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PATRIZIO PACIONI

creato da Simonetta De Bartolo — ultima modifica 23/08/2012 11:52
Quattro chiacchiere col papà del commissario Leonardo Cardona
PATRIZIO PACIONI

Patrizio Pacioni

In questi ultimi tempi si sente parlare sempre più insistentemente di un certo commissario Leonardo Cardona, detto il “Leone di Monteselva”. Ho azzardato, così, un’intervista nientedimenoche a colui che gli ha dato vita: lo scrittore Patrizio Pacioni.
   Per chi ancora non mi conoscesse, il mio punto di vista è che per conoscere lo stile e il “messaggio” di uno scrittore ci sono i suoi libri: in questo senso dico da sempre che è meglio leggerne uno dall’incipit alla parola “fine” che sorbirsi centinaia di recensioni.
   Il fine che mi prefiggo io, invece, è quello di conoscere (e far conoscere) meglio alcuni aspetti del lavoro e della personalità degli autori che incontro.

Ho da sempre avuto l’impressione che ogni tua idea sia come il tappo di una bottiglia di spumante che vola via, lo scocco di una freccia, un tiro al bersaglio. Sappiamo l’età, ma… come e quando nasce il commissario Leonardo Cardona? Nel “caos”? In modo estemporaneo?

   Nella vita di uno scrittore prima o poi, inevitabilmente, capita che uno dei suoi personaggi, ideato in origine per ricoprire un ruolo secondario in una storia nella quale sono altri gli interpreti principali, chieda con forza di ricevere maggiore attenzione da parte dell’autore. È precisamente questo il caso del commissario Leonardo Cardona che, nel canovaccio originale di “Seconda B” (il romanzo che uscirà a breve in libreria per le stampe di Edizioni di Latta), avrebbe dovuto interpretare una figura piuttosto di contorno. Col progredire della narrazione, invece, ha finito per imporsi come protagonista assoluto.

Scusa, Patrizio, ma mi sembra di avere capito che tu hai appena parlato di “Seconda B” come se rappresentasse la nascita di Cardona, ma a quanto mi risulta “Essemmesse” è uscito due anni fa e pochissimi giorni fa, per le stampe di Sampognaro & Pupi, è arrivato “Malinconico Leprechaun”.
   Hai capito bene. “Seconda B” è un romanzo di grande respiro, una complessa tragedia corale che coinvolge decine e decine di personaggi. Ho cominciato a lavorarlo all’inizio del 2005 e ho scritto la parola fine nell’estate dello scorso anno. “Essemmesse” e “Malinconico Leprechaun”, invece, rappresentano qualcosa di molto diverso: sono sostanzialmente due appetitosi “spin-off” che, attraverso storie essenziali e molto “veloci”, oltre allo scopo di divertire (Essemmesse) o commuovere e far riflettere il lettore (Malinconico Leprechaun), hanno quello di introdurre alcune caratteristiche personali e professionali di un personaggio come il “Leone” che, mi auguro, è solo all’inizio di un lungo sentiero.

Ecco, proprio in Essemmesse un uomo viene assassinato nei locali della biblioteca a Monteselva, dopo il ritrovamento “di un antichissimo libro di magia e sortilegi”. Mi ricorda Ninna nanna (Mondatori, 2003) di Chuck Palahniuk, in cui Carl Streator, giornalista, indaga sulla “sindrome di morte improvvisa” e va alla ricerca dei testi che contengono una nenia africana che faceva morire dolcemente i bimbi destinati a morte sicura. In uno dei tuoi racconti diffusi in Rete, Monete d’oro e fiocchi d’avena, fanno capolino i folletti del bosco nella moderna Irlanda. Ancora un mix di modernità, mistero e folklore. Perché, secondo te, il folklore ha radici più profonde al Sud e tra le classi subalterne?
   Consentimi di non condividere del tutto questo tuo punto di vista. A mio avviso la magia esercita il proprio fascino, pressoché inalterato nei secoli, sia a nord che a sud, sia pure in modo diverso.
In meridione l’approccio col “magico” e col “misterioso” è principalmente proteso a interpretare il complesso rapporto tra uomo ed entità di altri piani d’esistenza, primo tra tutti quello dei defunti. Pensa alla frenesia dei tarantolati, al sudore e al sangue che segnano le processioni in Sicilia e Campania, così mirabilmente descritte nella letteratura del primo ‘900,  costituendo una specie di anello di congiunzione tra il magico e il religioso.
Al settentrione invece è maggiormente legato alla natura, all’intrico misterioso delle foreste: la presenza delle fate e dei folletti, degli elfi e delle ninfe, rende ancora più suggestivi gli scenari costituiti dai grandi boschi e conferisce ulteriore mistero alle nebbie e alle brume che invadono le pianure e nascondono i monti.

Vampiri, demoni, streghe, spiriti, folletti, timor sacro, leggende, tradizioni, superstizioni hanno lasciato, come i miti greci, tracce nel  sociale. Secondo te, come mai?
   La dimensione “ultraterrena”, per le persone più semplici, può a volte rivelarsi troppo distante dal vissuto quotidiano, in un certo senso troppo “astratta”. Nasce così l’esigenza di domiciliare il soprannaturale (sia nelle sue manifestazioni più semplici che in quelle più complesse) in anditi della geografia e della mente in qualche modo più accessibili. Gli Dei greci abitano in cima all’Olimpo, lontani sì, ma al tempo stesso raggiungibili. I folletti e le fate, come abbiamo detto prima, popolano il folto dei boschi e le fonti, il Vampiro dorme in una bara colma di terra sconsacrata, dietro alle mura di un castello, alte ma comunque valicabili, a volere sprecare un po’ di fatica. Sono lì, abbastanza lontani da non farci paura (non più di tanto, perlomeno), ma al tempo stesso abbastanza vicini da poterne almeno intuire la presenza arcana.

Gli sms, “protagonisti” dell’omonimo romanzo e del racconto Monete d’oro e fiocchi d’avena, con cui hai partecipato al concorso L’Irlanda nel cuore, e il romanzo breve di prossima uscita, Malinconico Leprechaun, quasi un livre de poche, sono certamente mezzi di comunicazione più economici rispetto ad altri. E’ una tua scelta per rispondere alla moderna esigenza di comodità e velocità?
   Credo che quella dei cosiddetti messaggini sia una delle innovazioni che più hanno contribuito a trasformare il modo di esprimersi -dunque di vivere- delle nuove generazioni, e non solo di queste. Lasciando da parte il pur non trascurabile aspetto della rivoluzionaria accelerazione delle comunicazioni, e delle conseguenti implicazioni socio-culturali del fenomeno, mi sembra che, dal mio punto di vista (cioè quello di uno scrittore), il vero nodo sia un altro. Mi riferisco al limite dei 160 caratteri,  oltre il quale scatta la terribile penalità della “seconda pagina” con conseguente raddoppio della tariffa; uno spauracchio che ha costretto gli utenti a ingegnarsi in un’estrema opera di “risparmio” di caratteri nella costruzione delle parole, con ingegnose abbreviazioni e sempre nuovi accorgimenti (frequentemente di origine algebrica, come la x in luogo di “per”, l’uso di segni grafici come il + e il – in luogo delle equivalenti parole etc. etc.) accelerando un processo, probabilmente già in corso, di estrema sintesi comunicativa. Esprimere un concetto ricorrendo al minor uso di vocaboli possibile è diventato, più che una facoltà, un obbligo. E, a lungo andare, questo non potrà non avere incisivi riflessi anche sul modo di esprimersi di noi “professionisti della narrazione”. Con “Malinconico Leprechaun”, mi sembra, si dimostra -ad abundantiam- come non sia necessario un volume alto quattro dita per intraprendere nell’animo umano viaggi anche molto profondi e suggestivi.

Di solito mi trovo a chiedere agli autori che intervisto se siano favorevoli o contrari ai corsi di scrittura. Per te, invece, che diversi corsi di scrittura creativa già li hai tenuti, la domanda è la seguente: scrittori si nasce o si diventa? È fondamentale avere talento?
   Il talento è una premessa necessaria per avere la possibilità di raggiungere l’eccellenza, ma da solo non basta. Va educato, raffinato, finalizzato, e ciò richiede applicazione e tempo, dunque fatica. È vero però anche il contrario: in mancanza di una predisposizione naturale non saranno sufficienti tutti i corsi di scrittura del mondo per trasformare un onesto lavorante della penna (o di word) in un autore da Nobel per la letteratura o in una macchina da bestseller.

Un consiglio da Maestro di scrittura e un altro da… Maestro di scacchi? (ndr: Patrizio Pacioni ha coltivato per molti anni il gioco, raggiungendo la non disprezzabile categoria di Candidato Maestro).
   Sia l’uno che l’altro, nel momento in cui si apprestano a entrare in azione devono aver presente la situazione da cui stanno prendendo le mosse e l’obbiettivo che intendono raggiungere. Nell’uno e nell’altro caso poi, probabilmente, gli avvenimenti non si svolgeranno del tutto secondo quanto programmato: c’è sempre una mossa non prevista da parte dell’avversario, c’è sempre una svolta narrativa che viene a sconvolgere il canovaccio iniziale. Ma se la bussola funziona e l’ago indica chiaramente il nord, allora il cammino non potrà che essere spedito e condurre alla giusta meta. O almeno a una delle tante “giuste mete” raggiungibili nel mondo della fantasia e della creatività.

Consideri lo stile, cioè “Le Impronte” (per usare il nome della compagnia teatrale che hai fondato) digitali di uno scrittore, un tallone di Achille o un punto forza?
   La compagnia teatrale in cui mi diverto a fare il guitto per prima cosa non è solo puro divertimento, ma costituisce anche un’ottima disciplina personale che, oltretutto, in sede di presentazioni, conferenze o eventi vari, mi consente di affrontare il pubblico senza alcuna apprensione. In secondo luogo si tratta di un’esperienza che mi avvicina ancora di più al teatro, anche e soprattutto come autore; potrei dire che ho cominciato a scrivere copioni per gioco, ma da tempo il gioco comincia a evolvere in una autentica passione. Un’altra che si aggiunge alle numerose altre che già nutro, ebbene sì. Per ultimo, credo che per un autore dare personalmente volto e voce a un personaggio, che egli stesso ha creato, rappresenti davvero un’enorme gratificazione. Quanto a ciò che per uno scrittore rappresenti il proprio stile, mi sento di risponderti che, trattandosi di qualcosa che lo qualifica, differenziandolo da tutti gli altri, rendendolo unico per il proprio lettore…
Arrivato a questo punto puoi concludere la mia frase da sola, non ti sembra?

Titoli come La donna che visse due volte e L’uomo che sapeva troppo, due dei più noti film di Alfred Hitchcock, hanno già in sé un assaggio di intrigo, suspense e mistero. Quanto influisce, a tuo giudizio, a livello psicologico, di prim’acchito, il titolo di un libro?
   Il titolo di un romanzo è come l’ingresso di una casa: ci si deve passare per forza per arrivare al salone, e, attraversandolo, lascia comunque addosso all’ospite un certo imprinting che influenzerà poi il giudizio sull’intero appartamento. Ti sei mai chiesta quanto successo avrebbe avuto “Via col vento” se l’autrice avesse scelto come titolo un pur non menzognero: “La storia di Rossella”? O se per il film “Titanic” uno sprovveduto produttore avesse optato per “Un naufragio nell’Oceano”?

Cosa speri che le interessanti tavole illustrative di Fabio Follia, in Essemmesse, suscitino nel lettore?
   Qualora ancora tu non lo sapessi, ti informo che le matite di Fabio mi faranno compagnia anche su “Malinconico Leprechaun”. Anche in questa occasione si tratterà di 8 tavole in b/n che fisseranno in immagine alcuni dei momenti più significativi della storia. L’idea di collocarle in questi primi due “spin-off” destinati a presentare al pubblico il mio amico Cardona è derivata da suggestioni legate al periodo della mia personale “scoperta della lettura”… quindi a diversi anni fa…
Prima il Pinocchio illustrato, che mi fu regalato per la Prima Comunione, poi le tavole del Dorè che impreziosivano la peraltro spartana Divina Commedia sulla quale aveva spremuto i sudori di studente liceale mio padre, ancora dopo una splendida edizione della Storia d’Italia scritta da  Giusti: ricordo che, non appena mi era possibile, mi intrufolavo nello studio del mio anziano zio per trafugare dalla sua biblioteca ora l’uno ora l’altro dei voluminosi libroni rilegati in rosso. Ricordo ancora con piacere e con un pizzico di malinconia le sensazioni forti che suscitavano in me quelle magiche tavole a colori, con la retorica ma suggestiva estetica popolare e al tempo stesso marziale propria del ventennio fascista. Poi, qualche anno più tardi, con la scoperta della letteratura d’avventura, venne il momento dei romanzi di Salgari, con le immagini dei thugs, delle belve della giungla, delle navi dei pirati, e di quelli  dedicati ai grandi detectives, spesso accompagnati da disegni in bianco e nero che li raffiguravano, puntualmente, impegnati ad affrontare le situazioni più scabrose. E, subito dopo, rimasi affascinato da quei disegni splendidi che, chiusi all’interno di un cerchio, ma protesi direttamente verso il mio cuore e la mia anima, mi richiamavano irresistibilmente verso i gialli Mondatori divorati e collezionati dai miei fratelli.

E’ importante, sicuramente, anche nel giallo, come nei generi affini, tener conto degli effetti psicologici sul lettore. Secondo te, nel giallo, è più facile o più difficile?
   A ben vedere un’opera letteraria non è altro che un silenzioso dialogo a distanza tra chi la scrive e coloro che la leggono: è dunque inevitabile che qualsiasi storia susciti nell’anima di chi l’ascolta o la legge reazioni di ogni tipo, di cui il narratore non può non tenere conto. Questo significa che, al di là dei “generi”, che pure rivestono una certa importanza, l’unica distinzione che io ritengo valida nel mondo della letteratura è quella tra buoni romanzi e romanzi mediocri. Quanto al giallo, così come per ogni libro d’avventura o comunque di “movimento”, una storia che riesca ad appassionare realmente il lettore facilita il “passaggio” di emozioni e concetti anche non strettamente funzionali alla trama. Io la chiamo la dottrina dello zuccherino, attingendo a un ricordo della mia infanzia: per farmi inghiottire il vaccino antipolio mio zio medico metteva una goccia di medicina (amarissima) su una zolletta dolce.

“Linea diretta con il crimine e il mistero”: così è stato definito nel lancio pubblicitario della scorsa estate, l’originale e interessante blog
http://www.patriziopacioni.com/cardona. Sei tu, Maestro, che dirigi ancora una volta l’orchestra? Il tuo programma di partenza? Il tuo obbiettivo? E, considerata anche l’esperienza di www.patriziopacioni.it, il tuo sito personale che si è trasformato ormai da anni in un vero e-magazine, cosa rappresenta la Rete per te?
   Potrei dirti che, una certa sera, Cardona si è presentato a casa mia dicendomi più o meno così: “Caro Pacioni, siamo nel terzo millennio e tutti hanno un blog. Tutti tranne me, però: le sembra giusto?”. E, siccome il commissario era accompagnato dall’agente Gaetano Gargiulo, un colosso di quasi due metri con due spalle larghe così e la faccia non precisamente da cherubino, non me la sono sentito di rispondere picche. Scherzi a parte, l’idea alla base del blog di Cardona è stata fin dal primo momento quella di trasformare i fans del commissario in attivi attori e animatori della oscura città di Monteselva, alla cui costruzione possono contribuire inventandone gli abitanti e facendo loro vivere nuove avventure. Quanto a www.patriziopacioni.it direi che hai perfettamente centrato il problema: l’aspetto promozionale del sito si è ormai ridotto a componente marginale, ma, tutto sommato (checché ne possa pensare il mio editore), a me non dispiace affatto: attraverso il continuo contatto con i miei visitatori ho la possibilità di tastare il polso sia ai lettori che già mi conoscono che, cosa ancora più importante, a quelli potenziali, dai quali ricevo precise indicazioni (a saperle leggere) sia sul gradimento del mio attuale percorso artistico sia su ciò che ci si aspetta da me per il futuro. Tutto questo per dirti che l’utilizzo della Rete, per me come ormai per chiunque voglia vivere e muoversi in un mondo al tempo stesso sempre più complesso e sempre più “piccolo”, non è utile. È indispensabile.

Il giallista e il commissario Cardona vanno d’accordo quando si tratta di prendere in considerazione i delitti veri, quelli messi in prima pagina dalla cronaca, come Cogne, Garlasco, Perugia…?
   In effetti distinguere tra la realtà della cronaca e la finzione narrativa sta diventando sempre più arduo, e si tratta di una difficoltà a doppio senso di marcia, purtroppo. Da una parte il lettore, colpito da avvenimenti effettivamente verificatisi, non riesce più ad apprezzare le suggestioni di un romanzo. Dall’altra c’è gente che, bombardata dalle notizie di “nera”, continuamente rilanciate e amplificate dai media, sembra a volte confondere la fiction con la vita realmente vissuta. Allora l’assassino da criminale si trasforma in divo. Il delitto da azione esecrabile in una scorciatoia seppur distorta per arrivare alla notorietà se non addirittura alla fama.
Qualcosa di ancora più grave si può purtroppo verificare allorché chi è chiamato a svolgere o a dirigere le indagini, magari sotto l’esagerata pressione di un’opinione pubblica in cerca di rassicurazioni e di certezze, ceda alla tentazione di fermarsi all’approdo più veloce e agevole o magari, allorché ci sia un indiziato malvisto, magari sgradevole, a quello più gradito dalla “gente” e dalla “stampa”. Tesi ipotizzate e perseguite con cieca convinzione prima ancora di essere provate, alle quali ci si aggrappa (in un eccesso comprensibile ma non scusabile di autodifesa) anche quando l’evidenza dei fatti le dimostri manifestamente infondate. Di tutto ciò abbiamo purtroppo avuto di recente inequivocabile esemplificazione nel caso terribile di due minori scomparsi e poi ritrovati cadaveri.
Non dimentichiamoci che, se è vero che dietro a ogni delitto c’è sia una vittima che è stata privata del bene più prezioso (cioè la vita) sia la sofferenza delle persone che questo individuo amavano e ne soffrono la perdita, è altrettanto incontestabile che nell’altra “metà campo” esistono degli accusati che hanno diritto a difendersi fino a quando non sopraggiunge la sentenza definitiva e anche oltre, e che comunque meritano quel rispetto dovuto a ogni essere umano, anche al più spregevole.

Hai scritto diversi romanzi. Soddisfatto della critica? Per quale romanzo ti piace essere citato? Perché?

   Pur essendo pacifico che ciascuno di noi vorrebbe scrivere il “libro perfetto”, un’opera che soddisfi i gusti di tutti, di ogni sesso, età, razza e religione, in ogni latitudine e longitudine, che siano nobili “critici” o umili “lettori”, è altrettanto certo che un simile risultato non sarà mai raggiungibile da nessun autore al mondo. Premesso questo, non ho difficoltà a confessarti che, per quanto mi riguarda, quando scrivo presto molto più attenzione al lettore che non al critico. È il lettore che acquista i miei libri, alleggerendo il proprio portafoglio nella speranza di ricevere qualcosa in cambio, non il critico, chiunque esso sia. Quanto alla tua domanda per uno scrittore i libri “so’ piezz’e core”, direbbe Gargiulo, proprio come i figli. Quindi, ammesso e non concesso che ce ne sia uno prediletto... un genitore non dovrebbe mai rivelare quale sia.

Torniamo al tuo “vizietto” del teatro. Anzi, per il momento della recitazione nei ristoranti. Sto parlando della tua piece Il pollastro si mangia con le mani. Autore, regista e attore nel ruolo, che è ormai tuo, dell’inflessibile commissario Leonardo Cardona (detto, non a caso, il “Leone”). È  difficile immaginare per chi non era presente come si può svolgere, in un ristorante, durante la cena, una simile rappresentazione. Mi rendo conto che ogni novità comporta sempre un rischio, ma so anche che il tuo motto è “chi non risica non rosica”, dico bene?

   Il fenomeno del connubio tra gastronomia e intrigo poliziesco è nato e si è sviluppato inizialmente al nord. Si tratta, per dirla in due parole, di un evento che associa un buon pasto al ristorante con la rappresentazione drammatica di un’indagine tesa a smascherare l’autore di un omicidio. Regola essenziale è di tenere distinti e separati i momenti conviviali e quelli dedicati invece allo spettacolo. In certi casi, inoltre, i partecipanti alla cena, riuniti per tavolo, vengono chiamati a misurarsi essi stessi con l’indagine in corso, cercando di individuare a loro volta assassino, arma del delitto e movente alla base del crimine. Quanto ai rischi, hai ragione tu: ogni innovazione ne comporta qualcuno, ma rinunciare ad affrontarlo equivarrebbe -in buona sostanza- a negarsi al progresso.

Se per il Romanticismo poesia è esternare i propri sentimenti con immediatezza, per Patrizio Pacioni scrivere è…

   Scrivere è leggere dentro agli altri e dentro me stesso. Poi elaborare singolarmente le risultanze dell’una e dell’altra lettura. Poi mischiarle insieme, cercando di sintetizzare da caratteri comuni quelli di personaggi di fantasia.
Scrivere è tenere alla corda quel demone che mi abita nell’anima, il quale, se non lo esorcizzassi attraverso la creatività letteraria, probabilmente pretenderebbe di vivere, personalmente e completamente, quelle emozioni con le quali lo alimento e lo placo da ormai così tanto tempo.
Scrivere è comunicare a chi legge le mie opere il mondo infinito che mi sento dentro e soddisfare in questo modo l’eterna curiosità di verificare come vengano interpretati dall’esterno le mie fantasie e (a volte) i miei deliri.
Scrivere è la necessità di affrontare e gestire quella specie di dipendenza che mi spinge a vivere un rapporto molto intimo con la tastiera del mio pc o, in mancanza, con carta e penna (ma in questo caso la difficoltà arriva dopo, quando si tratta di interpretare quanto è rimasto sui fogli di carta, a causa di una calligrafia talmente pessima da risultare spesso incomprensibile anche per me). Una droga della mente e del cuore di cui, me ne rendo conto io per primo, ho bisogno di assumere quantità sempre più sostanziose.

Nella tua sempre vivace produzione, è in arrivo per caso qualche altro… “colpo di scena”?
   Al momento i miei “ragazzi del piano di sotto”, come dice Stephen King, riferendosi agli spiriti, che prendono dimora nei recessi più profondi dell’animo umano e che si occupano di inventare le storie e di elaborarle nella prima fase creativa, mi hanno passato tre romanzi ai quali sto lavorando. Due di essi a quattro mani, in compagnia di altrettante scrittrici con le quali sto lavorando molto bene: Marta Traverso e Valeria Ferri. Ah, a proposito di “donne che scrivono”, ce n’è un’altra, la veneta Lorella De Bon, che collabora con me nella conduzione di due serie di racconti: “Scrittori alla sbarra - Gli interrogatori impossibili del commissario Cardona” e “Le notti di Monteselva”, una saga che si ispira all’attività di volontariato dell’Associazione Medici Volontari Italiani. L’altro romanzo “in cottura” è un nuovo episodio della saga di Monteselva, un caso intricato e torbido che, ancora una volta, sarà chiamato a risolvere il “Leone”, ma…

Ma?

   Oh, di questo “ma” ti parlerò magari nel corso della prossima intervista. Anche nel più luminoso degli ambienti, disse qualcuno, un angolo d’ombra non è mai di troppo.
Figurati in casa di uno scrittore come me.

Intervista pubblicata per la prima volta in Rete su Progetto Babele.

 

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