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Intervista a ESHKOL NEVO

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 30/03/2017 10:07
L'autore israeliano di "Tre piani", "Neuland" e "Soli perduti" raccontato da Marilia Piccone
Intervista a ESHKOL NEVO

Eshkol Nevo © Heinrich-Böll-Stiftung

È andato a fare quattro passi nel parco, Eshkol Nevo, prima dell’intervista. Mi dice che il parco è bello (il parco milanese di cui ci dobbiamo accontentare, in mancanza di meglio), che sono belli gli alberi in fiore in questo inizio di primavera. In Israele fa già molto caldo. Non ha ancora pranzato, ma ha un calendario di impegni così fitto che dobbiamo ugualmente iniziare. Per lui non è un problema, è sempre la persona affabile e gentile che ho conosciuto negli incontri precedenti.

 

Iniziamo dal titolo, “Tre piani”. Quanti significati può avere oltre a quello più ovvio e realistico, dei tre piani della casa?

Non era una cosa voluta, ma, mentre scrivevo il libro, mentre pensavo ai tre piani, mi sentivo come se mi stessi arrampicando in diversi piani di esistenza. Ho studiato psicologia e mi sono reso conto che stavo seguendo il modello freudiano entrando in diverse zone dell’Io- l’Es, l’Io e il Super-Io. Era interessante usare questo modello nel romanzo e scegliere che cosa succedeva in ogni piano. Quando ho finito il libro mi sono accorto, guardando i vari piani, che in ognuno c’era una lotta tra etica, immaginazione e impulsi, ed era quello che mi piaceva. D’altra parte questo è un libro contro cui ho lottato, non volevo scriverlo. Mi spaventava. Quando scrivevo di quello che succede al primo piano, mi si acceleravano i battiti del cuore - e io in genere sono calmo, sono un tipo freddo mentre scrivo. Quello che succede non è autobiografico, ci tengo a precisarlo, ma ho tre figlie e avevo paura di quello che succedeva, avevo paura della maledizione: se scrivi qualcosa, poi potrebbe accadere davvero. Avevo paura che, scrivendone, avrei creato quello di cui scrivevo. Dopo aver scritto del primo piano mi sono fermato, pensavo di interrompermi lì, poi no, ho deciso che dovevo andare avanti. E la terza storia è la più dura di tutte- nei primi due piani c’è ambiguità, può essere e può non essere successo, ma al terzo piano la storia è successa veramente e lo sappiamo, ne vediamo le conseguenze.

 

Mi sono chiesta se il numero tre, così importante in tutte le culture, debba anche essere interpretato con il significato che mi pare abbia nella Kabbalah, associato alla lettera Ghimel - il movimento, la spinta ad uscire da se stessi e dalle proprie limitazioni, a migliorare e a crescere. Mi sembrerebbe perfetto per le tre storie.

Interessante- no, non ci ho pensato. In “Soli e perduti” mi sono interessato della Kabbalah, ma in questo libro no, non ci ho pensato. Però posso offrire un’altra interpretazione per il numero tre, anche se mi è venuta in mente dopo: in ogni piano c’è più di una situazione a triangolo, e poi il numero tre è un numero dispari e i numeri dispari sono sempre meno equilibrati, indicano un qualcosa che non è perfettamente bilanciato.

 

Perché scegliere un interlocutore muto? Per sottolineare la soggettività di quello che i personaggi stanno dicendo? Il suo non è esattamente un monologo interiore perché permette ad altre voci di intromettersi…

È proprio così come dice. In genere le domande che mi fanno sono più superficiali, penso che userò le sue domande come se fossero mie osservazioni. Le voci che parlano è come se parlassero ad un prete nel confessionale. Ma lei ha ragione, perché non solo si confessano ma dicono una storia e da quel momento non è più solo la loro storia ma una storia. E i personaggi che parlano sono dei manipolatori. Se sei così solo come sono loro, devi inventare qualcuno che parla con te, ed ecco le interferenze di chi ascolta, come fosse un’eco. Così è al primo piano. Al secondo, Hani immagina che cosa direbbe l’amica ed è come una voce interiore. Al terzo piano la donna giudice parla con il marito morto e finge che lui risponda. Non è un caso che smetta di parlare con lui quando inizia un nuovo rapporto. È la fine, non c’è più il prete immaginario.

 

Un uomo, una donna e una donna anziana: quale voce è stata più difficile per Lei?

La terza voce senz’altro. Perché ho dovuto fare delle ricerche: non so niente di come un giudice viva da privato, non so nulla di questa lontananza tra genitori e figli - la mia famiglia non era così - non sapevo niente dell’agricoltura nel deserto e neppure dell’apicoltura. Sono andato al di là di me stesso e ho dovuto trovare il tono giusto. D’altra parte le ricerche hanno anche arricchito la mia trama. Ho chiesto ad un giudice, “Che cosa farebbe se non fosse un giudice?”, “Andrei ad una manifestazione, perché come giudice non mi è permesso farlo”, mi ha risposto. Da qui l’idea del personaggio che si unisce ai manifestanti.

 

Pensando ai suoi romanzi precedenti, ho osservato che l’attenzione è spostata verso la responsabilità dell’essere genitori e ai problemi del rapporto tra genitori e figli. Deriva forse dalla sua esperienza personale?

Sì, sono cresciuto nei miei libri. Questo non significa che il prossimo romanzo sarà sull’adolescenza. Quando sono diventato padre ho temuto che non avrei mai più scritto - ero sopraffatto dall’amore per mia figlia e non avevo voglia di scrivere. Altri scrittori più esperti e più saggi mi hanno detto, “Vedrai che diventare padre darà un grosso contributo alla tua scrittura”. Avevo toccato questo tema in “Neuland” ma di certo questo romanzo è quello che più rivela il mio ruolo di genitore. Quando è stato pubblicato in Israele mi sono sentito imbarazzato anche se niente di quello che racconto è successo nella vita vera. Da quando ho scritto “Nostalgia” questo è il mio libro più personale, anche se non è autobiografico.

 

C’è anche un cambiamento nello sfondo di vita israeliana- non più la guerra, non più l’eterna lotta tra arabi e ebrei, ma l’irrequietudine dei giovani che protestano contro i prezzi troppo alti delle abitazioni. Israele si sta forse assestando sui problemi comuni dei paesi europei?

Uno dei miei editori si è lamentato per la mancanza del tema della guerra in questo romanzo. Ogni tanto anche noi abbiamo una vita normale. E in ogni libro si sceglie quanto si voglia parlare di politica, che poi non è necessariamente il solito conflitto arabo-israeliano. Le proteste civili di cui parlo nel romanzo sono state molto pesanti e in qualche modo hanno cambiato la mia vita. Anche questa è politica, anche se si tratta della tensione economica. Herzl aveva una visione del sionismo, ma che cosa succede adesso? Siamo un paese socialista o siamo un paese capitalista? Si suppone che gli israeliani siano diversi ma non lo siamo. All’inizio del movimento di protesta dapprima c’era solo la richiesta degli alloggi, in realtà però si cercava anche un nuovo indirizzo politico. Non si è arrivati a nulla, non ci siamo riusciti.

 

 

 

Intervista a cura di Marilia Piccone

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