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TAHMIMA ANAM

creato da Marilia Piccone — ultima modifica 23/08/2012 14:08
Stradanove incontra la giovanissima autrice del romanzo "I giorni dell'amore e della guerra"
TAHMIMA ANAM

Tahmima Anam

Tahmima Anam è una scrittrice molto giovane, anche se ha così tanto da dire e da raccontare. E’ nata a Dacca nel 1975, ma è cresciuta a Parigi, a New York e a Bangkok, perché il padre lavorava per l’Unicef. Dal 2005 vive a Londra ma, come ci dice lei stessa, la sua ‘casa’ è sempre nel Bangladesh.

Nel 1971 Lei non era ancora nata, inoltre è nata a Dacca ma ha vissuto all’estero. Che cosa l’ha spinta a scrivere di quei giorni in cui nacque lo stato del Bangladesh?
   E’ vero, non ero ancora nata al tempo di quegli eventi, ma la mia famiglia fu coinvolta nella guerra, sia mia madre sia mio padre, come tutti quelli della loro generazione. E io, anche se vivevo lontano dal Bangladesh, sono cresciuta ascoltandoli raccontare le storie della guerra. I miei genitori volevano che diventassi grande sentendomi legata al Bangladesh e, quando decisi di scrivere un romanzo, l’argomento migliore sembrò proprio scrivere della guerra, visto che ne avevo sentito parlare tanto.

E’ cresciuta in un ambiente internazionale e vive a Londra. Che cosa prova per il paese di origine della sua famiglia? Può esserci un forte legame con un paese in cui non si è vissuto a lungo?
   Il mio legame con il Bangladesh è molto forte perché è vero che ho vissuto lontano, ma la mia famiglia non è mai emigrata: i miei genitori hanno sempre voluto tornare. Avevo 15 anni quando sono tornati nel Bangladesh, tuttora la mia famiglia vive là, solo io vivo all’estero. E tuttavia mi mantengo in stretto contatto, vado due o tre volte all’anno in Bangladesh, leggo i quotidiani di là: c’è un legame emozionale molto forte, pur spostandomi molto, non ho mai trovato un luogo che fosse ‘casa’. Il Bangladesh è rimasto il paese che io chiamo ‘casa’.

C’è qualcosa che la fa sentire diversa, che la identifica come indiana del Bangladesh e non dell’India?
   Buona domanda- penso che sia diverso venire da un paese piccolo come è il Bangladesh o da un paese grande come è l’India che ha una straordinaria crescita economica. Il mio è un paese povero, sento tenerezza per il mio paese perché mi pare vulnerabile. Sento di dover rappresentare il Bangladesh proprio per questo- vengo da un paese con tanti problemi che lo rendono diverso e che servono per creare un rapporto diverso tra di me e il Bangladesh.

Il romanzo racconta la storia di una madre e dei suoi due figli per raccontare poi la storia del paese: è una scelta narrativa che le ha permesso di trattare più facilmente di un periodo storico che non ha vissuto in prima persona?
   Ho fatto questa scelta perché volevo che la storia che raccontavo fosse una storia intima, volevo che i lettori si relazionassero ai personaggi e non avessero l’impressione di stare leggendo un libro di storia. Non volevo che la guerra fosse in primo piano: la guerra è vista attraverso gli occhi di Rehana, noi vediamo quello che lei vede, non si vedono campi di battaglia. Volevo dare l’idea di che cosa significasse per la gente ordinaria vivere la guerra, non volevo parlare di eroi o di soldati.

Ha creato intenzionalmente, nella trama, la situazione per cui la madre si deve separare dai figli, come allusione ad un paese diviso?
   Non l’ho fatto consapevolmente, non è stata una scelta per dare un’immagine metaforica, ma perché, quando Rehana perde i suoi figli, questo decide per lei tutte le sue decisioni successive. Tutto quello che farà in seguito è per non perderli nuovamente. E’ un espediente narrativo che fornisce al lettore la motivazione di Rehana: a lei importano prima di tutto i suoi figli, che sopravvivano alla guerra e che la famiglia sia riunita.

Possiamo dire che questo sia un triplice romanzo di crescita? Di un paese, di una donna e dei suoi figli?
   Proprio così, verissimo. Nel caso di Rehana la sua è una trasformazione drammatica. Quello di Rehana è il viaggio di qualcuno che si occupava solo della casa e dei figli verso un mondo più ampio: Rehana diventa rivoluzionaria. Sì, prima di tutto questo è il suo viaggio, poi anche del paese e dei figli.

Il personaggio di Rehana è straordinario: sembra unire le qualità della donna tradizionale con quelle della donna moderna che finisce per scoprire. Senza mai dimenticare che la sua prima lealtà è ai suoi figli. C’è un personaggio vero dietro Rehana?
   Sì, c’è un personaggio vero dietro Rehana, è la mia nonna materna. Anche lei era vedova, anche lei era originaria di Calcutta e durante la guerra la sua casa è diventata un centro per la Resistenza. E’ lei che ha ispirato il mio personaggio e sì, Rehana è una prodotto del suo tempo: il suo è stato un matrimonio combinato ma, per via della guerra, per delle circostanze straordinarie che ha vissuto, lei cambia molto.

Nel romanzo c’è un accenno, con parole molto dure, a Bhutto, padre di Benazir Bhutto che è stata assassinata di recente. Benazir Bhutto è stata uccisa perché aveva un ruolo inaccettabile in quanto donna, per i musulmani? Che cosa pensa di lei, come donna e come capo politico?
   No, Benazir Bhutto non è stata assassinata per essere una donna nel mondo della politica: ci sono state e ci sono molte donne nella politica anche nel mondo musulmano. L’assassinio di Benazir Bhutto è stato un avvenimento tragico che non è stato ancora chiarito. Era molto diversa da suo padre che ebbe un ruolo negativo per il Bangladesh nel 1971. In lei c’erano aspetti positivi e negativi, ma penso che dovremmo ricordare solo quelli positivi, visto che non c’è più.

 

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