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BUTCHER’S CROSSING, JOHN WILLIAMS

creato da Marilia Piccone ultima modifica 05/04/2013 13:53
Un’avventura grandiosa, epica, alla ricerca di natura selvaggia, di libertà e bellezza. Un romanzo di formazione drammaticamente splendido ed emozionante

È il 1873. In Europa i coetanei del poco più che ventenne Will Andrews sono soliti partire per il grand tour che li porta a conoscere le vestigia delle grandi civiltà del passato. Lui, studente bostoniano, parte invece per il ‘far West’, è diretto in Kansas, nel cuore dell’America, in cerca di natura selvaggia, di libertà e bellezza. Cerca ‘l’origine e la salvezza del suo mondo’ che è sicuro di trovare in un luogo che sia agli antipodi di Boston, la città della cultura dove di certo è venuto a conoscenza degli scritti dei trascendentalisti, di Emerson e Thoreau che predicano un ritorno alla natura.

 

“Butcher’s Crossing”, lo splendido romanzo di John Williams (di cui abbiamo già letto l’altrettanto

splendido “Stoner”), è la storia dell’anno in cui Will Andrews vede infrangersi un mito, in cui ‘cresce’ ed alla fine è un adulto del tutto diverso, anche fisicamente, dallo studente che è arrivato in quell’agglomerato di case che non hanno neppure i vetri alle finestre, con i soldi in tasca per pagarsi il suo sogno- la caccia al bisonte. Gli animalisti sono di là da venire e il maestoso bisonte è, per il giovane Will, l’essenza della natura incontaminata, affrontarlo è una prova di virilità per il cacciatore, un rito di passaggio per lui. I soldi servono a quello. Will paga per seguire Miller, il cacciatore più famoso, senza badare a insinuazioni sul suo carattere.

 

Paga per il carro, per i buoi che lo trainano, per l’uomo che starà a cassetta e che ha un moncherino al posto di una mano persa per congelamento, paga per il cinico scuoiatore, per i cavalli che questi, Miller e lui monteranno. Will non bada neppure a chi lo avverte che ormai la stagione giusta è passata, è già settembre.

Si fida di Miller che lo assicura che in un mese e mezzo saranno di ritorno carichi di pelli. E ricchi. Il sogno di Will si incontra con il sogno di Miller che, una decina di anni prima, è capitato per caso in una valle nascosta in Colorado e ha visto una mandria sterminata di bisonti. Will non può immaginare che il sogno di Miller sia un’ossessione, che diventerà una ‘monomania’ come quella del capitano Achab che insegue la balena bianca, sordo a ogni ragionevole richiesta di invertire la rotta della Pequod.

 

In “Butcher’s Crossing” la narrazione è scandita come in un’opera classica: c’è un prologo- il viaggio-, una parte centrale- l’azione, la caccia-, e l’epilogo, che non è solo la fine dell’avventura di Will ma di un’intera epoca. Il viaggio, durante il quale incomincia il cambiamento fisico dell’inesperto Will che quasi non riesce neppure più a sedersi per il dolore alle natiche: “sentiva il corpo indurirsi e farsi sempre più magro. A volte aveva l’impressione di spostarsi dentro un altro corpo”. La caccia, iniziata con baldanza e stupore ed entusiasmo e già intaccata dopo l’uccisione della prima bestia, il vecchio capobranco che si affloscia perdendo la sua dignità e la sua identità, quando Will “aveva avvertito anche la distruzione di qualcosa dentro di sé”. Ma, anche quando hanno scuoiato un numero di pelli superiore a quello che possono trasportare, quando si avverte una differenza nell’aria e sarebbe saggio tornare, Miller, chiuso nella sua ossessione, continua a sparare.

 

L’armonia della natura idealizzata da Will è spezzata, tutto è raffica di spari, la caccia è un massacro. E la natura si rivolta contro chi ha osato sfidarla, imprigionando gli stolti. L’epilogo

è il ritorno che, però, non è tranquillo. Il dramma continua, dopo quello del lungo inverno. Succede loro come a Rip van Winkle: sono irriconoscibili loro ed è irriconoscibile il paese che sembra essere deserto, abbandonato da tutti. Persino le pelli di bisonte, che erano così preziose mesi prima, sono accumulate lì, nell’incuria: il vento ha girato, è finita l’era dei bisonti. Che spreco, che inutilità, tutte quelle bestie- quante? cinquemila?- uccise per nulla. Allora il nome di quel posto, l’incrocio del macellaio, si carica di significati- pensiamo agli animali uccisi, pensiamo anche che ‘crossing’ è attraversare un confine, passare una linea d’ombra, e per Will crescere è stato passare attraverso una carneficina.

 

Il romanzo di John Williams è stato scritto nel 1960: ritrovarlo ora è come dissotterrare un tesoro durante uno scavo archeologico. E, pensando a tutti gli avvenimenti intercorsi sulla scena mondiale, ci si domanda se il tema della caccia- ai giganti della natura, la balena, i bisonti-, che ci pare prettamente americano, non rispecchi una qualche loro caratteristica, di aggressività e di necessità di imporsi vittoriosi.

 

John Williams, Butcher’s Crossing, ed. Fazi, trad. Stefano Tummolini, pagg. 357, Euro 17,50

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