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NEEL MUKHERJEE

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 24/11/2016 13:13
"Penso che ogni scrittore debba scendere a patti con il luogo in cui è nato". L'intervista all'autore realizzata da Marilia Piccone il 18 novembre 2016 in occasione del BookCity di Milano.
NEEL MUKHERJEE

Foto dal Blog "Leggere a Lume di candela" di M. Piccone

È giovane, è affabile, ha un sorriso luminoso, ha voglia di parlare del suo libro, si sente la passione nella sua voce. Ascoltiamo quello che Neel Mukherjee ci dice in più sul suo romanzo- un libro che io ho letto con passione.

 

 

Per scrivere un romanzo come questo, per disegnare un arazzo così vasto, ci deve essere un punto di inizio. Qual è stato per Lei il punto di inizio? Un luogo? Un personaggio? Un avvenimento?


È una domanda difficile. In realtà non ricordo se volevo scrivere la storia di una famiglia di Calcutta in un momento critico della storia dell’India o se volevo scrivere del cambiamento dei tempi, di una famiglia negli anni ‘60 e della collisione con il movimento Naxalita. Non so che cosa sia venuto per primo. Di certo volevo scrivere un romanzo sul Bengala, penso che ogni scrittore debba scendere a patti con il luogo in cui è nato. Questo era il mio ambiente, la mia città, la mia cultura e io volevo scrivere un libro che tenesse conto di tutto questo. Il romanzo parla di anni prima che io nascessi, ma era quello che sapevo del Bengala, quello che sapevo del mio mondo, anche se adesso non è più del tutto mio. Adesso vivo a Londra e sono un Indiano che vive a Londra, non del tutto indiano, non certamente inglese, sono una creatura anfibia.

 

 

Mi chiedevo anche come ha proceduto nella stesura del romanzo- ci sono tante trame, tanti filoni. Come è riuscito a seguirli tutti? e Le ci è voluto tanto tempo per scrivere il libro?


No, non mi ci è voluto tanto tempo, tre anni. (A questo punto non posso fare a meno di ridere, pensando a scrittori che pubblicano due libri all’anno). Ho una mente organizzata, prendo appunti, pianifico certi temi- dovevo tenere in mente tutti questi filoni. Mi piacciono i romanzi con una bella struttura, mi piacciono i romanzi complessi e mi sono messo all’opera con una struttura che comprendeva molti personaggi. Sono stato molto ambizioso. E sono fortunato che riesco a tenere tutto nella mia testa.

 

 

Ho pensato che forse faceva come Dickens che scriveva su una pagina dividendola a metà, su due colonne, per non fare confusione.


Ci ho pensato, a dire il vero, perché scrivo a mano, ma no, non l’ho fatto.

 

 

Nel libro si parla di un Nord e di un Sud di Calcutta: c’è una così forte divisione tra il nord e il sud della città?


Sì. Il Nord di Calcutta è la parte più vecchia, più ricca, abitata dalla borghesia. Il Sud è più recente ed è la parte che ha accolto i rifugiati dal Bangladesh nel 1971. La Calcutta settentrionale è snob e guarda la Calcutta del sud dall’alto al basso, disprezzandola. Succedeva al tempo del mio romanzo e succede ancora adesso.

 

 

Il romanzo è ambientato alla fine degli anni ‘60 e all’inizio dei ‘70: è stato quello un periodo di grandi cambiamenti?


Il movimento Naxalita è una manifestazione della necessità di cambiamenti, dell’esigenza di una maggiore uguaglianza tra la popolazione. Gli anni ‘60 furono un periodo di cambiamenti, un tempo di grandi ideali in tutto il mondo. Allora sembrò che il mondo avrebbe cambiato direzione, che avrebbe imboccato la strada dell’idealismo, ma è stato un fallimento. Anche nel Bengala sembrò che ci dovesse essere un cambiamento ma poi non fu così. Poi ci fu l’avvento del capitalismo più o meno ovunque e il capitalismo segnò la fine dell’idealismo e si radicò dappertutto. Il capitalismo finanziario significò grande ricchezza per pochi. Tutti i problemi che stiamo affrontando oggigiorno risalgono alla sconfitta della rivoluzione idealista.

 

 

Tre generazioni di Ghosh vivono nella stessa casa: è ancora comune oggigiorno che le famiglie vivano tutte insieme? O è così solo in certe parti dell’India?


Non si tratta tanto di una distinzione geografica ma economica. Le famiglie non vivono più così spesso insieme nelle città, per lo più quando avviene è per motivi economici, perché non ci sono abbastanza soldi per abitazioni separate. Sì, certo, le famiglie sono anche meno numerose adesso- c’è stato un programma di pianificazione famigliare per limitare l’aumento della popolazione. È stato un programma dal risvolto fascista che prevedeva anche la sterilizzazione maschile. Negli anni ‘70 e ‘80 la propaganda era per un massimo di due figli per famiglia.

Comunque penso che oggigiorno la famiglia che vive insieme, riunendo più di due generazioni, è un’idea e non la realtà.

 

 

Purba, la giovane vedova della famiglia Ghosh, è un bel personaggio di grande dignità. Come sono considerate le vedove in India al giorno d’oggi?


Negli anni di cui parlo nel romanzo, la condizione delle vedove era tremenda. Poi, come sempre in un paese grande quanto lo è l’India, dipende dalla casta e dalla condizione economica. Le vedove sono sempre oggetto di pietà e non sono trattate con gentilezza.

 

 

La seconda narrativa all’interno del romanzo riguarda il giovane Ghosh che si unisce ai Naxaliti ed è un potente contrappunto alla prima narrativa, dei ricchi Ghosh. La violenza è da condannare, però si capisce perché i Naxaliti abbiano dovuto ricorrervi. Sono ancora attivi i Naxaliti oggi? Perché il movimento Naxalita si diffuse soltanto in certe aree dell’India?


Il movimento Naxalita si diffuse soprattutto nel centro e nel sud dell’India. Perché? Perché il nord è stato governato meglio, perché le stanze del potere, a Delhi, hanno amministrato meglio. Inoltre, nelle zone dove agirono i Naxaliti, le compagnie minerarie hanno fatto di tutto per strappare la terra ai contadini. C’erano grandi interessi in gioco- miniere di ferro, di magnesio, di alluminio, di metalli pesanti. La rivoluzione Naxalita fu soppressa velocemente ma proseguì in clandestinità. I Naxaliti si sono ripresentati come maoisti negli anni 2000. Si tratta di molti gruppi che agiscono indipendentemente gli uni dagli altri. Usano la violenza, ma anche la repressione del governo è estremamente violenta. Negli anni 2008-2009-2010 i maoisti hanno raggiunto il massimo del potere ma poi sono stati stroncati dal governo. I loro ideali erano giusti e comprensibili: volevano liberare i contadini che sono sempre stati sfruttati, che non hanno mai avuto nessuna sicurezza né economica né sanitaria. I Naxaliti prima e i maoisti adesso vogliono ottenere i diritti per loro. È la distribuzione della ricchezza che non ha funzionato. E la violenza è l’ultima risorsa di chi non ha speranza.

 

 

Gli scrittori sono ormai molto spesso in giro per il mondo per promuovere i loro romanzi. Mi domando se abbiano ancora il tempo per leggere i libri di altri scrittori: Lei legge?


Leggo tantissimo, non potrei scrivere se non leggessi. Mi piace la fantascienza, mi piacciono Jeff VanderMeer, Karen Joy Fowler, Vernor Vinge. E tra gli autori di fiction, Joy Williams che per me è una scrittrice da Nobel, Joseph Roth- ho amato immensamente “La marcia di Radetskij”, e poi Jenny Erpenbeck che trovo straordinaria.

 

 

 

Intervista a cura di Marilia Piccone

 

 

Nella sezione "Libri" trovate la recensione di Marilia Piccone al libro La vita degli altri di Neel Mukherjee.

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