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LUIS LEANTE

creato da Marilia Piccone — ultima modifica 23/08/2012 12:25
L’autore di "Guarda come ti amo" ci racconta il suo libro
LUIS LEANTE

Luis Leante

Non c’è maniera migliore per imparare la Storia che leggerne in un romanzo. Che certamente non intende essere il sostituto di un testo dalle vere credenziali storiche, ma è capace di stimolare la nostra curiosità, di offrirci degli spunti di ricerca. E’ quello che avviene leggendo il romanzo “Guarda come ti amo” dello scrittore spagnolo Luis Leante, nato a Caravaca de la Cruz nel 1963 e professore di latino in un liceo di Alicante. Abbiamo parlato con lui del suo romanzo, ambientato per lo più nella colonia spagnola del Sahara.

“Guarda come ti amo” è in apparenza un romanzo d’amore, in realtà la storia d’amore serve come pretesto per portarci in Africa, nella colonia del Sahara spagnolo, in due tempi diversi. Era interessato a dare uno sguardo indietro sulla colonizzazione, vista dalla prospettiva dell’uomo di oggi?
     Proprio così. Il primo motivo per scrivere questa storia è stato la revisione di questa tappa della storia spagnola con il passo del tempo, trent’anni dopo la fine della colonizzazione. Volevo anche introdurre la descrizione del sentimento umano- e non solo nella storia d'amore tra Santiago e Montse, ma anche tra Santiago e i saharawi e tra Montse e i saharawi. Era un poco come dimostrare che ci sono più cose che ci uniscono a questo popolo che non cose che ci separano.

Quali sono le cose che uniscono gli spagnoli ai saharawi?

    Con il popolo saharawi c’è una relazione culturale e storica che dura da quasi cento anni: dopo che nel 1898 la Spagna lasciò Cuba, fece del Sahara occidentale una base militare spagnola, vennero fondate città, scuole…Per molti anni ci fu una convivenza esemplare: la seconda lingua dei saharawi è lo spagnolo, anche se ora, a trent’anni dalla fine della colonia, non lo parlano più bene. I bambini però lo studiano a scuola: la lingua è importante, perché è qualcosa che può tenerli in contatto con l’Europa. E’ vero che nel libro le donne lo parlano poco, ma è perché, durante la colonizzazione, l’alfabetizzazione delle donne era molto bassa: tutte capivano la lingua, ma la parlavano a fatica.
Nel 1975 la rottura fu più politica che culturale, tra la Spagna e il Sahara occidentale. I saharawi continuano a considerare la Spagna come un popolo fratello perché la causa del dramma furono i politici di una dittatura che stava terminando nel 1975 e che ha poco a che fare con l’orientamento politico dopo quel momento. Tuttora i saharawi vivono degli aiuti esterni, concessi loro in gran parte dalla Spagna in virtù di questo legame, e pure degli aiuti che arrivano dagli altri paesi. Perché sono 300.000 i saharawi che vivono nei campi profughi in territorio algerino e che chiedono indietro la loro terra occupata dal Marocco.

In questa luce dei tempi presenti il giovane Santiago San Romàn è un eroe della libertà piuttosto che un disertore e traditore della patria: voleva mettere in luce come si può leggere in maniera diversa la storia?

     Santiago riflette altri soldati spagnoli che hanno avuto una sorte simile: nel 1975 alcuni legionari passarono a combattere tra le fila del Fronte Polisario e furono qualificati come traditori in un primo tempo e, in seguito, come eroi da entrambe le parti. Volevo sottolineare questo aspetto per rendere giustizia a chi ha lasciato la vita nel deserto perché considerava giusto fare così.

Anche il pasodoble de La Bandiera che si sente in tutto il romanzo è una canzone che si può leggere in maniera diversa nei nostri tempi?
      In realtà La Bandiera è un pasodoble dimenticato perché ricorda il fascismo e la dittatura spagnola, ma allora era molto popolare: non rivendico tanto il contenuto, ma il ricordo e la suggestione di quello che significò in quell’epoca. Era una canzone che esaltava il patriottismo e che risuonava di continuo nel 1975, quando un forte spirito nazionalista si diffuse in Spagna, al momento dello scontro tra Spagna e Marocco. La musica militare era una maniera di incendiare gli animi, serviva molto.

Santiago si arruola nella Legione perché è stato abbandonato da Montse, perché non ha soluzioni. Erano tutti dei disperati quelli che si arruolavano nella Legione spagnola?
      La Legione era una somma di molte disperazioni: all’inizio era un corpo d’élite, ma era formato da molti scarti umani, alcolizzati, drogati, ex-detenuti, e poi quelli che avevano un cuore infranto, come Santiago. Ne ho conosciuti alcuni, di questi: non erano frequenti, ma c’erano dei cuori infranti.

Sia Santiago sia Montse restano alla fine in Africa: ha sperimentato anche Lei il mal d’Africa?
     Sì, e credo proprio che l’Africa, quella del deserto che ho conosciuto, sia una terra che ti respinge per sempre o ti attrae per sempre. Sì, ho il mal d’Africa e le descrizioni del libro, della luce, del deserto, sono come il paesaggio che ho visto: sono stato due volte in Africa, nei luoghi di cui parlo, anche se non è permesso vivere negli accampamenti dei saharawi.

C’è qualcosa che distingue i saharawi dalle altre popolazioni del nord Africa?
      I saharawi si distinguono per la loro cultura di popolo nomade e perché il ruolo della donna è molto diverso da quello usuale che si trova nel mondo musulmano. E’ un matriarcato in cui la donna organizza, dirige, prende decisioni importanti: è una cosa insolita, non avviene così negli altri popoli musulmani.

E vivono tuttora nei campi profughi?
    Sì, dal 1975. Quando la Spagna ha abbandonato il Sahara e il paese è stato invaso dal Marocco e dalla Mauritania. Sotto la minaccia di questa invasione 75.000 persone si sono unite per dirigersi verso la frontiera algerina. Si sono stabilite in Algeria e sono rimaste lì, aspettando una soluzione. In 32 anni si sono moltiplicati, adesso sono 300.000 e vivono sempre nei campi profughi, aiutati, come dicevo prima, dalla stessa Algeria, dalla Spagna, dal Messico.

Chi c’è, che cosa c’è dietro il personaggio di Le Monsieur che prende Montse prigioniera?
      Le Monsieur simbolizza quello che significò il finale di questa colonizzazione. Ci furono diverse conseguenze per l’abbandono del Sahara occidentale, una fu che venne meno una parte dell’esercito: senza il Sahara occidentale, la Legione non aveva motivo di esistere. C’erano due percorsi possibili: fare come Santiago che passa a combattere a fianco dei saharawi o fare come Monsieur che diventa mercenario. Rappresentano il Bene e il Male. Tanti fecero come Monsieur. E finirono poi sparsi in tutta l’Africa a combattere e uccidere per soldi. Oppure a fare la tratta delle bianche, come Monsieur.

Dietro la donna che muore al pronto soccorso e che ha la fotografia che mette in moto la vicenda intuiamo storie di immigrazione drammatiche. In Italia il problema dell’immigrazione, soprattutto quella clandestina, è grave e inoltre si diffonde sempre più una forte ondata di razzismo. Qual è la situazione in Spagna?
    Simile a quella che c’è in Italia: è un fenomeno molto forte, c’è sia immigrazione clandestina sia immigrazione regolarizzata. E il razzismo esiste anche se non viene riconosciuto apertamente, c’era anche prima ed era nei confronti degli zingari: ora anche gli zingari sono razzisti nei confronti dei nuovi arrivati. Secondo me, i politici possono fomentare questo razzismo oppure trasformare l’immigrazione in un fenomeno naturale e necessario.

Lei è professore di Latino: è una materia obbligatoria nelle scuole spagnole? Non si sente mai un dinosauro in via di estinzione?
     Il latino è materia facoltativa, negli ultimi anni era sempre meno richiesto, ora c’è una ripresa. E non mi sento un dinosauro perché cerco di insegnarlo come una materia viva, non tanto la lingua- è ovvio- ma l’influenza che il mondo classico ha avuto sulla letteratura e l’arte e tutto quello che è intorno a noi. Il mondo classico continua ad esserci, almeno finché non saremo completamente fagocitati dalla cultura del mondo anglosassone d’oltre-oceano. Se si tenesse presente questo, se si studiasse il latino, avremmo una prospettiva diversa, non avremmo più la sensazione di essere nati ieri, ma di essere eredi di una grande esperienza.

 

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