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[TALENTI MODENESI] MANUELA FIORINI

creato da Giovanni Scalambra — ultima modifica 09/08/2012 15:04
Scrivere in viaggio (e di viaggi). Incontriamo Manuela Fiorini, Scrittrice e giornalista (e viaggiatrice) modenese
[TALENTI MODENESI] MANUELA FIORINI

Manuela Fiorini

Scrittrice, giornalista, viaggiatrice. Una ragazza solare che ama la sua città e trasmette passione ed entusiasmo nel raccontare e raccontarsi.
   Abbiamo incontrato Manuela Fiorini, modenese classe ’75, e abbiamo parlato con lei di libri, viaggi e sogni (di carta) nel cassetto.

 

Bisnonna inglese, nonno greco e madre nata ad Alessandria d’Egitto. Aggiungiamoci che scrivi per riviste dedicate ai viaggi… Modena non ti va un po’ stretta?
   Modena è la città dove sono nata e cresciuta e nella quale continuo a vivere. Qui ci sono le mie radici, i miei amici ed i miei punti di riferimento. E’ vero che, fin da piccola, ho respirato un’aria, per così dire, “cosmopolita”. In casa sentivo parlare almeno tre lingue diverse. Mia mamma e mia nonna a volte parlavano in francese, che era la lingua ufficiale degli “alessandrini”, altre volte parlavano in arabo, per tenersi allenate. Poi, tra i miei genitori si parlava l’italiano, per ovvie ragioni, mentre la mia nonna paterna parlava, e parla ancora, il dialetto modenese. Se poi ci mettiamo che gli unici parenti di mamma, i suoi cugini, dall’Egitto erano migrati in Canada ed in Australia, da dove andavano e venivano lettere e telefonate, diciamo che la curiosità verso tutto quello che si trovava, al di là dei confini della provincia modenese è sempre stata fortissima, quasi un’attrazione fatale. Tuttavia, Modena è un po’ il mio porto sicuro, dove amo sempre tornare. Mi dà sicurezza, ritrovo i sapori, i profumi di casa, gli amici, gli affetti. Mia madre è stata costretta ad andarsene da Alessandria quando aveva 19 anni, durante la Guerra dei Sei Giorni, e l’ho sempre vista pensare alla città dove è nata con malinconia e nostalgia, rievocandone i sapori, i profumi, il suo mare, i paesaggi... Per questo, credo che il luogo in cui siamo nati ci lega inesorabilmente a sé, dovunque la vita decida di condurci.

 

Per scrivere di viaggi bisogna essere sempre in viaggio?
   Sicuramente, è necessario “viaggiare con la fantasia”. Poi, diciamo che quando si ha l’occasione di farlo sul serio, bisogna cogliere al volo tutti gli stimoli che il viaggio ci regala. La curiosità verso le nuove esperienze aiuta ad aprire la mente e ad accogliere e fare proprie, per esempio, le culture diverse, il cibo, i paesaggi inusuali. Una volta tornati a casa, attraverso l’elaborazione ed il ricordo, si comincia a scrivere, mettendo nella stesura non solo le informazioni, ma anche i sentimenti che abbiamo provato e proviamo. Per scrivere di viaggi, tuttavia, non sempre è necessario viaggiare. E aggiungo “Purtroppo”. Durante la mia prima esperienza alla rivista Isole&Isole ho viaggiato molto, grazie ai viaggi stampa e promozionali che tour operator, catene alberghiere e compagnie aeree mettevano a disposizione dei giornalisti. Esperienze bellissime, in paesi lontani, anche culturalmente, che mi hanno arricchita molto. Tuttavia, i tempi sono un po’ cambiati  e, con la crisi, i viaggi stampa sono molti meno e anche le redazioni tendono a basarsi molto sui collaboratori esterni, senza necessariamente farne degli “inviati”. E’ chiaro, tuttavia, che gli articoli migliori vengono scritti quando si ha avuto l’occasione di visitare di persona il luogo di cui si parla.

 

Quando hai capito che scrivere ti piaceva?
   Se devo essere sincera, dal momento in cui ho preso in mano una penna ed ho cominciato a tracciare sul foglio le prime lettere. Fin da piccola, avevo molta fantasia, passavo pomeriggi interi a scrivere e a disegnare. Ho ancora un quaderno con dei brevi racconti che avevo scritto a sette anni per donarli alla mia maestra, alla fine dell’anno scolastico. Mi è sempre piaciuto raccontare storie, perché mi dava, e mi dà ancora, la sensazione di creare qualcosa di possibile, dei mondi, dei personaggi, con una loro vita, una loro personalità. E questa passione, negli anni, non mi ha mai abbandonata.

 

Coi concorsi letterari è andata bene…
   Devo moltissimo ai concorsi letterari. Mi hanno dato lo stimolo per “fare uscire” i miei racconti dal classico “cassetto”. Nonostante ne avessi accumulati parecchi, c’era sempre una certa timidezza da parte mia. Come se condividere con gli altri quello che avevo scritto volesse dire “dare in pasto” alla collettività qualcosa di intimo, di mio. Poi, dopo il primo, ho preso fiducia. Ricordo che si trattava di un concorso via internet, dove, ogni mese, veniva scelto il racconto migliore, che veniva premiato con una giacca sportiva. Alla fine dei 12 mesi, tra gli altrettanti finalisti, veniva scelto dalla giuria il racconto migliore in assoluto, al quale sarebbe andato un viaggio di una settimana. Vinsi sia la giacca che il viaggio. Lo interpretai come un segno del destino: la meta era proprio l’Egitto, il paese dove era nata mia madre e che amo da sempre. Da quel momento, ho partecipato a diversi altri concorsi, che mi hanno dato la possibilità di vedere pubblicati altri racconti.

 

Nel 2007 esce il tuo primo romanzo, “Il crepuscolo dell’anima” (Giraldi Editore). Raccontaci di cosa parlava.
   Il “Crepuscolo” è nato quasi per caso. In origine doveva essere un racconto, intitolato “Il Doppio”, poi, a mano a mano che procedevo nella scrittura, mi rendevo conto che la trama si sviluppava quasi da sola, dandomi lo spunto per articolare le vicende dei protagonisti e per creare nuovi personaggi. Così, anche se sembra paradossale, ho lasciato “fare a loro”, ai personaggi, intendo, e non mi sono posta limiti di lunghezza. In quel periodo della mia vita aveva del tempo a disposizione per dedicarmi alla scrittura, così, nell’arco di un’estate, è nato “Il Crepuscolo”. Il romanzo è ambientato a Seattle e vede protagonista lo psichiatra Garreth McNamara, alle prese con un paziente particolarmente “difficile”, l’avvocato James McKellys, in cura per le sue tendenze suicide. McKellys racconta al suo medico che vuole togliersi la vita perché costretto a dividere il suo corpo con l’anima del fratello gemello Kyle, che ne domina la personalità, costringendolo ad una vita dissoluta e disonesta alla quale egli non può sottrarsi, suo malgrado. Apparentemente, il paziente è un pazzo furioso, che soffre di personalità multipla, tuttavia, a mano a mano che la trama si sviluppa, lo psichiatra McNamara, insieme all’amico poliziotto Stephen Goldsmith, si troverà coinvolto in un delitto misterioso e ad una serie di inquietanti episodi. La curiosità di Garreth, il suo sesto senso e la sua “sindrome di Ulisse” lo porteranno ad approfondire la storia personale di McKellys, un’avventura che lo condurrà a contatto con la cultura pellerossa e gli farà incontrare un misterioso sciamano, che sembra avere scoperto il segreto dell’immortalità.

 

È stato difficile il passaggio dal racconto al romanzo?
   Credo che la differenza sia, sostanzialmente, nella lunghezza. E nel tempo che si ha a disposizione per scrivere. Dal mio punto di vista, un racconto può essere molto più complesso di un romanzo, perché si deve “concentrare” in una forma letteraria “breve” tutta la trama, facendo bene attenzione a “chiudere i cerchi” : tutto deve funzionare alla fine, non ci devono essere punti irrisolti, il carattere dei personaggi, la loro personalità, deve essere definita in poche righe, senza diventare banale. In più, molti concorsi letterari pongono dei limiti di lunghezza, e questo non aiuta la libertà di espressione.
Il romanzo, invece, come dicevo prima, alla fine si è rivelato un racconto che mi ha “preso la mano” e ha deciso di prendere una sua strada, sfruttando il tempo che avevo io a disposizione in quel periodo per dedicarmi alla scrittura.

 

I racconti rimangono comunque il tuo primo amore. In questi anni ne hai pubblicati un sacco…
   I racconti sono una sorta di “compromesso” tra il bisogno intrinseco, viscerale, che ho di scrivere e il tempo che ho a disposizione per farlo. Che è sempre troppo poco.  Quando sopraggiunge l’ispirazione scrivo di getto e, in genere, un racconto può andare dalle due alle venti pagine dattiloscritte. Al contrario, ho scritto anche le trame di tre potenziali romanzi, trame piuttosto articolate, dai temi piuttosto diversi, ma che non ho il tempo materiale di sviluppare. Ho sempre detto a me stessa: “Per avere il tempo per scrivere un nuovo romanzo, dovrei rompermi una gamba…”. Ebbene, un paio di mesi fa la gamba me la sono rotta davvero, ma ho continuato a lavorare, a svolgere il primo ed il secondo lavoro, in più dovevo traslocare…insomma, a scrivere non ci sono proprio riuscita! Devo poi, dire, che il racconto, rispetto al romanzo, ha più possibilità di essere pubblicato: in internet e nelle antologie, attraverso canali quali, per esempio, concorsi letterari o una “rete” di scrittori che decidono di pubblicare insieme le loro opere.

 

Hai un genere preferito, che ti permette di esprimerti al meglio?
   Se guardo alla mia produzione, posso affermare che il tema che mi caratterizza meglio è quello del soprannaturale, che non si identifica necessariamente con l’horror, ma può spaziare dal giallo al noir, dal sentimentale alla commedia. Però, l’elemento che, forse, mi caratterizza di più è quello che riesce a superare i confini della realtà, per costruire un “altrove”, una dimensione parallela, un mondo possibile, un’alternativa alla quotidianità. Questo, per me, significa fare vivere la fantasia, dare vita a qualcosa che, altrimenti, non potrebbe esistere. E devo dire che è un genere apprezzato da chi mi legge, perché consente di evadere, di sognare, di dare spazio alla fantasia, anche a quella del lettore.

 

La più bella frase che hai scritto.
   Penso di essere la persona meno indicata per giudicare me stessa, anche se spero, che qualcuno abbia condiviso ed apprezzato qualche pensiero che ha letto nei miei racconti o nel romanzo e l’abbia fatto suo.

 

La più bella frase mai scritta.
   Credo che non esista una frase, ma tante frasi che, nel corso della vita, o in un particolare momento, ci colpiscono e facciamo nostre, perché le abbiamo condivise o le abbiamo trovate illuminanti. Per quello che mi riguarda, mi accade spesso di apprezzare frasi che leggo, sia tratte da romanzi sia aforismi. Anche se ho il difetto di non ricordarmi mai gli autori. Tuttavia, ce ne è una a cui sono particolarmente affezionata, sia per l’intensità che per l’intrinseca onestà, ma, soprattutto, per il momento particolare in cui l’ho letta. E’ tratta da un pensiero di Martin Luther King e ne ho fatto un po’ il cardine della mia vita: “Se non potete essere una via maestra, siate un sentiero. Se non potete essere il sole, siate una stella. Siate comunque sempre il meglio di qualsiasi cosa siate”. Era scritta sul biglietto di congedo che mi diedero i miei insegnanti alla fine del liceo, un momento importante, di passaggio, perché si diventa grandi e si decide del proprio futuro. Quella frase mi ha aiutato a compiere delle scelte non sempre facili, a non mollare nelle difficoltà e a dare sempre il meglio di me.

 

Modena potrebbe essere l’ambientazione ideale per quale tipo di storia?
   Sicuramente, Modena potrebbe essere lo sfondo ideale per tantissime storie, anche di genere diverso. Essa stessa, ha una storia ricchissima, che potrebbe fare da spunto ad un romanzo storico o ad un thriller. Se sappiamo, poi, osservare le sue atmosfere, potremo dire che tra le sue nebbie e le sue luci notturne, potrebbe accadere…davvero di tutto.
Parecchi dei miei racconti, infatti, sono ambientati a Modena. E sono racconti anche molto diversi tra loro. Per esempio, “Il Guardiano della Cattedrale”, contenuto nell’antologia “Oltre l’orizzonte – Racconti tra sogno e realtà” (Montedit), scritto a sei mani con gli amici scrittori Gabriele Sorrentino e Daniela Ori, è ispirato alla scultura dell’angelo collocata in cima alla facciata del Duomo di Modena, lo stesso vale per “Amici di lunga data”, che è ambientato tra via Gallucci e via Santa Maria delle Assi, hanno un tema prettamente soprannaturale. Al contrario, il racconto “La Pina” pubblicato in “Emilia, la via maestra” , è una commedia degli equivoci basata su un lemma dialettale modenese. Insomma, credo che la nostra città possa essere davvero una fonte di ispirazione.

 

Scrittori di riferimento (o che semplicemente ti hanno spinto a scrivere e leggere).
   Come lettrice sono decisamente “onnivora” ed ho sempre letto di tutto. Ho sempre scelto le mie letture in base agli stati d’animo, a momenti della mia vita particolari o anche a seconda se desideravo impegnare la mente o mantenerla leggera. Amo l’Inferno di Dante, tra le tre cantiche, la mia preferita. Ho molto apprezzato Gibran, per la delicata filosofia dei sentimenti che traspare dai suoi scritti. Cime Tempestose di Emily Bronte è un capolavoro, sempre attuale, appassionante e coinvolgente. Adoro Carlos Luis Zafon per l’inquietudine ed il mistero che riesce a trasmettere nell’ Ombra del vento, quel suo mantenere il lettore in bilico tra reale e sovrannaturale. Aprendo il capitolo “fantasy”, ovviamente il Tolkien del “Signore degli Anelli”,  ma anche la trilogia di Philip Pullman  “Queste oscure materie” che, a sua volta, ha molti rifrimenti al “Paradiso perduto” di Milton. Sto leggendo, attualmente, la Trilogia di Bartimaeus di Jonathan Stroud, che trovo molto originale, e, a rischio di essere banale, mi è molto piaciuta la saga di Harry Potter. Per quanto riguarda, ancora, i contemporanei, Andrè Aciman, e il suo “Ultima notte ad Alessandria” , il memoire che ripercorre la sua infanzia ad Alessandria d’Egitto e la fuga dal paese, la stessa vicenda umana che ha coinvolto la parte materna della mia famiglia. Nel libro ho ritrovato molti dei racconti che, fin da piccola, mi sono sentita narrare da mia madre e mia nonna. Di Aciman ho adorato anche Chiamami con il tuo nome, un capolavoro di narrativa, che racconta la passione tra il diciassettenne Elio e l’americano Oliver con uno stile fluviale ed intenso, decisamente coinvolgente. Infine, dal punto di vista giornalistico, non posso non citare Tiziano Terzani, per la sua vicenda umana e professionale, per quel suo stile chiaro e puntuale, da testimone diretto, per quel suo voler vivere le situazioni, le vicende storiche, le persone immergendosi in prima persona in quelle realtà.

 

"Emilia, la via maestra" è un’antologia curata dall'associazione di scrittori modenesi "I Semi Neri". Parlaci del libro.
E’ una raccolta di racconti che ha come filo conduttore Modena, la sua storia, le sue strade, i suoi misteri. Si tratta di dodici racconti di altrettanti autori, tutti membri dell’associazione culturale “ I Semi Neri” di cui faccio parte. E’ stata edita da Damster alla fine dello scorso anno e, devo dire, che è stata molto apprezzata e accolta con favore dal pubblico. Con l’associazione, abbiamo organizzato una presentazione – spettacolo presso la Scuola Serale Barozzi, in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia e ospitati al Foro Boario sia in occasione della Fiera della piccola e media editoria BUK, sia in occasione della mostra Italiani Modenesi. Una bella soddisfazione per gli autori, di età e storia diversa, ma tutti uniti dall’amore per la scrittura.

 

Chi sono “I Semi Neri”?
   E’ un’associazione culturale di scrittori, il cui nome deriva da un indovinello veronese databile tra il VIII ed il IX secolo (Se pareva boves/alba pratalia araba/et alboversorio teneba, et negro semen seminaba”. Anteponeva a sé i buoi/ bianchi prati arava/ed un bianco aratro teneve/e un nero seme seminava) che descrive l’atto dello scrivere da parte di un amanuense. Il fine dell’associazione è quello di promuovere la cultura dello scrivere attraverso pubblicazione ed eventi culturali. Ne fanno parte scrittori e poeti, ma anche attori, cantanti e musicisti, oppure artisti poliedrici. Sebbene ogni membro dell’associazione abbia all’attivo pubblicazioni “soliste” , credo che uno dei punti di forza dell’Associazione sia quello di unire professionalità e talenti diversi. Essere in tanti ci dà la possibilità di “unire le nostre forze” creative, e, perché no, anche economiche, per pubblicare le nostre opere o per “metterle in scena”. Un’altra caratteristica dei Semi Neri, infatti, sono le presentazioni ed i reading-spettacolo, che consentono di fare conoscere l’associazione e la sua produzione letteraria attraverso recital, spettacoli in costume, letture animate, musiche e canzoni. A questo scopo è nata la sezione degli “Historicandi”, composta da attori, cantanti, musicisti che sta portando in giro con successo lo spettacolo “La Signora del Castello” di Daniela Ori. L’Associazione ha anche un sito www.semineri.it ed è presente su Facebook.

 

Libri (tuoi) o racconti nel cassetto?
   Di racconti nel cassetto ne ho ancora parecchi, dal momento che mi metto a scriverli ogni volta che ho l’ispirazione. Mi piacerebbe realizzare una raccolta “solista”. Poi ho già scritto la trama di tre romanzi potenziali. Di questi, uno è una commedia sentimentale sullo sfondo della società moderna, con tutto quello che riguarda le giovani generazioni di oggi: il lavoro che non c’è, la crisi, la difficoltà a costruirsi un futuro da un lato e, dall’altro, la speranza, i valori come l’amicizia o la famiglia, il coraggio di compiere scelte radicali, la diversità. Il tutto partendo dall’amicizia che nasce un ragazzo ed una ragazza dal carattere opposto, con una visione della vita agli antipodi; due personaggi che, per una serie di circostanze, soprattutto economiche, si trovano a dover convivere sotto lo stesso tetto, insieme all’ingombrante, impacciato e fifone cane rottweiler della protagonista.
Il secondo è una storia tra l’horror e il fantasy, ambientato tra l’Inghilterra, la Germania e le foreste del Canada, che ha come protagonista una generazione di licantropi ed uno scienziato che studia il fenomeno dal punto di vista scientifico, sviluppando una teoria basata su quella darwiniana dell’evoluzione della specie. Nel terzo, forse il più difficile da realizzare, mi piacerebbe partire dalla storia della mia famiglia materna per raccontare, attraverso testimonianze e ricordi, la vicenda degli italiani in Alessandria d’Egitto, dagli inizi del Novecento fino agli anni della Guerra del Kippur e di quella dei Sei Giorni, una narrazione fatta in prima persona attraverso gli occhi delle protagoniste femminili. Intanto, a fine anno, è prevista l’uscita della terza antologia de “I Semi neri”, dopo “Solitudine Giapponese” ed “Emilia, la via maestra”. Il progetto è già in fase di lavorazione e molti racconti sono già pronti. Il tema? Per adesso top secret. Ma sarà sicuramente una bella sorpresa.

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