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“Ghachar Ghochar” di Vivek Shanbhag

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 26/04/2018 13:32
“Vincent è il cameriere del Coffee House. Si chiama proprio così: Coffee House. Porta lo stesso nome da cent’anni.”

Alle pareti del Coffee House sono appese vecchie foto che mostrano quanto fosse bella Bangalore un secolo fa. Il protagonista senza nome del breve romanzo “Ghachar Ghochar” di Vivek Shanbhag, scrittore indiano di lingua kannada, viene regolarmente al Coffee House, è il suo rifugio, il luogo dove si nasconde dalla sua famiglia, dove ogni tanto il compassato Vincent pronuncia delle frasi generiche che si adattano però perfettamente a qualunque domanda retorica gli venga fatta. A un ‘che devo fare, Vincent?’, il cameriere risponde ‘Lasci andare, signore’. Così come più tardi gli dirà, ‘il sangue non è acqua’.

 

E’ un’introduzione breve e discreta ad una storia di famiglia di cui seguiamo l’ascesa e la caduta, non una caduta economica o sociale, ma una caduta etica. Nel secondo capitolo ci spostiamo dallo spazio chiuso del Coffee House allo spazio chiuso e ben più claustrofobico dell’abitazione dell’io narrante. Secondo un uso ancora molto comune, due generazioni vivono insieme- il padre e la padre (Amma e Appa), il fratello del padre, Chikkappa, la sorella maggiore del protagonista e questi insieme alla moglie Anita. C’è il ricordo del passato quando la casa era in un altro quartiere, piccola, buia e umida, un’infilata di stanze in cui non c’era posto neppure per un letto e dormivano per terra sulle stuoie, infestata dalle formiche, da eserciti di formiche. Poi il pensionamento anticipato del padre e il colpo di genio dello zio che aveva messo su un’impresa di importazione di spezie dal Kerala, il trasloco in una nuova casa con una stanza per ognuno. La ricchezza. Il non dover più contare i soldi.

 

E però, anche: il matrimonio della sorella finito ben presto per la sua arroganza e supponenza, il passaggio di Appa ad un ruolo di secondo piano e la sua depressione, l’ozio delle lunghe giornate del narratore che è il direttore dell’impresa soltanto sulla carta e va in ufficio per fare nulla, il suo matrimonio con Anita, infine- un balzo in avanti nella società perché lei è figlia di un professore universitario-, che porterà all’esplosione la staticità della vita famigliare traboccante di cose non dette. Perché Anita non è come Amma, Anita è l’estranea che vede le realtà che si vogliono tenere nascoste, l’ipocrisia che si cela dietro la tranquilla routine. Anita non accetta di avere un marito che non ha un orario di lavoro perché di fatto non lavora, non accetta che si scacci come una mendicante molesta la donna che chiede di vedere Chikkappa (ed è chiaro che lui l’ha lasciata), minaccia di andare alla polizia e rivelare i traffici loschi che hanno fatto arricchire la famiglia.

 

Durante la luna di miele, quando ogni giorno si scopre qualcosa l’uno dell’altro, Anita aveva ricordato ridendo quel frammento di lessico famigliare, quel Ghachar Ghochar inventato da suo fratello per indicare il disordine, un sovvertimento totale. Ecco, adesso è tutto un Ghachar Ghochar nella famiglia del narratore. Solo quando Anita si allontana per andare a trovare il padre le acque si calmano e tutto ritorna come prima. Si fa finta di niente, non è successo niente, “il sangue non è acqua”, come dice Vincent.

 

Vivek Shanbhag non ha bisogno di centinaia di pagine per tracciare un profondo ritratto psicologico di una qualunque famiglia indiana. Non sente la necessità di portare il lettore per mano, di dirgli tutto. Eppure è tutto così chiaro, anche il non detto, soprattutto il non detto.

 

Ed. Neri Pozza, trad. Margherita Emo (dalla versione inglese di Srinath Perur), pagg.109, Euro 13,50

 

Recensione a cura di

Marilia Piccone

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