.

Quando è stato? Come, perché?
   Dal ‘70 al ‘79, facevo parte del Fronte Sandinista. Il Nicaragua ebbe un regime dittatoriale che durò per 45 anni, aveva un dittatore repressivo e sanguinario. La mia generazione ha detto ‘basta’ e siamo passati alla lotta armata. Facevo la resistenza urbana e, dopo l’insurrezione, portavo le armi per i combattenti. Avevo avuto un addestramento militare ma non ho mai usato le armi. Si preferì che io facessi un lavoro diplomatico in Europa per trovare i soldi per la lotta. Siccome ero scrittrice, si pensò che fosse importante che avessi un ruolo di rappresentanza del movimento.

Come è la situazione ora?
   Difficile. E’ stato eletto Daniel Ortega ma non è più un vero sandinista, è molto cambiato, è assetato di potere e non è un bene per la democrazia. Vediamo che cosa ci aspetta nel futuro, è solo da un anno e mezzo che Ortega è al potere. Sono preoccupata per il processo democratico in Nicaragua. Ortega ha sviluppato un culto per la sua personalità, il suo è diventato un partito tradizionale che fa alleanze con gli altri partiti.

E quale è la sua posizione con il nuovo governo?
   Io voglio continuare a partecipare alla vita del mio paese, io sono un animale politico, io credo che un coinvolgimento renda la vita più ricca. Voglio fare una differenza, se tutti cercassimo di fare una differenza nel mondo in cui viviamo, le cose prima o poi cambierebbero. La cosa più pericolosa del nostro mondo è che ci isoliamo l’uno dall’altro, è come se ognuno vivesse rinchiuso in una bolla. Gli intellettuali hanno una missione, quella di portare la parola nelle piazze. Di combattere con le parole.

Anche Lei, come Giovanna anche se in circostanze diverse, ha dovuto lasciare il suo paese: come ha vissuto l’esperienza dell’esilio? Quando è stato?
   Dal 1975 al 1979, e mi ha lacerato: è stato duro essere lontano dal mio paese. Però facevo qualcosa per il mio paese e questo mi ha aiutato: preparavo le condizioni per l’insurrezione. Non ero là fisicamente ma ero legata al paese dalla lotta.

Lei è scrittrice di poesia e di romanzi: a quale sua diversa esigenza interiore corrispondono la poesia e la prosa?
   La poesia risponde al bisogno di esprimere le emozioni profonde individuali, la prosa è il bisogno di creare un mondo da condividere con le persone. La poesia mi risana, il romanzo mi intrattiene.

 

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