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TONI MORRISON

creato da Marilia Piccone ultima modifica 11/11/2012 19:59
Stradanove incontra l'autrice statunitense al festival della letteratura di Mantova

Quando Toni Morrison entra nella sala della conferenza stampa, si percepisce qualcosa di speciale. Avviene per lei quello che ho notato quando qualche altra scrittrice di grande valore e con una lunga carriera letteraria alle spalle appare in pubblico- Doris Lessing o Nadine Gordimer, ad esempio: si avverte ammirazione e rispetto. E, insieme, il timore di fare qualche domanda inadeguata o banale. Ma Toni Morrison, con la sua postura regale nonostante l’età, ha sempre un sorriso per tutti.

La maggior parte dei suoi romanzi, incluso quello appena pubblicato, è ambientata nel passato. Perché?
Perché sono affascinata dal passato, soprattutto da quello degli Stati Uniti. Perché sono i conquistatori che scrivono la storia, e poi ci sono tanti segreti, tante cose nascoste di cui non si parla. I miei libri cercano di mostrare la verità. Non con una prospettiva di nostalgia, non con l’ottica della propaganda, ma è interessante ritornare indietro e scrivere quello che è stato cancellato nella storia ufficiale.

Nel romanzo “A casa” vengono alla luce delle efferatezze nascoste. E’ possibile parlarne ora con la battaglia dei diritti civili che ha raggiunto il suo acme con un presidente di colore?
Il mio interesse per la malvagità che ruotava intorno al concetto di razza risale a molto tempo fa, a quando scrivevo il mio primo romanzo, “L’occhio più azzurro”, pubblicato nel 1970. Ha un ruolo importante nel mio pensiero. I rapporti tra bianchi e neri sono cambiati, ho 81 anni, ho visto il cambiamento. Eppure non c’è mai stato un periodo in cui l’odio e la brutalità siano stati del tutto cancellati. Adesso, ad esempio, c’è un tentativo accanito per limitare la possibilità di voto dei neri e degli ispanici, in ben 31 stati.


Parliamo delle donne nere: che cosa dovrebbero fare? Adeguarsi ai canoni di bellezza bianca oppure seguire i canoni della loro gente? Stirarsi i capelli oppure sfoggiare pettinature afro?
Ci sono due strade, una locale e una globale. La prima richiede un adeguarsi alla realtà locale del paese in cui si vive. La seconda strada, invece, significa che si deve pensare a se stessa, non come afro-americana, o come africana o come una donna collegata ad altre donne. Dobbiamo ricordarci che molto- a livello musicale, nello stile, nella moda- viene dai neri. Sento musica jazz in Giappone, vedo spettacoli rap in Polonia: è un contagio positivo ed è positivo proporlo ad altri. C’è animosità tra le etnie ma bisogna guardare le origini del problema, vedere il livello del potere che mira ad un controllo sugli altri. C’è razzismo ma è una questione di controllo. Come donne, quindi, dobbiamo avere un comportamento personale, un altro locale e una prospettiva globale.

 

In un momento di instabilità come questo, la letteratura può essere “casa” per tutti i lettori?
No, la letteratura ha un ruolo provocatorio, ha una dimensione pericolosa. In questo libro un livello di lettura permette di vedere come l’ambiente fosse difficile e minaccioso per un nero in America, tanto quanto un campo di battaglia in una guerra. Frank Money ritorna al luogo che disprezzava, ma questo luogo è “casa” per lui. Casa è dove ci sentiamo al sicuro, dove forse non ci gradiscono come persone ma hanno cura di noi.

 

Nei suoi romanzi la famiglia appare spesso in luce negativa. Che cosa è la famiglia per lei?
Ieri sera il presidente Obama, rivolgendosi a noi, ha detto: “Cittadini”. Quando ero giovane eravamo cittadini afro-americani di secondo livello e ambivamo a diventare di primo livello. Negli anni ‘50 c’era lavoro per tutti, prosperità, bei film. Incominciavamo ad essere consumatori. Dopo siamo passati ad un’altra fase: siamo diventati contribuenti fiscali. Ma se sono un contribuente fiscale e quei soldi sono usati da altri, questo può dare origine a risentimenti. In quanto cittadini apparteniamo ad una comunità. Tante famiglie appartengono a una comunità. Non ho mai vissuto in una comunità nera: eravamo tutti poveri. Vivevo in una città in cui la gente arrivava da tutte le parti per trovare lavoro nelle industrie siderurgiche. E allora poteva capitare, ad esempio, che qualche vicina di casa portasse a mia nonna dei cavoli ripieni- una ricetta dell’Europa dell’Est. C’era l’abitudine di condividere ciò che si aveva. Le famiglie si frequentavano e condividevano tante cose. Avevamo una scuola superiore in cui non c’era segregazione. E io non mi percepivo mai attraverso la lente di un bianco. L’idea della famiglia che avevo e che ho va al di là dei rapporti di sangue: la famiglia sono tutti quelli del vicinato.


Negli Stati Uniti si percepisce ancora rabbia nel comportamento dei neri verso i bianchi. Che cosa vorrebbe dire al suo popolo?
Ho insegnato letteratura afro-americana ai giovani ricchi bianchi, io sento di appartenere alla classe lavoratrice. Un tempo gli studenti ambivano ad avere una posizione in borsa. Ora desiderano diventare artisti, viaggiare. Emerge una nuova cultura. Ci possono essere scrittrici bianche che scrivono dei neri. Ma continua ad esserci una domanda senza risposta: perché la rabbia? Perché l’odio? Vedo la conseguenza di questo odio ma non trovo una risposta che spieghi i motivi. Cercherò una risposta in un nuovo libro. Non siamo una società post-razzista: il razzismo è come un cancro. Deve cambiare qualcosa di fondamentale dentro di noi. Si parla di welfare e ci sono tanti bianchi che si avvantaggiano del welfare, eppure si associa sempre un’immagini nera di neri che dipendono dallo stato. Il perché di tutto questo rancore è senza risposta.

 

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