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Il dovere di uccidere di Håkan Nesser

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 06/04/2017 13:00
Nei romanzi di Nesser "c’è una leggerezza che non è superficialità, un umorismo sottile e continuo, del tipo che ti fa sorridere ‘dentro'"

Quattro allegri vecchietti hanno un insperato colpo di fortuna: una vincita alla lotteria. Vanno a festeggiare nel locale dove si incontrano abitualmente. Finiscono la serata ubriachi. Uno di loro, Waldemar Leverkuhn, finisce addirittura sotto il tavolo. Riesce comunque a rimettersi in piedi e a ritornare, in qualche maniera, a casa. Si getta sul letto senza spogliarsi. Sta russando quando qualcuno lo accoltella con violenza selvaggia, infierendo sul corpo già morto con più di una ventina di colpi. È la moglie che trova il cadavere e telefona alla polizia, quando rientra verso le due del mattino dopo aver fatto visita ad un’amica.

 

Leggere un nuovo thriller dello scrittore svedese Håkan Nesser è sempre un rinnovato piacere, sia che il romanzo appartenga alla serie con protagonista Gunnar Barbarotti sia che invece abbia come ‘eroe’ il commissario Van Veeteren. Le trame di Nesser non hanno un ampio respiro come quelle del nostro amato Mankell, non spaziano in mezzo mondo, l’azione è circoscritta nelle cittadine immaginarie di Maardam (i romanzi con Van Veeteren, e Maardam non è neppure in Svezia, abbiamo l’impressione che sia nei Paesi Bassi) o di Kymlinge, in Svezia, quando Gunnar Barbarotti è il personaggio principale. E tuttavia c’è una leggerezza che non è superficialità, un umorismo sottile e continuo, del tipo che ti fa sorridere ‘dentro’, indispensabile per alleviare la cupa oppressione del Male con cui commissario e poliziotti si devono confrontare ogni giorno, c’è umanità ed empatia, preoccupazione per mantenere la propria integrità, per dare un senso alla vita in un mondo in cui troppo spesso la vita umana sembra non aver alcun valore.

 

Il personaggio di Van Veeteren è marginale ne “Il dovere di uccidere”, eppure è importante - è come se fosse un faro verso cui rivolgersi quando non si sa che direzione prendere, come condurre le indagini. Le sue dimissioni non sono ancora definitive, ma Van Veeteren ha deciso che non tornerà in polizia: ha quasi sessant’anni, un negozio di libri antichi, una donna che ama e riesce quasi a fargli dimenticare l’ansia continua per il figlio. Il sovrintendente Münster - il vero protagonista di questa indagine- continua a considerarlo come un uomo dall’intuito eccezionale e si rivolgerà a lui per consigli e aiuto (tra parentesi, Van Veeteren gli salverà la vita), anche se la bravura di Münster non è da meno. È una bella figura, questo Münster che ha due bambini e una moglie di cui è innamorato e tuttavia si sente attratto dalla bella collega Ewa Moreno che ha appena lasciato il fidanzato. Le piccole storie private di Münster e Moreno sono un diversivo, sono la rasserenante normalità che rischiara il buio che circonda gli altri personaggi. La calda atmosfera della casa di Münster, per quanto ci possa essere qualche dissidio con la moglie, è in forte contrasto con il gelo dell’abitazione dei Leverkuhn: come mai i due Leverkuhn non hanno più alcun rapporto con i tre figli di cui la primogenita è ricoverata in un ospedale psichiatrico?

 

Non ho voluto dire altro della trama, di quello che accade dopo l’assassinio di Waldemar Leverkuhn, ma aspettatevi sparizioni, altri morti, una serie di colpi di scena con un colpo di coda finale.

Non vi pentirete di averlo letto.

 

 

Håkan Nesser, “Il dovere di uccidere”

Ed. Guanda, trad. Carmen Giorgetti Cima, pagg. 288, Euro 15,30

 

Recensione a cura di Marilia Piccone

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