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GIALLO D’AVOLA, PAOLO DI STEFANO

creato da Marilia Piccone ultima modifica 24/05/2013 16:04
Un mistero giallo che trasuda odi familiari e pregiudizi, un bel libro che conferma che a volte la realtà supera l’immaginazione

Deve essere una storia di cui il giornalista e scrittore Paolo Di Stefano, nato ad Avola nel 1956, ha sentito parlare fin da bambino, quella del morto vivo di Avola. Un mistero giallo che trasuda odi familiari e pregiudizi e che si conclude con il riconoscimento di un clamoroso errore giudiziario. Fu una notizia ghiotta per i giornali dell’epoca (si possono consultare anche in internet): in una masseria di montagna, ad Avola, scompare un uomo all’alba del 6 ottobre 1954.

 

Il nipote Sebastiano Gallo va a fare la denuncia alla polizia. Suo zio Paolo Gallo era uscito prestissimo come al solito per abbeverare le bestie. Non molto dopo Sebastiano aveva trovato sangue sul sentiero e un cappello abbandonato in terra, pure quello sporco di sangue. Quando il maresciallo si reca sul posto, è accolto dalle urla della moglie del Gallo che accusa esplicitamente il cognato e il nipote: “u ammazzaru, u ammazzaru, u dissiru e u fìciru.”

 

“Giallo d’Avola” (niente nero nel titolo, il vino non c’entra affatto) di Paolo Di Stefano, che ricostruisce il caso del presunto morto Paolo Gallo, non è soltanto un ottimo legal thriller che ci porta nell’aula del tribunale dove i due imputati- Salvatore e Sebastiano Gallo, padre e figlio, nonché fratello e nipote di Paolo- furono difesi da due avvocati molto noti, ma è anche un ottimo romanzo che si inserisce di buon diritto nel filone dei romanzi ‘siculi’ ricostruendo l’atmosfera locale che sembra immutata dai tempi di Verga o di Pirandello (non è un caso che uno degli avvocati pensi, senza citarlo, al “Fu Mattia Pascal”).

 

C’è una proprietà (la roba verghiana) divisa e condivisa tra le due famiglie di Paolo e Salvatore, invidie e gelosie di cui è difficile rintracciare le cause, litigi stupidi e pretestuosi per l’uso della cucina in comune, dispetti e a volte un menar di mani fra i fratelli, minacce gridate in momenti di ira e naturalmente ricordate con puntualità adesso, come se la sequenza obbligata fosse: Salvatore ha detto che avrebbe ucciso Paolo, Paolo è scomparso, c’è sangue sul terreno, quindi Salvatore ha ucciso Paolo. Il fatto che, nonostante le ricerche accurate, il corpo non sia stato trovato, appare di secondaria importanza. Che nessuno riesca a spiegare come abbiano potuto, padre e figlio, far sparire un cadavere con tanta velocità, pure. Che sia oltremodo strano che Salvatore abbia ammazzato il fratello proprio due giorni dopo essersi fidanzato (era rimasto vedovo anni prima), anche.

 

La Sicilia che fa da retroscena al caso del morto vivente è chiusa nella sua insularità dove l’omertà vige ovunque- si può però non tacere e non distogliere lo sguardo da ciò che si vede quando chi ha l’ardire di presentarsi a dichiarare di avere visto u Sacchiteddu (soprannome dato al magrissimo Paolo) viene trattenuto in prigione e torchiato finché ritratta, riconoscendo che forse si è sbagliato?- e i preconcetti entrano nell’aula del tribunale facendo condannare padre e figlio. Ma ci sono altri tocchi sapienti nel quadro che Paolo Di Stefano dipinge per noi- l’uso del dialetto dosato ad arte, non per aggiungere colore locale ma come unico mezzo di espressione prima che la televisione ‘insegnasse’ l’italiano a tutta la penisola.

 

Durante un interrogatorio è necessario addirittura un interprete che traduca dal dialetto (solo alla fine del 1956 la televisione avrebbe raggiunto il 95% del territorio italiano). E, accanto al dialetto, c’è un altro dettaglio prettamente paesano: l’uso dei coloriti soprannomi che a volte sostituiscono il nome vero con grande efficacia visiva. Sacchiteddu e Turuzzu, Aluzzu e la Masudda. Nessuna brillantezza, invece, nel colore delle carceri dove viene rinchiuso Salvatore. Nell’Italia uscita da dieci anni dalla guerra le carceri sono un inferno. E’ già un miracolo che Salvatore sia sopravvissuto, anche se con la salute minata.

 

Un bel libro che conferma che a volte la realtà supera l’immaginazione.

 

Paolo Di Stefano, Giallo d’Avola, Ed. Sellerio, pagg. 325, Euro 14,00

 

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