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SOFI OKSANEN

creato da Marilia Piccone — ultima modifica 09/08/2012 15:28
Stradanove incontra la pluripremiata autrice finlandese dell'intenso ‘Le vacche di Stalin’
SOFI OKSANEN

Sofi Oksanen

Quando arrivo nella hall dell’albergo dove farò l’intervista a Sofi Oksanen, vedo per prima cosa la sua testa, da dietro: una massa raccolta di lunghi dreadlock scuri mescolati a stretti boccoli color rosa-shocking.
   Sofi Oksanen è bella, di una bellezza insolita, si farebbe notare anche senza la capigliatura ‘colorata’. Occhi di un verde trasparente, pelle chiarissima, labbra piene. Parla un ottimo inglese, come riescono a parlarlo come seconda lingua tutti i nordici, riflette prima di rispondere. Mi avevano suggerito di non farle domande personali, non le chiedo dunque se Anna, la protagonista del romanzo, è lei e decido che sì, deve essere lei: dopo tutto tocca al lettore interpretare il libro.

 

Uno dei filoni del libro tratta dell’anoressia della protagonista: si guarisce mai dall’anoressia? Lei la descrive come una sorta di affascinante schiavitù. Che cosa la rende affascinante? La sensazione di potere sul proprio corpo?
    La differenza fra una malattia comune e i disordini alimentari è che chi soffre di questi ultimi ama essere in queste condizioni. Gli piace, non vuole liberarsene. Non è come l’influenza, per cui si prendono delle medicine. La maggior parte di chi soffre di disturbi alimentari vuole continuare a soffrirne. In genere ci si sottopone a terapie quando la cosa si trascina da anni e allora la terapia è più difficile perché il disordine alimentare ormai fa parte dell’identità, ci si è abituati, ci si sente sicuri: hai creato te stesso con questo disordine. Diventa molto difficile da curare: è qualcosa di biologico e non solo psicologico. E sì, non si guarisce mai del tutto, al massimo si tiene sotto controllo. Come succede per gli alcolizzati.

 

Nel libro c’è una forte nostalgia per l’Estonia. Perché Anna sentiva di appartenere di più all’Estonia che alla Finlandia?
   La questione è quella generale sulla storia degli immigrati. Essere un immigrato è vivere in un luogo immaginario. Il paese dove hai le radici non esiste più dopo che lo hai lasciato. Il paese di cui hai nostalgia non c’è più. E’ il caso degli estoni che fuggirono in massa nel 1944: i figli e anche i nipoti sognavano un’ Estonia indipendente che non esisteva più. E così, quando vi tornano, non riconoscono più il loro paese. Per noi che vivevamo in Finlandia e ci tornavamo spesso, il cambiamento non è stato una gran sorpresa. Ma quelli che erano emigrati in Australia o negli Stati Uniti erano traumatizzati quando tornavano. E perché Anna sentiva di appartenere all’Estonia? Forse perché sua madre Katariina è depressa in Finlandia, i bambini vogliono vedere i genitori felici e per Katariina la felicità è in Estonia.

 

Perché nel suo libro racconta solo la drammatica storia dell’Estonia? Anche la Finlandia passò attraverso anni molto difficili durante e dopo la guerra.
   La Finlandia era la meta più ovvia per l’emigrazione degli estoni. Però la Finlandia non riconobbe l’Estonia dopo la caduta della Cortina di Ferro, fu uno degli ultimi paesi a riconoscerne l’indipendenza. In Svezia dopo la guerra si formò una grossa comunità estone- la Finlandia, invece, ‘restituì’ all’Unione Sovietica i suoi rifugiati, molti scapparono in Svezia dove c’era una scuola estone, una casa editrice, un giornale estone. Lo scopo della comunità era di ricostruire il paese quando fosse stato di nuovo libero. I bambini studiavano per diventare medici e avvocati con questo fine, per ricostruire il paese. Il Presidente dell’Estonia è nato e ha studiato negli Stati Uniti, ma è tornato per mettersi al servizio del paese. Era la maniera per tenere in vita l’identità nazionale. Questo non accadde in Finlandia. Ed ora, rispondendo più precisamente alla domanda, il mio interesse per l’Estonia è perché penso che la storia dell’Estonia debba essere riscritta nella forma letteraria. E’ la storia che non si trova nella letteratura finlandese dove non ci sono immigrati e, se ci sono, sono degli stereotipi. Io scrivo in finlandese e considero i miei libri come letteratura finnica, ma la storia dell’Estonia è storia d’Europa. Non si fa alcuno sforzo per capire i problemi dell’ex blocco sovietico, ci si è dimenticati tutto. Ci si ricorda dell’Africa, dei problemi del post-colonialismo e non ci si accorge che i paesi dell’Est Europa hanno gli stessi problemi, soffrono di post-colonialismo. Non so se potranno mai essere cambiati in paesi occidentali come i paesi occidentali poco equamente si aspettano.

 

Lei scrive romanzi, ma anche poesie e le sue poesie sono messe in musica. A quale necessità interiore diversa rispondono i diversi generi letterari?
   Per ogni genere sono diversi i modi di operare: le poesie che scrivo per essere messe in musica sono un lavoro di squadra, come lo è scrivere per il teatro- sono una forma collettiva di arte. Il romanzo, invece, è qualcosa che si fa da soli ed è bello lavorare ad un progetto che dipende interamente da se stessi.

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