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“Isola” di Siri Ranva Hjelm Jacobsen

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 06/03/2018 08:32
Una giovane ragazza danese ha nostalgia di un'isola verde e impervia battuta dai venti del Nord, un'isola delle Faroe dove non ha mai vissuto ma che ha sempre sentito chiamare «casa», perché da lì emigrò la sua famiglia negli anni Trenta.

Il fascino dell’isola. L’attrattiva di essere tra mare e cielo, via dalla pazza folla. Il senso di familiarità in un luogo dove conosci tutti e tutti ti conoscono.

 

L’incubo dell’isola. La claustrofobia che prende per trovarsi stretto tra confini ben precisi. La limitatezza che si vede in un orizzonte che pare infinito. La sensazione di essere in prigione.

 

Il desiderio di andare lontano e la nostalgia dell’isola: è tra questi due poli che oscilla il libro “Isola” di Siri Ranva Hjelm Jacobsen, nata in Danimarca da genitori provenienti dalle isole Faroe, una storia di famiglia e la storia di un minuscolo arcipelago nell’Atlantico del Nord i cui abitanti sono divisi tra rivendicazioni di una propria identità e un’antica sudditanza alla Danimarca.

 

L’io narrante è quello della scrittrice stessa e il primo personaggio della sua famiglia a cui ci introduce è quello della nonna Marita, in partenza da Suðuroy (la più meridionale delle isole Faroe) per raggiungere il fidanzato Fritz in Danimarca. Raramente, più avanti, Marita sarà chiamata con il suo nome- lei sarà Ommi, la nonna, e Fritz sarà Abbi, il nonno. La Tarantola è il padre della scrittrice, ‘l’estraneo’ dalle gambe lunghe che gli hanno meritato questo soprannome. Ci sono poi gli zii, fratelli di Abbi, una prozia, cugini di cugini. Nei luoghi piccoli come le isole tutti sono imparentati con tutti e i rapporti famigliari sono più stretti che in Danimarca- anzi, che povertà di affetti, che solitudine, in paragone, c’è in Danimarca!

Marita parte, dunque. Quello che sappiamo subito è che è incinta, che ha fatto qualcosa per abortire e che un fagotto con un feto e stracci insanguinati verrà gettato in mare, prima di arrivare in Danimarca. Leggeremo dopo di Fritz che, emozionato, la aspetta, e di chi sia figlio il bambino che non ha fatto a tempo a diventare un bambino. Così come leggeremo, avanti e indietro nel tempo, di Fritz che faceva il pescatore e che non sopportava più la puzza di merluzzo e aveva deciso che voleva studiare, degli altri fratelli e della sorte dell’uno e dell’altro, quello che era partito per la guerra e per un anno non aveva dato notizie e quello che aveva perso una gamba. E lei, la scrittrice bambina che si vergogna di non saper parlare faroese  e che osserva che la sua Ommi lavora perfino a maglia in due modi, adattandosi a dove si trovi, muovendo i ferri come lo fanno le donne delle isole Faroe oppure alla maniera danese. Sa che Abbi ha sempre avuto nostalgia delle isole e, finché non è morta la Nonna, era solito dire, “Se non fosse stato per la tua Omma”, e voleva dire, ‘sarei tornato’. Perché per tutti loro, perfino per lei bambina, ‘casa’ era là nelle isole, dove si andava d’estate, dove le notti erano chiare, dove l’erba scintillava di più e l’aria era tersa, dove la gente beveva l’acqua di vita e le huldre uscivano dalla foresta per ammaliare i giovani che stavano per sposarsi. A casa la magia entrava nella vita quotidiana, come le leggende- quella della moglie gelosa di Re Cane-, come la storia tramandata a voce dei faroesi che sconfissero un esercito scozzese (il ritornello della canzone che ne cantava le gesta faceva, Ben prima dell’alba, vengono dalla brughiera), come la diceria sulle isole galleggianti- Mykines era un’isola galleggiante, diceva Abbi. Diceva che non era fissata al fondo ma che dormiva o faceva finta.

 

Omma, la madre della scrittrice e la scrittrice stessa: tre generazioni e, come Siri Jacobsen dice, la migrazione si compie in tre generazioni- la prima ‘avverte il bisogno e porta in sé la volontà’, la seconda si sente sbagliata ma mantiene la spinta ‘a guadagnarsi l’inclusione’, la terza, infine, ha radici che ‘trepidano e frugano’, si porta dentro il viaggio come una perdita. E, tra le tante isole citate, è Itaca quella il cui nome appare più spesso. Itaca è l’isola desiderata e rimpianta, l’isola da cui si fuggiti in cerca di avventura e l’isola a cui si torna perché lì ci sono gli affetti, lì c’è il cuore.

Con un linguaggio terso e poetico, Siri Jacobsen ci parla di problemi molto attuali e universali come l’emigrazione, lo smarrimento della perdita di identità e la sofferta ricerca delle proprie radici. E l’isola, allora, diventa, un luogo dell’anima, l’isola galleggiante che può essere qui, là, ovunque.

 

Ed. Iperborea, trad. Maria Valeria D’Avino, pagg. 217, Euro 17,00

 

Recensione a cura di

Marilia Piccone

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