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Intervista a Wulf Dorn, autore del romanzo "Gli eredi"

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 26/04/2017 09:51
"Questo romanzo è il mio avvertimento a tutti noi: se non cambiamo la nostra maniera di vivere e di pensare, le cose diventeranno sempre peggio"
Intervista a Wulf Dorn, autore del romanzo "Gli eredi"

Foto ©Wilco van Dijen

Tempo di Libri a Milano nella prima edizione del ‘nuovo’ salone del libro milanese. Tempo di autori. Tempo di primavera (molto fredda, in realtà). Dopo sei anni incontro di nuovo Wulf Dorn, i suoi capelli sono più bianchi (anche i miei), però lui è sempre affabile e gentile, come lo ricordavo. Dice anche che si ricorda di me (impossibile) e che si ricorda che eravamo in un altro albergo a fare l’intervista (questo è, invece, un ricordo corretto). Parliamo ancora in inglese, anche se c’è l’interprete e lui potrebbe parlare in tedesco.

 

Questo suo romanzo è diverso da quelli precedenti. Ha ancora a che fare con la mente e con il subconscio, ma appartiene ad un genere che chiamerei ‘warning genre’, genere di avvertimento. Ci obbliga a guardare avanti, al futuro dell’umanità. Che cosa l’ha spinto a scriverlo? Un avvenimento particolare o la somma di tanti avvenimenti?

La seconda cosa. Giorno dopo giorno siamo sommersi da notizie- guerre, inquinamento, attentati-, mi sentivo sempre più confuso e ansioso riguardo al futuro. Mi sono chiesto dove stessimo andando, ci sono sempre più guerre e più movimenti radicali ovunque nel mondo, e mi sono reso conto di quello che stavamo facendo ai bambini. Sono stato un sostenitore dell’Unicef e continuavo a chiedermi: dove ci porterà tutto questo? Come saremo tra 50 anni? Mi piace la parola che ha coniato per questo genere di libro, “warning novel”. Sì, questo è il mio avvertimento a tutti noi: se non cambiamo la nostra maniera di vivere e di pensare, le cose diventeranno sempre peggio. E poi sono diventato zio, ho tre nipotini, e mi spaventa vedere in che mondo sono nati e pensare a quale futuro avranno.

 

Questo romanzo contiene un messaggio forte: pensa che la letteratura possa influenzare i pensieri delle persone, pensa che gli intellettuali abbiano un ruolo di responsabilità nella nostra società?

Scrivo libri per intrattenere i lettori. Però, quando si sceglie una problematica importante, sicuramente può avere un certo qual effetto sui lettori. Non direi che è il dovere degli intellettuali far pensare, ma dobbiamo essere consapevoli che quello che facciamo può servire da molla per i pensieri dei lettori. Mi farebbe piacere se il mio romanzo servisse a far pensare alla situazione mondiale. Non ho un messaggio concreto tranne che dovremmo tutti pensare a quello che sta succedendo. Ecco, questo è quello che voglio: innescare una certa maniera di pensare.

 

Nel nostro incontro precedente, anni fa, mi ha detto che non usa mai quanto le viene detto dalle persone che incontra nel suo lavoro e che però le serve per capire meglio gli altri. In questo romanzo, a parte gli avvenimenti che derivano da notizie dei giornali, si parla anche molto di una specie di capacità di introspezione speciale, di premonizione, che hanno le donne incinte. Pensa che le donne che aspettano un bambino abbiano una sensibilità speciale?

Essendo un uomo non ho un’esperienza diretta, ma molte donne incinte mi hanno detto di sentirsi più consapevoli dell’ambiente, più inclini a riflettere che cosa si voglia per il futuro perché non si è più responsabili solo di se stesse ma di qualcun altro. C’è qualcosa, c’è una maggiore sensibilità, ci sono cambiamenti fisici ma anche della mente. Per questo la donna incinta nel mio romanzo era una metafora per il mondo.

 

Non possiamo dire troppo del romanzo per non rovinare il piacere della lettura. Lei ha usato il paradosso in questo romanzo. Le era necessario usare il paradosso per sottolineare l’orrore e il pericolo contenuti negli intermezzi?

Il paradosso mi serviva per creare qualcosa che restasse nella mente del lettore. Il mio scopo era scrivere qualcosa che alla fine si fisserà nella mente dei lettori, li costringerà a pensare a quello che sta succedendo. É una storia strana mescolata alla realtà ed è importante che alla fine il lettore sia sorpreso, che non se lo aspettasse. Volevo accendere una miccia, volevo stuzzicare i pensieri dei lettori.

 

La facilità con cui ci si può procurare un’arma è allarmante. Ci sono poi i videogames in cui le armi sono usate, come se la guerra fosse un gioco. Pensa che i videogames siano pericolosi?

É una lunga discussione, se i videogiochi siano pericolosi o no. Viviamo in un mondo con notizie quotidiane di violenze, di guerre, di bombe, di paesi che si minacciano a vicenda. Ora è il momento della Corea e nei giorni scorsi io pensavo all’atmosfera negli anni ‘80, alla paura di una guerra nucleare, al film “The day after” e a quanto mi avesse scosso. Vivendo in questo mondo, i computer games sono una forma di catarsi per i giovani che sono confusi da queste notizie, gli servono per tenere sotto controllo la loro violenza. Tuttavia non sono innocui come appaiono, se ne hai bisogno per conciliare la vita quotidiana, allora diventano pericolosi. Per i bambini, poi, può essere causa di confusione, la linea di demarcazione fra la vita reale e quella virtuale è sempre più sottile. La vita virtuale è diventata parte della nostra vita reale ed è pericoloso per i bambini che non sanno distinguere e non si rendono conto che sparare ad una persona significa eliminarla. Bisognerebbe riuscire a provare ai bambini che ci sono altre soluzioni oltre alla guerra. Un mio amico ha una teoria. Lui è un appassionato di frisbee. Dovunque vada, lui ha con sé il suo frisbee e propone a chi incontra di giocare: la gente si diverte. Dice che se i politici si incontrassero e giocassero a frisbee, ne nascerebbe una conversazione interessante, il gioco li rilasserebbe. Proverebbero ad usare la loro intelligenza per la conversazione e non per la guerra.

 

É utopistico pensare che si possa fermare il commercio delle armi perché è un mercato troppo grosso?

Sarebbe bello poter dire, ‘potete venderle ma noi non le compreremo’. Sì, ha ragione, è un'utopia, però abbiamo bisogno della possibilità di far diventare reali queste cose senza pensare che sia impossibile. Dopotutto, pensiamo a Jules Verne e a quanto siano sembrate impossibili le invenzioni dei suoi romanzi- e invece adesso ci prepariamo ad andare su Marte!

 

 

 

Intervista a cura di Marilia Piccone

Blog "Leggere a lume di candela"


La recensione del romanzo "Gli eredi" di Wulf Dorn

Foto©Wilco van Dijen  dal sito ufficiale dell'autore

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