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PIERFRANCESCO PROSPERI

creato da Marilia Piccone — ultima modifica 23/08/2012 14:19
Scontri di civiltà e religione nell’appassionante romanzo di Pierfrancesco Prosperi “La moschea di San Marco”. Stradanove ha incontrato l’autore
PIERFRANCESCO PROSPERI

Pierfrancesco Prosperi

Iniziamo con una domanda banale che però non ha mai una risposta banale, perché ci sono tante risposte quanti sono i romanzi: quale è stata la scintilla che l’ha spinta a scrivere questo romanzo? C’è stato qualche avvenimento, magari rispecchiato nel libro, che Le ha dato il via?
   E’ da un po’ che avevo in mente di scrivere una storia in cui si confrontassero queste due culture, la nostra, italiana, occidentale, cristiana e quella musulmana. Avevo in mente questo scontro di civiltà, però non riuscivo a trovare un’occasione, una scintilla narrativa che facesse diventare questo amalgama di pensieri una storia. L’idea me la dette l’attentato dell’11 di marzo alla stazione di Madrid: la Spagna ha cambiato regime- e tuttora ha un regime diverso da quello precedente- per un accidente della storia, per un attentato che ha fatto credere agli spagnoli che le cose stessero in un certo modo.
   E’ stato un fatto della Storia che ha provocato una grossa conseguenza politica. Allora mi sono chiesto, ‘perché non immaginare un canovaccio in cui in fondo c’è un cataclisma che fa cambiare il regime politico nel nostro paese?’. Ecco, direi proprio che la scintilla è stata l’attentato dell’11 marzo del 2004 e ho iniziato a mettere giù il romanzo nel 2005, a cui peraltro lavoravo già. Addirittura una scena, quella dei due che bevono insieme in un bar della Tunisia, l’avevo in mente dal 1992, perché in quell’anno andai nel villaggio di Sidi Bou Said nel sud della Tunisia e mi piaceva l’immagine dei due che si confrontano sull’Islam, sulle preghiere, sui cinque pilastri della religione- a distanza di anni ho trovato modo di inserirla in un romanzo.

Ecco, ha parlato di una scena che mi fa saltare ad un’altra domanda che avrei voluto farle dopo. Ci sono questi due uomini che bevono- e non dovrebbero- bere alcolici: è un’idea che affiora nel libro, la domanda se esista il musulmano laico; così come, in un altro capitolo del libro, una delle vittime è l’esponente del sufismo: ci sono quindi delle fratture all’interno del mondo musulmano. Queste fratture che ci sono, la presenza di musulmani per così dire laici, o moderati, la presenza di questa corrente sufista o spiritualista, può servire per arginare la deriva estremista dell’Islam?
   Sì, potrebbe essere la soluzione nella misura in cui le parti moderate dell’islamismo riescono a prevalere. Perché, a ben guardare, lo scontro che c’è in atto adesso, non è tanto lo scontro tra Oriente e Occidente, uno scontro tra civiltà, anche se ne ha l’apparenza. In realtà lo scontro che si sta combattendo è tra le varie anime dell’islamismo, perché ci sono delle parti- Al Qaeda è la punta più evidente- che cercano di prendere di traverso tutti i popoli musulmani, non hanno tanto l’intenzione di conquistare l’Occidente, sanno che non ci riusciranno e forse non gli interessa neppure, ma gli estremisti islamici vogliono conquistare il mondo islamico, l’Arabia Saudita, i paesi moderati come la Tunisia, l’Egitto. E’ questa la partita che si sta giocando. Nel mio libro ho cercato di far capire che l’Islam ha tante anime e non si sa mai con quale abbiamo a che fare perché il problema è chi sia il nostro interlocutore- ogni paese ha il suo Islam. Tutto dipenderà da quale sarà la fazione che prevarrà in questo scontro di cultura religiosa.

C’è un’aura abbastanza minacciosa nel romanzo: secondo Lei quale è la sfera in cui c’è maggior pericolo? In quale ambito la cultura islamica è più pericolosa? Nella vita sociale, nell’ambito culturale, in quello religioso? Sono tutti intimamente connessi questi ambiti o ce n’è uno che può far crollare tutto il resto della nostra cultura?
   Non c’è un settore specifico perché, a differenza della nostra civiltà, la civiltà musulmana è molto più monolitica, non fa distinzioni fra politica, cultura, economia, tutto è religione, tutto è una sola cosa per loro. Siamo noi che tendiamo a differenziare la società in varie componenti. Per loro la visione è più coerente e di blocco, e non so dove si rivelerà il pericolo maggiore. Per quello non ci troveremo mai d’accordo, è inutile un confronto tra cose così diverse: fino a che i musulmani tenderanno a fare combaciare, come fanno nella Sharia, la vita di tutti i giorni e la politica e l’economia con la religione, noi staremo sempre dall’altra parte, non potremo mai intenderci.

Ha detto che fanno combaciare la vita politica, l’economia e la religione- non mi sembra che in nessuna delle vicende del libro venga rispecchiato l’aspetto economica dell’influenza musulmana. Quali potrebbero essere le conseguenze di una Sharia sull’economia? Forse potrebbe essere l’unica cosa che sarebbe capace di suscitare un serio allarme, più che ogni altra…
   L’aspetto economico nel libro è trascurato, è vero, perché mi interessava seguire altri temi. E non so bene, è un settore che andrebbe studiato; non so bene come funzioni l’economia nei paesi musulmani ma credo che sia regolata dalle leggi coraniche. Non so che cosa succederebbe applicandola in un paese come il nostro- probabilmente l’economia andrebbe ancora peggio di adesso…

Ho notato che nessuno dei capitoli del romanzo è ambientato in una città al sud di Roma: è un caso? Oppure è perché a sud di Roma i problemi vengono da un altro tipo di invasione?
   Non c’è un motivo specifico- è vero c’è solo una scena in Sicilia, con l’intervista al governatore che sta progettando di staccare l’isola dall’Italia, magari di aderire a qualche lega araba. Non c’è un motivo, mi interessava mettere in evidenza che nel Nord Est più che in altre parti c’è un fenomeno di reazione.

Questa è proprio la mia prossima domanda. Nell’impossibilità di opporsi, l’unica forma di reazione è data dai Gruppi Spontanei di Autodifesa nel Veneto: è possibile fermare la Storia che avanza? L’unica maniera per fermare questi cambiamenti sono i gruppi armati, i gruppi di difesa che echeggiano azioni che leggiamo sui giornali?
   Le maniere vengono cercate nel libro; alcuni personaggi si interrogano su quale possa essere il modo per opporsi a questa tendenza, a questa marea che avanza. Chiaramente la risposta dei GSA è quella più diretta, più immediata. Ci dovrebbe essere una risposta culturale che però per vari motivi nel libro si afferma che non ci sarà: abbiamo rinunciato a far valere le nostre ragioni, a tenere alta la nostra cultura.

Perché abbiamo rinunciato?
   Perché non abbiamo voglia di combattere, non ci sentiamo più difensori di una civiltà, oppure per un malinteso buonismo - anche questo è un tema del libro- vogliamo essere così accoglienti nei confronti degli altri che rinunciamo volentieri a qualcosa a cui forse non teniamo tanto. Il nostro è un problema di identità: loro hanno un’identità ben precisa, noi stiamo perdendo la nostra e non sappiamo con che cosa sostituirla. Siamo in crisi da questo punto di vista, siamo in crisi come popolo, come nazione, come cultura: è un vuoto che nessuno può riempire. Vorrei sottolineare, però, che io non ho scritto un saggio e non voglio dare un peso eccessivo a queste parole, il mio è un romanzo; però, scrivendo, pensavo certamente a questi temi: la risposta dovrebbe essere culturale, dovrebbero darla la gente, i governi, le associazioni, ma non c’è questa risposta. Nessuno ritiene di dover difendere qualcosa in cui non crede.

C’è un altro tema che mi interessa: abbiamo osservato come il titolo sia quasi un ossimoro, e pure sia un ossimoro l’idea di un musulmano laico. E’ possibile parlare di una democrazia musulmana- anche questo un ossimoro?
   Tema interessante, più da saggio che da romanzo. Mi domando: esistono paesi musulmani, oggi, che abbiano una reale democrazia? Mi pare di no. Non è che non sia possibile, è che se si applica la Sharia integralmente, non c’è spazio per la democrazia. Islam democratico forse è un ossimoro, e forse non riesce ad uscire dall’ossimoro.

Il romanzo è coinvolgente e di facile lettura. Sappiamo che lei ha scritto anche fumetti: lo stendere una sceneggiatura del fumetto è così diverso dallo scrivere un romanzo?
   La risposta è difficile, perché sono due mestieri paralleli e, essendo paralleli, non si incontrano, però i meccanismi sono gli stessi. Lo sceneggiatore di fumetti elabora delle trame e poi le trasferisce nella sceneggiatura del fumetto, ma è limitato da tutta una serie di regole che il romanziere non ha. Il romanzo ha 100 capitoli ma ho deciso io quanti, uno scrittore di fumetti ha dei limiti posti dall’editore, però il meccanismo è quello: concepire una storia e metterla nella forma scelta. E’ chiaro che il livello è diverso, nel fumetto c’è molta meno attenzione alla parte letteraria e più attenzione al dinamismo, al ritmo della storia, al dover tenere degli alti e bassi per catturare l’attenzione. La tecnica è radicalmente diversa ma il meccanismo è lo stesso. Senza reticenza posso dire che da alcuni miei racconti ho tratto dei fumetti- e si può fare anche il contrario, non è facile ma si può fare.

 

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