Tu sei qui: Home / Interviste / Autori / MARCO DE FRANCHI

MARCO DE FRANCHI

creato da Giovanni Scalambra ultima modifica 27/10/2013 14:54
Stradanove incontra l’autore del sorprendente romanzo horror “Il giorno rubato”, un gioiello che spaventa, stupisce e rapisce

Un horror che fa paura, che stupisce, che non puoi smettere di leggere. "Il giorno rubato" è stata una delle sorprese dell'anno (per il sottoscritto la più grande) nel campo della letteratura horror italiana.

Abbiamo incontrato l'autore, Marco De Franchi, e ci siamo fatti raccontare com'è nato quel suo piccolo grande gioiello.


Da dov'è uscita l'idea geniale (il giorno che pare mai esistito) che dà il via al libro?

Da dove nascano le idee per me è e sarà sempre un mistero. Quelle buone, poi, germogliano in luoghi e in momenti che non ti aspetteresti mai. Nel caso del Giorno Rubato, devo essere sincero, l’idea é nata dormendo. Nel senso che un  giorno, al mio risveglio, questa follia un po’ buzzatiana di un giorno scomparso del tutto dalla memoria degli uomini ha cominciato a frullarmi nella testa senza sosta, costringendomi a metterla sulla carta e ad immaginarne le implicazioni. Probabilmente è stata anche il frutto di elaborazioni inconsapevoli di pensieri  e letture pregresse. Era un periodo in cui avevo deciso di tornare alla narrativa fantastica dopo una lunga pausa e questa esigenza deve avere stimolato qualche misteriosa ghiandola della creatività. Almeno credo.


I Cancellatori sono creature capaci di annullare l'esistenza di un giorno intero, di resettare memorie ed emozioni legate a un istante ben preciso. É per questo che fanno paura? Perché possono rubare pezzi di vita che potrebbero anche non ripresentarsi più?

E’ una cosa su cui ho riflettuto soltanto dopo, a romanzo già iniziato, ma in effetti è come dici tu. Se vuoi, il tema del libro è proprio l’ importanza della memoria e del ricordo, senza i quali non saremmo niente. Noi certifichiamo, in qualche modo, la nostra esistenza in vita grazie al passato. Siamo quello che siamo grazie a una serie di eventi, piccoli o grandi, che si sedimentano, attimo per attimo giorno per giorno, fino a formare la nostra “umanità”. Ora, cosa può esserci di più orribile dell’eventualità che creature intelligenti decidano di annullare la nostra memoria, di divorare un pezzo del nostro passato? Sarebbe come se mangiassero un pezzo di noi, no? A me questo fa davvero paura.

 

Nel "Giorno rubato" scopriamo che esiste anche un'altra Roma, sotterranea, sepolta. Quanto c'è di romanzato nel racconto di questo viaggio sotto la città?

In teoria è tutto vero, o almeno plausibile. Sono molti anni che subisco il fascino della Roma ipogea. Mi sono documentato molto e quando ho potuto ho frequentato il sottosuolo della mia città. A venti anni ho cercato e varcato tutti gli accessi esistenti e aperti al pubblico per la Roma di Sotto e ne sono rimasto influenzato. Al di là della bellezza di certi mitrei piuttosto che di una catacomba, laggiù si respira un’atmosfera davvero speciale. Sotto la città  si snodano, a diversi livelli, centinaia di chilometri teoricamente percorribili. L’idea poi che ogni cunicolo, ogni anfratto sia collegato o collegabile alla superficie è in ipotesi vera. Inoltre Roma poggia davvero su molti substrati, ognuno legato ad un’epoca e di conseguenza a una fase diversa e, man mano che si scende, più antica della civiltà italica. Conosciamo molto poco delle prime popolazioni che hanno abitato le paludi su cui poi è nata Roma e i cui resti sono rimasti imprigionati nel suo sottosuolo. Questa è un’altra suggestione che ho voluto inserire nel romanzo.

 

Quanto é stato importante il lavoro di documentazione per il tuo libro?

Fondamentale. Ma sono stato agevolato dal fatto che ho parlato di cose che già conoscevo. Sono sempre stato un amante dell’insolito e autori come Charles Fort o John Keel infestano da sempre la mia libreria e le mie letture. Non ho fatto altro che recuperare vecchi appunti e qualche rilettura. Se vuoi, la cosa determinante è stato immergermi nuovamente nelle atmosfere e nelle ambientazioni utilizzate da questi e da altri autori così detti cacciatori di misteri proprio per ottenere quell’effetto che spero di aver raggiunto e che chiamerei di “rarefazione della realtà”.


"Il giorno rubato" é scritto splendidamente. Qual é il tuo approccio alla pagina bianca? Metti su carta (sullo schermo) idee e avvenimenti che poi diventano frasi e capitoli o il testo esce già così, permettimi il complimento, perfetto e curato?

Premetto che lo stile e la cura del linguaggio, per me, è determinante in un romanzo. Odio leggere belle storie scritte con sciatteria o con un linguaggio banale. Per quanto riguarda il mio modo di procedere: in genere la mia scrittura è cronologica, anche se a volte anticipo un paragrafo o un brano. Parto da una scaletta sintetica e poi vado avanti. Riscrivo molto, anche perché, per motivi di scarsità di tempo, il mio approccio è spesso discontinuo e quando torno alla pagina ho necessità di rileggere il testo. E poiché non sono mai soddisfatto cancello, correggo, tolgo e aggiungo. Credo molto nel “labor limae” e poi, una volta terminata la prima bozza, mi affido ad amici che mi leggono e mi danno consigli. E allora giù a riscrivere per la centesima volta. Nel caso del Giorno, poi, ho avuto il piacere di “subire” l’editing di due cari amici-scrittori, Luigi de Pascalis, curatore della collana Fantastico Italiano della Lepre, e Errico Passaro.


Anche tu, come Malerba, sei uno studioso/appassionato di fenomeni bizzarri e incredibili?
Come ti ho detto prima, la mia adolescenza è stata spesa in gran parte in una sorta di full immersion nel mistero. A tredici anni ho fondato un gruppo di ricerca che si occupava di parapsicologia, ufologia, archeologia misteriosa e chi più ne ha più ne metta. Mantengo sempre, per metodo, un atteggiamento scettico o quanto meno cauto, proprio come Malerba. Ma non riesco a immaginare un universo che, come dice Carlos Castaneda, si mantenga nei limiti della descrizione che i nostri cinque sensi ci rimandano. Da qualche parte, in qualche modo, c’è sempre qualcosa pronto a sorprenderci. E a spaventarci.


Com'è il libro horror perfetto? Deve far paura? Deve inquietare? Deve sfiorare il soprannaturale o é sufficiente la realtà per raccontare l'orrore?

Negli ultimi anni mi sono messo a scrivere noir. Ho mantenuto il mio modo di affrontare le storie ma mi sono limitato ad evocare una realtà pre-esistente e, di per sé, già abbastanza spaventosa. La paura generata da quel tipo di storie è strettamente legata al dolore, fisico o mentale, o alla disperazione esistenziale che producono certe situazioni.  L’horror spinge invece verso un’altra forma di terrore. Che travalica la semplice paura di morire o di soffrire. Un buon romanzo o film horror, secondo me, deve avere la capacità di arrivare a toccare quest’altro tipo di paura. Che, proprio perché più profonda di quella normalmente evocata che so da un serial killer o da un assassino di mafia, è più difficile da descrivere. E’ annidata in corde che a volte non sappiamo di possedere. Perché riguardano la parte meno razionale di noi, quella più vicino alla follia. Probabilmente ha a che fare con la nostra angoscia più definitiva: cosa c’è dopo? Dopo la morte? Dopo tutto questo? Le storie che preferisco, in questo senso, sono quelle che mi spingono a pormi queste domande. E quella successiva: non è che dopo le cose siano ancora peggio?


Il libro e l'autore che hanno segnato la tua "carriera" di lettore e scrittore.

Difficile dirlo. Ce ne sono molti. Alcuni che non  hanno niente a che vedere con l’horror. Banalmente, Stephen King è l’autore che più mi è congeniale, ma parlo da lettore più che da scrittore.  Se vado indietro nel tempo, alle origini, credo che abbia deciso di scrivere storie intorno ai dieci anni dopo aver letto Salgari. Quando mi dissero che non s’era mai allontanato da casa per scrivere i suoi romanzi, rimasi folgorato. Accidenti, forse potevo farlo anch’io!


Un libro horror poco conosciuto ma che reputi assolutamente da recuperare.

Te ne cito due che non possono annoverarsi tra i meno conosciuti, sono anzi dei classici, però piuttosto vecchi e forse poco conosciuti tra gli appassionati più giovani.  Parlo di “Brucia Strega Brucia,” di Merritt e de “Il Battesimo del Diavolo”, di Dennis Wheatley. Sono due romanzi veramente spaventosi, imperdibili, che toccano appunto quelle corde nascoste di cui dicevo prima. Ho paura però che siano piuttosto difficili da trovare.


Il migliore - o almeno quello che più ti piace - racconto che hai scritto. Di cosa parlava? Dove possiamo leggerlo?

Farei prima a dirti quali sono i miei racconti peggiori, che sono tanti. Difficile poi perché come ti ho detto negli ultimi anni ho pubblicato solo racconti noir e thriller. Gli horror risalgono alle mie prime collaborazioni con Gianfranco de Turris che con le sue belle antologie faceva conoscere i migliori autori italiani di narrativa fantastica. Un racconto di quel periodo che mi diede le mie prima soddisfazioni dal punto di vista delle recensioni fu pubblicato, però, in un’antologia curata da Gabriele La Porta per Newton & Compton. S’intitolava “Metropolitano Orrore” (e l’antologia era “Racconti di Tenebra”) e parlava di una setta di senzatetto romani che attirava ignari passanti in un incubo sotterraneo in cui venivano divorati. Purtroppo libro e racconto sono oggi introvabili. Io ne custodisco una sola copia!


Hai scritto sceneggiature per Lancio Story e Skorpio. Come lavori a una storia breve, oltretutto a fumetti, con un disegnatore che dovrà interpretare con segni e colori le tue indicazioni scritte?

Purtroppo non scrivo più sceneggiature per fumetti da molto anni. All’epoca, la collaborazione con le due testate dell’Eura Editoriale mi dava molta soddisfazione, anche economica confesso. Tentai anche il salto con il fumetto di qualità (non che Lanciostory e Skorpio non pubblicassero fumetti di qualità, anzi, ma il loro target era più pulp). Scrissi qualcosa con Maurizio di Vincenzo, oggi grandissimo disegnatore, tra le altre cose, di Dylan Dog e poi dovetti lasciare Roma e persi i miei contatti. E’ stato divertente finché è durato. Anche perché sono anche un appassionato di cinema e per scrivere una sceneggiatura per un fumetto in qualche modo bisogna utilizzare il linguaggio cinematografico. Il problema con Eura era che noi autori consegnavamo il testo definito e poi non sapevamo a quale disegnatore sarebbe stato dato l’incarico di illustrarlo. I risultati erano a volte grandiosi, come appunto con i disegni di Maurizio di Vincenzo, altre volte disastrosi. Scrivere fumetti, comunque, è un’ottima palestra. Ti insegna la sintesi, ti permette di affinare la cura del dialogo e scopri quanto vale il motto di Gianbattista Marino :  “è del poeta il fin la meraviglia, chi non sa far stupir vada alla striglia!”.


Stai lavorando su un altro romanzo?

Per scaramanzia non dovrei parlarne. Ma ti dirò. C’è già un romanzo pronto – da rivedere – che è un horror per, come si dice oggi, “young adult”. E ci sono un paio di progetti in cantiere. A uno tengo molto e ti dico solo che riguarda il rapporto con i morti e con la possibilità di comunicare con loro. Sono nella fase finale della documentazione e vivo immerso, praticamente, tra libri, articoli e immagini che parlano di apparizioni spettrali e voci dall’aldilà. Ne uscirò ancora più stonato?

 

 

Etilometro

Etilometro on-line

Consulenze online

piccolo chimico

Piccolo chimico

Gioco azzardo

Gioco d'azzardo

Prevaricazioni e bullismo

Prevaricazioni e bullismo

Servizio civile

Servizio civile

scrivici