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Intervista a Kjell Westö: " In Claes ho messo il mio liberalismo e le mie idee di giustizia sociale"

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 11/05/2017 10:50
L'autore di "Miraggio 1938" (Iperborea) si racconta a Marilia Piccone
Intervista a Kjell Westö: " In Claes ho messo il mio liberalismo e le mie idee di giustizia sociale"

Foto Kjell Westö © Historiker

Il tempo dei libri non finisce mai, anche se è terminato il Tempo di Libri, come è stato poeticamente chiamato il salone dei libri di Milano, ed incontro Kjell Westö (autore di “Miraggio 1938”, ed. Iperborea) in una sua breve sosta prima di partecipare all’evento di Chiassoletteraria.

 

Nel suo romanzo c’erano due cose di cui non sapevo nulla e di cui mi piacerebbe sapere di più: i giochi del 1938 durante i quali al vincitore dei 100 metri non venne riconosciuto il premio perché era ebreo e i campi di detenzione in Finlandia dopo la prima guerra mondiale. L’ingiustizia dei giochi venne dimenticata, o rimossa, da tutti? E quando se ne parlò nuovamente? Come ne è venuto a conoscenza?

L’ingiustizia fu immediatamente dimenticata perché era successa a distanza così ravvicinata alla seconda guerra mondiale e, con tutto il caos tragico che seguì per sei anni, non fu l’unica cosa ad essere messa nel dimenticatoio. Poi, negli anni ‘60, ci furono degli articoli sui giornali - un tentativo di ritirarla fuori. Usciva un articolo, ma poi, di nuovo, sembrava che nessuno se ne ricordasse. Un amico mi mandò dei ritagli di giornale e fu allora che ho pensato di usare questo fatto nel romanzo che già stavo scrivendo perché era un simbolo. La metafora di questa atrocità è che mostra quanto sia vulnerabile quello che c’è di buono nella nostra società, quello che diamo per scontato in tempo di pace e che invece diventa fragile nei momenti bui. Un avvenimento del genere - una vittoria davanti a migliaia di persone e poi ti viene negata e nessuno protesta, nessuno dice niente - mostra quanto siamo vulnerabili.

 

I campi: chi fu internato nei campi? Soltanto comunisti? Sospetti simpatizzanti? Parenti di comunisti? Non so quale fosse la definizione che Lei ha usato in lingua originale, in italiano sono chiamati ‘campi di affamamento’. Che significa? Gli internati svolgevano lavori forzati e non erano nutriti a sufficienza?

Nel mio libro ho usato due parole, campi di prigionia e campi di affamamento. Non volevo usare la parola ‘campi di concentramento’ perché ha un’altra connotazione. La gente internata moriva di fame per mancanza di cibo, c’era poco cibo per tutti, anche i borghesi Bianchi non avevano da mangiare. Allora non si parlava di comunisti in Finlandia, ma di socialisti. É difficile precisare chi fossero, erano i Rossi, stavano dalla parte dei socialisti. Nei campi c’erano soldati ma anche dei collaboratori dei Rossi, c’erano persone che avevano portato messaggi come Matilda. Ho scoperto con stupore che molti erano giovanissimi - i ragazzi erano giovani soldati, ma c’erano anche tante ragazze molto giovani. Ho letto un libro sulle donne prigioniere, la maggior parte aveva 16,17,18 anni. Oggi sarebbero considerati poco più che bambini. Matilde ha consegnato delle lettere, altre hanno rubato del cibo e per questi crimini potevi essere incriminato.

 

Come nel libro “La scelta di Sophie” di William Styron in cui la protagonista polacca finisce in un campo di concentramento con i suoi bambini perché sorpresa con del prosciutto che era andata a comprare in campagna?

Proprio così e in effetti forse avevo nel mio subconscio quel libro in mente - leggo tanto - quando ne scrivevo. La parola ‘campi di affamamento’ è mia e no, non avevano l’intenzione di farli morire di fame, ma i capi dei campi sapevano che non c’era abbastanza da mangiare. Non erano campi della morte e neppure campi di lavoro forzato. Semplicemente i prigionieri diventavano sempre più deboli per mancanza di cibo.

 

E poi, che cosa avvenne? Quando furono chiusi i campi?

I funzionari più in alto del partito vincente misero fine a questa atrocità a poco a poco, verso la fine del 1918. A giugno si fermarono tutte le esecuzioni arbitrarie, poi, nell’estate del 1918, quando le autorità osservarono che la gente moriva, iniziarono a mandare a casa i prigionieri. Nel 1920-21 c’erano ancora prigionieri Rossi ma erano rinchiusi in prigioni normali. Quella della Finlandia è una storia crudele, con la guerra civile e guerre contro altre nazioni. C’è una tradizione pragmatica in Finlandia: dopo la guerra civile, nel 1920-21 venne concessa un’amnistia ai prigionieri anche se molti di loro non riebbero per anni i diritti civili e neppure il passaporto. Però l’idea era di dimenticare e di pensare a costruire la nazione: avevamo appena conquistato l’indipendenza dalla Russia e c’era molto da fare.

 

Nel romanzo si parla di finlandesi di lingua svedese e, se non sbaglio, Lei è un finlandese di lingua svedese. C’è una vasta comunità di finlandesi che non hanno il finlandese come lingua madre? E sono perfettamente assimilati o sono una comunità a parte?

I finlandesi di lingua svedese sono 300.000. La famiglia di mio padre è in Finlandia dal secolo XVI. I finlandesi di lingua svedese sono una minoranza molto antica e molto potente - la Finlandia fece parte della Svezia dal 1300 al 1809. Molti pensano che i membri della comunità di madre lingua svedese siano discendenti da una classe sociale elevata, ma non è così. Siamo assimilati? Sì e no. Io scrivo anche in finlandese ma sulla costa occidentale della Finlandia ci sono finlandesi di lingua svedese che parlano solo svedese: si può scegliere che identità avere e abbiamo anche un doppio sistema di scuola.

 

Il suo romanzo sembra essere un romanzo sul tradimento. Tradimento ad ogni livello, tradimento personale tra amici e amanti, tradimento di ideali, tradimento politico. La Finlandia, come paese, si è sentita tradita dai paesi vicini, durante la seconda guerra mondiale?

Buona domanda. Sì, è parte dell’immagine che i finlandesi hanno di se stessi. In ogni nazione ci sono miti che possono essere veri o no: noi ci siamo sentiti soli nel 1939. La posizione della Finlandia non è complicata come quella della Polonia, però è schiacciata fra la Svezia, che un tempo era una grande potenza, la Russia e la Germania. Oggi lo è solo tra la Russia e la Germania perché la Svezia non è più una grande potenza, hanno solo più successo di noi.

 

Il personaggio che ho amato di più è stato Claes Thune per la sua dirittura e la sua integrità. Che cosa ha contribuito alla creazione di Claes Thune?

La risposta è ovvia: i miei ideali e le mie debolezze sono andate in Claes Thune. Io sono uno romanziere realista-psicologo e metto sempre qualcosa di me nei personaggi dei miei romanzi. In Claes ho messo il mio liberalismo e le mie idee di giustizia sociale. Claes non è un uomo di azione, è difficile mantenere questi ideali e restare leali ad essi. Il tipo di liberale che è Claes è frequente in Europa e poi, in tempi pieni di violenza, è odiato sia dalla destra sia dalla sinistra. Gli estremisti non amano chi cerca la sintesi. Ho modellato Claes con le debolezze e i pregi dell’Europeo classico e, quando scrivevo il libro, si potevano già vedere i problemi che si stavano affacciando in Europa e che sono peggiorati in seguito.

 

 

Intervista a cura di Marilia Piccone

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