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DÍA DE LOS MUERTOS, KENT HARRINGTON

creato da Giovanni Scalambra ultima modifica 11/12/2012 13:49
Amore e morte a Tijuana

Tijuana è una città al di fuori del mondo reale. È icona, leggenda, storia. O, meglio, è icona di violenza e degradazione, leggenda per quanto riguarda divertimenti estremi e stupefacenti, e storia emblematica di emarginazioni e corruzioni.
   Ne hanno raccontato la perdizione i libri di Ellroy, ne ha cantato l’abbondanza di droghe e donne facili Manu Chao (‘Welcome to Tijuana’), ne hanno mostrato vizi e (non) virtù tanti film (da “Traffic” a “La linea”).


   Quella che un tempo era una sorta di rito di passaggio obbligatorio per ogni teenager della California del sud (poi, con i tanti cadaveri lasciati sulle strade dalle guerre tra i cartelli della droga, il suo mito trasgressivo è stato un po’ – solo un po’ - messo da parte) e che rimane anche oggi uno dei punti di snodo più importanti nel traffico della droga verso gli Stati Uniti, è senza dubbio la location ideale per imbastire storie nere di delitti, tradimenti, violenze e disperazione.


   Se poi alla trama aggiungete la scrittura calibrata di Kent Harrington, mettete come sfondo la bizzarra festa dei morti messicana, un miscuglio tra costumi preispanici e dogma cattolico in cui colori, allegria e magia speziano d’incredibile ogni angolo, e scegliete come protagonista Vincent Calhounun, perdente coi controfiocchi che non solo ha un appuntamento già fissato col Creatore a causa di una malattia tropicale che lo sta spegnendo tra dolori atroci, ma ha anche un bell’assortimento di nemici pronti ad accorciargli ulteriormente l’esistenza, otterrete una parola di undici lettere che suona più o meno così: I.M.P.E.R.D.I.B.I.L.E.


   “Día de los muertos” (Meridiano Zero) è un gioiello. Un gioiello incastonato in un proiettile sparato contro il sole. Veloce, lucido, con momenti abbacinanti.


   La storia: Vincent,  professore di liceo in un piccolo paesino rurale della California, è costretto a rifarsi una vita a causa di uno scandalo (un flirt con una studentessa) che lo bandisce per sempre dall’insegnamento. Si arruola nei Marines e diventa (senza troppo entusiasmo) agente della Dea. A Tijuana.


   Pieno di debiti a causa della passione per le corse dei cani, debilitato da un virus terribile e nelle mani di strozzini non proprio accomodanti, mette da parte senso del dovere e onestà e comincia a trasportare clandestini al di là del confine in cambio di quel denaro che potrebbe in parte risolvere i suoi guai (o, se usato in scommesse, aumentarli).


   Il destino però ha in serbo scherzetti niente male. Il primo è la ricomparsa dell’amata, per il nostro eroe un possibile punto di ripartenza (o di non ritorno). Il secondo è una consegna oltreconfine un po’ più complicata (ma meglio pagata) del solito (un ricco boss in rovina).


   Tutto in 24 ore, tutto senza una speranza reale di farcela, di uscirne vivi. Un conto alla rovescia in cui le illusioni devono scontrarsi con un reale mille volte più forte, una corsa contro il tempo condotta da un uomo che, nonostante la malasuerte, le disavventure e gli errori, rimarrà sino all’ultimo fedele a se stesso e, anche se pare impossibile, puro.


   Noir e western moderno si fondono assieme per costruire un eccellente romanzo con grandi scenografie, un protagonista indimenticabile e uno splendido e nerissimo finale.
  Applausi!

 

Kent Harrington, Dia de los muertos, Meridiano zero, traduzione di Katia Bagnoli, pagg. 208, euro 14,00

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