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PAOLA MARAONE

creato da Luca Fiorini — ultima modifica 21/08/2012 12:40
Intervista all'autrice del libro 'Tutto quello che so della vita l'ho imparato da Sex & the city'

Penna di punta del settimanale Gioia e possibile erede italiana di quella scrittrice americana col debole per le scarpe a tacco alto e gli amori che faticano a calzare, Paola Maraone, nota blogger e giornalista, conduce Stradanove.net sulla sua personalissima Fifth Avenue di considerazioni in rosa e domande-risposta a tinte forti, dissacrando come solo Carrie & Co.  saprebbero fare sui temi più cari alla più cara maison di moda e modi in formato telefilm, con curiosi pink-link a canzoni, citazioni, vicende e personaggi di tutto il cosmo(politan).

 

Se la rubrica Sex and the city  del New York Observer  e l’omonimo libro-raccolta degli articoli pubblicati da Candance Bushnell sul settimanale americano sono stati il punto di partenza da cui gli autori del telefilm hanno tratto spunto per l’ideazione della serie tv, da dove nasce, nel tuo caso, lo stimolo alla scrittura di questo personale vademecum carriebradshawttiano?
   Quando ho guardato Sex and the city per la prima volta ho reagito quasi con timidezza: una sorta di imbarazzo discreto rispetto a qualcosa da cui mi sentivo piuttosto lontana. Poi, progressivamente, il mio rapporto con il serial si è fatto sempre più vivace fino a divenire compulsivo, quasi fosse una piccola, deliziosa ossessione: prendevo appunti, trascrivevo le migliori battute. L'impressione era quella che ci fossero slogan capaci di dare conto, in maniera realistica e lieve ma non senza disincanto, di quel che stava capitando alle donne a cavallo fra la fine del ventesimo secolo e l'inizio del terzo millennio, con straordinaria universalità nel raccontarne reazioni e relazioni. Rileggendo quegli appunti, in un secondo momento, vi ho intravisto un filo conduttore, uno squisito gioco di rimandi dal quale, in maniera poco pretenziosa e con tono confidenziale, sarebbe stato divertente trarre delle lezioni di vita condivisibili: è stato a quel punto che mi sono inventata, grazie a un brainstorming assieme alle amiche e in presenza del mio editore, una serie di cappelli sotto i quali sistemare una lista di capitoli che rispondessero all'affermazione “Tutto quello che so dalla vita l'ho imparato da Sex and the city”. Ho immaginato le lettrici come fossero amiche con le quali chiacchierare la sera, davanti a un calice di vino. E' stato come un gioco ragionato, una svagata e schietta trasposizione dallo schermo su carta.


Qual è il personaggio della serie in cui ti sei più riconosciuta? E quale quello che credi possa andare per la maggiore fra le telespettatrici?
   So che alle telespettatrici piace molto Samantha Jones: questo non è emerso solo da gruppi di amiche e conoscenti ma anche, più in generale, dagli incontri di presentazione del mio libro e su numerosi forum sparsi per il web. Molte donne si identificano in Samantha, così risoluta nel dire la verità anche quando è scomoda e incapace di provare vergogna per il suo essere anticonformista e un po' trasgressiva, o per i tuo aspetto fisico ammirevole seppur imperfetto. Io stessa ho l'impressione che sia lei quella con la sesta marcia, la donna lungimirante e determinata nel guardare al futuro nonostante sia anche – ironia della sorte nella serie  - la meno giovane d'età. Ammiro dunque Samantha pur assomigliando molto più a Carrie, anche per via dello stesso mestiere, mentre guardo perplessa a Charlotte, la più bon ton di tutte, e sorrido divertita di fronte a Miranda.

 

Nel corso di una recente conferenza stampa Kim Cattrall (Samantha) ha espresso il pensiero secondo cui la vera forza di un serial come questo sia nel porre in luce la complessità femminile, il fatto che le donne siano spesso sfaccettate molto più degli uomini e certamente non riducibili – testualmente –  “a semplici madonne o puttane”. Credi che questa lettura sia rappresentativa dei quattro personaggi di Sex and the city e delle loro storie?
   Penso di si: quella della “sfaccettatura” femminile è una storia assolutamente vera. Noi donne amiamo usare questa parola per ribadire che gli uomini sono tagliati con l'accetta contrariamente al nostro essere tetraedriche e irregolari come i diamanti, tanto per citare un oggetto caro alle protagoniste di Sex and the city. Le generalizzazioni che si possono compiere ragionando sulle differenze fra generi sono tuttavia un terreno pericoloso e piuttosto sdrucciolevole: ciò che conta è  che la chiave di lettura sia sempre quella dell'ironia, evitando di prendersi troppo sul serio.

 

Fra le trenta-quarantenni degli anni ’90 e quelle di oggi, protagoniste di quel co.co.pro. sentimentale di cui parli nel capitolo dedicato ai principi-rospi-porci, quali pensi possano essere i fili rossi e quali, invece, quelli spinati? Cosa è cambiato, se qualcosa è cambiato?
   Credo che negli anni '90 le donne abbiano cominciato a percorrere, con tutti i loro passi, un sentiero - quello del precariato sentimentale - certo già intrapreso con la rivoluzione del '68 e negli anni successivi, ma che in quella fase storica, e ancora oggi, ha “fatto scuola” molto più di allora. Il mio timore è che quello del “principe azzurro” diventi un obiettivo imprescindibile, una ricerca forzata e poco ragionata sulle cui tracce si finisca per procedere attraverso scarti successivi, liquidando uomini per i loro calzini orribili o per il loro essere chef disastrosi e amici poco solidali della tavoletta del water alzata. Questo è tipico di noi donne, ma se il gioco funziona quando si hanno vent'anni, col passare del tempo il rischio è quello di ritrovarsi a spasso, disperate peggio delle casalinghe dell'omonima serie e confinate sul punto di non ritorno dell' “ormai è troppo tardi”. Ed essere precarie in amore come professionalmente, se da una parte è deleterio e frustrante, dall'altra è spesso un alibi per rinunciare al coraggio di osare, all'azzardo nel decidere, alla possibilità di colpi di testa e scelte onerose. Rimandare il buon momento è anche un'attitudine maschile, ma alle donne è imputabile una responsabilità precisa: il famoso ticchettio dell'orologio biologico arriverà un giorno inesorabile, puntuale più che mai. Quella delle “relazioni a termine” è dunque la vela maestra sulla quale si continua a navigare a vista, negli anni 2000 come nel decennio passato, senza alcun cenno di inversioni di tendenza.


Credi che la disparità biologica, sentimentale e lavorativa fra i due sessi possa essere disgraziatamente considerata sempre di moda? 
   Ahimè, sì: è ancora vero che gli stipendi fra uomini e donne sono assai dissimili; ed è così sopratutto in Italia, dove la differenza media nelle retribuzioni mensili si aggira intorno al 20%, senza contare l'odiosa pratica delle “dimissioni in bianco” che molte lavoratrici hanno dovuto sottoscrivere  per assecondare le aziende datrici. Molto spesso, tuttavia, siamo proprio noi donne le peggiori nemiche di noi stesse, sfoderando un'abilità ammirevole nel discriminarci reciprocamente anziché far fronte comune. Ho di recente analizzato la questione scrivendo un'inchiesta dal titolo “Donne che odiano le donne”: ci sono un sacco di casi di mobbing al femminile, episodi che messi a confronto coi più dichiarati corrispettivi maschili risultano certamente sotterranei e meno guerrafondai, ma ci sono. E il nostro Paese non sta facendo, in questa direzione, nessun passo avanti: c'è un grosso vuoto delle istituzioni intorno ai servizi rivolti alle famiglie e, mediamente, una donna su quattro è costretta a dare le dimissioni dopo la maternità non sapendo a chi affidare i figli. D'altro canto, il numero degli uomini che rinunciano al proprio lavoro e scelgono di stare a casa ad occuparsi dei bambini in favore della carriera della propria compagna è talmente modesto da apparire del tutto irrilevante.


Cos’è che rende il sesso – presente in questa serie sin dal titolo – così esplicito eppure sempre accettabile e “decoroso” in ogni sua forma e contestualizzazione?
   Dobbiamo certamente ringraziare gli americani, che queste cose le sanno raccontare: ho come la sensazione che se lo stesso fosse stato fatta in Italia, coi nostri attori e ambientazioni e magari dialoghi coincidenti o similissimi, il risultato non sarebbe stato minimamente comparabile. Il “Made in Usa” ha fatto la differenza, rendendo credibile quel modello e facendocene apprezzare la naturalezza e l'ideale di emancipazione. Credo che le scene di intimità, che pure in Sex and the city sono talvolta molto esplicite, non risultino mai sporche o volgari per l'abitudine dei partner televisivi (e degli americani in genere: a scuola come sullo schermo) nel dirsi le cose senza imbarazzo, parlando di sesso oltre che facendolo, ed essendo nudi in ogni senso, con ogni senso. In Italia c'è molta pudicizia: qui le vere porcate si fanno altrove.

 

“Non ridete ma forse siamo noi le anime gemelle l'una dell'altra e lasciamo che gli uomini siano quegli straordinari ragazzi carini con i quali divertirsi”, conclude Charlotte sui destini di tutte e quattro, in una puntata della quarta serie: è questo che accade realmente quando fra donne non c’è competizione ma amicizia solidale?
   Si, è quello che può accadere davvero ed è un tema di eterno confronto fra le donne, che ciclicamente e invariabilmente finiscono per concludere che “gli uomini sono tutti uguali e come ci capiamo fra noi, nessuno mai”. Oltre a ciò, bisogna tener conto della diversa modalità con cui i due mondi stringono rapporti coi propri simili: pur detestando pensieri stereotipati e discorsi sessisti, ho l'impressione che un gruppo femminile tenda ad essere molto più disinibito e imperturbabile nel descrivere il proprio stato emotivo rispetto a come si potrebbe comportare una cerchia di amici. Difficilmente, infatti, ci capiterà di sentir un uomo esclamare “siamo noi maschi le anime gemelle di noi stessi”.

 

La parola SMS è tradotta nel tuo libro con la formula ”Strane Manie da Single”: credi che i tanti mezzi di cui oggi si dispone per accorciare le distanze siano considerabili, per i rapporti di coppia, una mano dal cielo o una cieca mannaia?
   Le protagoniste di Sex and the city, serie girata in una fase storica in cui internet , le chat ed gli sms erano già piuttosto diffusi e potenti, potrebbero rispondere al posto nostro: Carrie, Miranda, Charlot e Samantha sono donne che preferiscono di gran lunga il contatto umano vero e proprio, incontrandosi fuori e dentro casa sia tra loro che coi rispettivi uomini. Le loro storie non sono disseminate di relazioni virtuali ossessive come è invece possibile notare in altri serial televisivi, e il loro modo di vivere con prioritaria disinvoltura i rapporti reali, pur non rinunciando alle possibilità del virtuale, può suggerirci la risposta. Mail ed sms, per altro, danno spesso adito a una serie di fraintendimenti fenomenali: io stessa, che pure scrivo di mestiere, sono riuscita a lasciarmi travisare via messaggio nei modi più impensati finendo talvolta per dar vita a liti furibonde, che di telematico e irreale avevano ben poco.


Stradanove.net rivolge ad adolescenti e giovani adulti una rubrica di orientamento sessuale e affettivo chiamata “Sesso e volentieri”, cui gli utenti possono rivolgersi in anonimato consultandone gli esperti. Quale credi possa essere, oggi, nell’era di Youporn e del sesso che si lascia trovare persino negli spot pubblicitari, la difficoltà maggiore di un ragazzo/a nel rapportarsi a questa dimensione?
   Credo che la difficoltà maggiore stia nel rimarcare la distinzione fra virtuale e reale: su Internet capita sempre più spesso di incappare in ragazzini che si spacciano per persone adulte costruendosi identità fittizie, o web cam-girls minorenni che si fanno riprendere e fotografare in pose erotiche: si tratta di giovanissimi che spesso, nel privato, non hanno nemmeno mai dato un bacio con la lingua. Viene da pensare, dunque, che il maggiore problema della nuova generazione di adolescenti-internauti sia quello di riuscire ad operare una distinzione fra l'idea che sul Web sia tutto possibile e ciò che è invece realmente concretizzabile in un contesto quotidiano di vita off line. E' paradossale, per questo, sentire mamme rassicurate all'idea che il figlio non giochi in strada ma passi il proprio tempo libero in camera, davanti al portatile: la meno complessa delle connessioni basta ad aprire un mare magnum di possibilità infinite, tra le quali il rischio è quello di non saper scegliere. Il mondo – Carrie Bradshaw insegna  – è un luogo che non va solo letto, ma frequentato.

 

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