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KIM YOUNG-HA

creato da Marilia Piccone ultima modifica 01/11/2013 10:56
Abbiamo incontrato al festival della letteratura di Mantova lo scrittore Kim Young-Ha. Una lunga intervista per parlare del romanzo “L’impero delle luci”, delle problematiche della Corea e... del cognome Kim

Il modo più facile di definire il romanzo “L’impero delle luci” dello scrittore sudcoreano Kim Young-Ha è dire che è una ‘spy story’. Il che è vero, perché il protagonista è in effetti una spia, ma in realtà il romanzo è tutt’altro, è più che una semplice spy story. Kiyong è una spia infiltrata dalla Corea del Nord nella Corea del Sud. Sono ventun anni che Kiyong vive a Seoul, si è sposato, ha una figlia. Sua moglie non conosce la sua vera identità: Kiyong è inattivo da vent’anni, è stato ‘dimenticato’ al Sud.

 

Poi, un giorno, riceve una mail con l’ordine di tornare immediatamente al Nord. Che cosa vuol dire questo ordine? Che cosa gli succederà se obbedisce? E se invece rimane lì? Questo è il romanzo di un uomo sdoppiato, proprio come è divisa a metà la sua vita- esattamente lo stesso numero di anni passati al Nord e al Sud-, proprio come la Corea è divisa in due. E, mentre ricorda gli anni ‘prima’, la vita nella Corea sotto dittatura, l’addestramento in una città creata del tutto uguale a Seoul, Kiyong non sa più chi egli sia veramente, non sa se vuole riprendere la sua vecchia vita e la sua vecchia identità, soprattutto non sa se crede ancora nell’ideologia socialista e se è pronto a rinunciare a quello che ha imparato a godere nel Sud- la libertà prima di tutto.

 

Il romanzo è molto bello e abbiamo avuto la fortuna di poter incontrare lo scrittore nell’ambito del Festival della Letteratura di Mantova dove era ospite, per parlare con lui dei temi del suo romanzo e della problematica della Corea.  E’ un piacere restare ad ascoltare Kim Young-Ha. Perché è un entusiasta, e non sappiamo se questo entusiasmo, questa sua generosità nel dare di sé rispondendo alle domande, siano dovuti alla sua giovinezza o al suo carattere. Ed è assolutamente d’obbligo ringraziare Andrea De Benedittis, il suo bravissimo interprete che ha anche tradotto “L’impero delle luci”.

 

Il protagonista del suo romanzo è sdoppiato. Ci sono due Kiyong come ci sono due Coree. Qual è la sua visione del doppio?

La Corea è un paese eccitante, interessante dal punto di vista culturale perché vi convergono fattori diversi. E’ un paese in cui si uniscono tradizione e modernità, in cui sono confluite culture differenti- dal Giappone, dalla Cina- che hanno lasciato una forte impronta. Sono fortunato ad essere uno scrittore in Corea, un paese in cui tutto cambia velocemente e io posso assistere alla trasformazione della cultura e trovo ispirazione per i miei romanzi nella follia collettiva che mi circonda.

 

Nel romanzo c’è la descrizione di una città sotterranea costruita nella Corea del Nord che è una replica perfetta di Seoul. C’è qualcosa di vero?

Avevo letto su Newsweek di un luogo nella Corea del Nord dove i nordcoreani venivano educati per essere inviati al Sud come spie. Avevano ricostruito degli ambienti di Seoul perché le spie si abituassero al contesto del Sud. Nella Corea del Nord non si può entrare in un negozio e scegliere liberamente che cosa acquistare. In questo luogo creato apposta i nordcoreani si abituavano a prendere un carrello, a scegliere quello che volevano comprare, a mettersi in coda e pagare alla cassa. La differenza tra le due Coree è che nella Corea del Sud il cliente entra, compra e il commerciante lo ringrazia, mentre nella Corea del Nord è il cliente che ringrazia per aver ricevuto della merce dallo Stato. Nella Corea del Sud si portano soldi in banca e si ricevono gli interessi, in quella del Nord si paga per depositare dei soldi in banca.

Quando Kim Jong-Il era il capo del governo nella Corea del Nord, siccome era appassionato di cinema, tutti i registi dovevano mostrare a lui i film prima di avere il permesso di proiettarli al pubblico. Era così appassionato di cinema che negli anni ‘80 rapì un famoso regista sudcoreano con la moglie, un’attrice nota da noi come, ad esempio, Angelina Jolie. Rimasero prigionieri nel Nord finché riuscirono a scappare durante una trasferta a Vienna. Kim Jong-Il aveva tentato di trasformare la capitale nordcoreana in un set cinematografico in cui tutti dovevano recitare. Se si fosse innamorato di un regista italiano, lo avrebbe di certo fatto rapire. Il suo film preferito era “Braveheart”. D’altra parte Pyongyang è proprio come un gran set cinematografico dove centinaia di migliaia di persone recitano una parte: ci sono manifestazioni di massa in cui tutti si muovono in sincronia. Tutto questo mi ha dato l’idea per la mia copia della capitale sudcoreana nel Nord.

 

Ha avuto modo di conoscere dei nordcoreani infiltrati al Sud?

Quando ho deciso di scrivere, ho programmato di incontrare dei nordcoreani, ma è molto difficile per noi. Non possiamo andare al Nord perché è illegale, ma anche se incontrassi un nordcoreano in Italia dovrei avere l’autorizzazione prima di parlargli. Negli anni ‘90, quando ero all’università, sono andato a Pechino. Prima, però, ho dovuto seguire un corso in cui le autorità ci davano istruzioni su come comportarci se incontravamo dei nordcoreani: sono cresciuto in un periodo di diffidenza e paura verso la Corea del Nord. Adesso c’è la possibilità di incontrare i profughi scappati dal Nord passando dalla Cina e chiedendo poi asilo politico. Decine di migliaia di “coloro che sono scappati dal Nord”- come vengono chiamati- vivono nella Corea del Sud. Ho cercato di incontrarne alcuni, ho chiesto ad amici e alle autorità- invano. Ho cercato su internet alla voce ‘profugo-Nord-Corea’ e ho scoperto che ci sono comunità online. Ho scritto alla loro bacheca per combinare un incontro con una persona della mia età, universitario. Dopo tre ore ho ricevuto una telefonata e mi sono ritrovato a parlare con un nordcoreano davanti ad un piatto di sushi. Ho subito notato che tutti i nordcoreani sono relegati in una sorta di ghetto: le autorità offrono loro asilo e un appartamento, ma tutti nella stessa zona. Questo ragazzo aveva la mia età e veniva dalla scuola del cinema: voleva dire che apparteneva alla più alta élite della società coreana- a quella scuola vengono ammessi una quarantina di studenti all’anno-, era andato a Mosca a studiare e aveva fatto delle critiche al governo. Era dovuto scappare in Europa e poi aveva chiesto asilo politico. Mi ha confermato che ci sono molte spie infiltrate al Sud e che accade- magari per il licenziamento di un capo- che alcune vengano dimenticate senza più ricevere ordini. Come succede al mio protagonista.

 

Ci sono anche dei coreani del Sud che vanno al Nord volontariamente per motivi ideologici?

Pochissimi. Durante gli anni della guerra in Corea molti erano andati al Nord perché credevano nel Comunismo, erano gli anni ‘50. Sono pochi ad andare, perché in realtà nessuno vuole vivere nella Corea del Nord dove non c’è neppure a sufficienza da mangiare. I pochi che vanno, poi ritornano.

 

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"Sono fortunato ad essere uno scrittore in Corea, un paese in cui tutto cambia velocemente e io posso assistere alla trasformazione della cultura e trovo ispirazione per i miei romanzi nella follia collettiva che mi circonda."

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E riescono ad ambientarsi al Sud, i profughi del Nord?

Non bene. Arrivano al Sud, hanno le stesse fattezze dei sudcoreani, riescono anche ad adattarsi alla lingua, che è leggermente diversa, ma non sono più né del Nord né del Sud. Sono cresciuti in una società comunista in cui, tutto sommato, non si è costretti a lavorare molto per vivere, si trovano sbalzati in una società estremamente competitiva- basti pensare che gli studenti nel Sud escono di casa al mattino alle 7 e rientrano alle 11 di sera. I coreani del Nord non sono abituati a questi ritmi, quando erano al Nord non avevano alcuna informazione sulla realtà del Sud, non sapevano che cosa avrebbero trovato. Non tutti si ambientano e c’è chi decide di emigrare in America o in Europa, o addirittura di tornare al Nord.

 

Prima ha detto che la lingua, al Sud, è leggermente diversa da quella del Nord. Come mai?

La lingua del Sud è cambiata rispetto a quella del Nord perché ha subito l’influenza di altre lingue, soprattutto dell’inglese, ha accettato molti prestiti. Parole come pasta, spaghetti, linguine, o altri vocaboli per lo sport e la musica derivanti da altre lingue, sono di uso comune nel Sud, ma il Nord, naturalmente, è refrattario a questi prestiti.

 

La Corea del Sud aspira ad una riunificazione? C’è un movimento nazionalista?

Premetto che la Corea è sempre stata unita ed è solo nel ‘45 che la divisione è stata forzata sui coreani. Ora, dopo più di 60 anni, si sono abituati e una riunificazione sarebbe ancora più sconvolgente. Anzi, hanno paura di una riunificazione per le complicazioni economiche. E sì, c’è un movimento nazionalista ma si sta indebolendo. E’ normale: tutti diffidano, sarebbe un’impresa importare in un’unica soluzione 20 milioni di coreani. Il Sud dovrebbe sopportare tutto il fardello.

 

Però la Germania lo ha fatto.

La Germania Ovest era più competitiva internazionalmente di quanto lo sia la Corea del Sud e la differenza tra le due Germanie era minore che fra le due Coree. Non si possono paragonare, perché la Corea ha avuto una guerra intestina. Forse la Corea è più simile al caso del Vietnam, ma la divisione del Vietnam è stata più breve.

 

Gangnam district of Seoul taken with the Samsung HQ, lightly modified with photoshop with light beams. By: Leeyan Kym N. Fontano

 

Ha conosciuto qualche scrittore del Nord? Ci sono talenti letterari al Nord?

Mi è capitato di conoscere una poetessa tra i profughi. Quasi tutta la letteratura del Nord è di propaganda perché c’è una forte censura. C’è però un genere molto bello che recupera episodi di storia della Corea del Nord e qui gli scrittori hanno libertà di espressione perché sono storie del passato. C’è quindi una nicchia di bella letteratura.

 

Avete esportato ovunque beni di consumo, ma siete stati meno bravi nell’esportare cultura. Come mai?

In realtà, oltre ai prodotti elettronici, siamo riusciti ad esportare anche musica e film. La letteratura seguirà questo trend e verrà conosciuta in futuro. La risposta, però, deve essere più lunga. Il governo del Sud spesso si comporta come quello del Nord: viene deciso che si devono fare certi tipi di investimento, che si deve dare denaro alla Samsung e ai grandi conglomerati per fare decollare l’industria sudcoreana. Una volta emerso questo settore, dagli anni ‘90 gli investimenti si sono riversati nell’industria cinematografica. Rimane la letteratura: però, se il governo decidesse di dare soldi agli scrittori, questi li userebbero per andare in vacanza. Ma il governo non ci darà nulla. Forse è vero che meno dai denaro e più fiorisce la letteratura.

 

Come è il mondo della letteratura in Corea? Ci sono molte traduzioni?

Il mercato editoriale è uno dei più grandi al mondo. E il 40% dei libri pubblicati sono traduzioni, pensiamo al paragone con l’America dove solo il 3% di quanto è stampato sono traduzioni. Quasi tutte le opere importanti sono tradotte. Ad esempio, Primo Levi, giusto per fare un nome, è tradotto in coreano.

 

Un’ultima domanda per soddisfare una curiosità che mi assilla: perché sembra che tutti i coreani si chiamino Kim?

E’ un cognome molto diffuso, ma non sono tutti gli stessi- ci sono diverse tipologie di famiglie Kim legate a diverse città. Per esteso il cognome dovrebbe essere ‘Kim della città X o Y’. E’ uno dei cognomi più antichi, in uso dalla dinastia Silla dal 57 a.C. al 668 d.C., ha oltre 2000 anni. Molti altri cognomi sono venuti più tardi. C’è un modo di dire in Corea che suona come, “Se lanci un sasso contro un palazzo, colpisci Kim”, per dire che c’è sempre un Kim nelle vicinanze. Young-ha è il mio nome, uno dei caratteri si scrive come ‘estate’ e l’altro come ‘le radici di un fiore’.

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