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IL GIORNO DEI COLOMBI, LOUISE ERDRICH

creato da Marilia Piccone ultima modifica 21/04/2014 18:09
Un romanzo che trabocca di storie. Storie ricche di colore, di variazioni, di personaggi, di avventure, di sentimenti, storie che veleggiano tra il reale e il fantastico

“Il giorno dei colombi”, il nuovo romanzo di Louise Erdrich (la scrittrice è figlia di un’indiana Ojibwe e di un emigrato tedesco), incomincia con un atroce delitto commesso nel 1911 nel Nord Dakota, lo sfondo abituale dei suoi libri. Un’intera famiglia di bianchi fu uccisa in una fattoria, l’unica a sopravvivere fu una bimba che dormiva nella culla. Venne fatta giustizia sommaria e dei nativi americani furono impiccati. Stranamente ad uno di loro fu tolto il cappio all’ultimo momento- si trattava di Mooshum, il nonno di Eveline che è il primo personaggio a prendere la parola in un romanzo che è come un puzzle di cui si collocano prima le tessere più esterne e poi, a poco a poco, ci si avvicina al centro del disegno, all’imperdonabile ingiustizia, all’intrico di innocenza e colpevolezza.

 

Leggendo “Il giorno dei colombi”, terzo romanzo della Erdrich pubblicato dalla casa editrice Feltrinelli, mi sono resa conto che la scrittrice sta tracciando la geografia di un mondo popolato da personaggi ricorrenti- non tutti, ma alcuni di quelli che appaiono ne “Il giorno dei colombi” li avevamo già incontrati ne “La casa tonda”, anche se in un tempo cronologicamente posteriore a quello di questo libro. E il metodo, portare sulla scena protagonisti diversi in una storia intrecciata, riprendere personaggi che abbiamo già conosciuto, ci fa pensare a Faulkner, sostituendo il profondo Sud della contea Yoknapatawpha con il nord della riserva indiana Chippewa, sulle coste del Lago Superiore.

 

 

Incomincia Eveline a raccontare- e all’inizio è ancora bambina, le storie del nonno Mooshum sono buffe e lei neppure le capisce interamente. Seguiranno altri narratori e alcune delle vicende che leggeremo sono stupefacenti, per motivi diversi. Stupefacente e affascinante è il viaggio di un gruppo di bianchi con delle guide native ad occupare un pezzo di terra su cui fondare una città, simile alle imprese delle carovane dirette verso il mitico Far West, affondando però con i buoi nella neve, correndo il rischio di morire di freddo, di fame, di disperazione. Stupefacente e paurosa è la vicenda del ragazzino smilzo che diventa un predicatore invasato mentre il suo corpo si allarga tanto quanto il suo ego.

 

La storia di Mooshum ha, invece, qualcosa dell’aura della fiaba, o della leggenda- e non si sa quanto di vero ci sia, e quanto lui ci abbia ricamato sopra. Il giorno in cui Mooshum reggeva il candelabro di una processione religiosa era stato proprio quello ‘dei colombi’- i fedeli avevano fatto fatica a difendersi da quello stuolo di uccelli fitti come cavallette.

 

E Mooshum, ancora quasi un bambino, era scappato con Junesse, giovane come lui. Junesse che era figlia di un Wildstrand, uno degli uomini che impiccarono gli indiani. Un altro Wildstrand era il padre di Corwin Peace, il ragazzino il cui nome la bambina Eveline si scrive sul corpo un milione di volte. E però lo aveva avuto da un’altra donna perché sua moglie era Neve Harp, zia di Eveline, occupata a scrivere la storia della cittadina di Pluto.

 

Anche Geraldine è zia di Eveline ed è la moglie del giudice Coutts, l’altro narratore fisso del romanzo- avevamo trovato sia Geraldine sia il giudice come protagonisti ne “La casa tonda”, qui, oltre alla loro storia d’amore, leggiamo quella- durata molti anni, fin da quando era un adolescente- del giudice con una donna molto più anziana che fa il medico, ma si rifiuta di curare gli indiani. Eppure il giudice è un indiano ed era stato guarito da lei. Solo alla fine, quando sistemiamo le ultime tessere del puzzle, è chiaro chi sia la donna del cui nome finora abbiamo conosciuto solo l’iniziale, C.

 

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Poi mi parlò di parecchi casi, nel corso degli anni, in cui la dottoressa aveva respinto delle persone- anche casi di emergenza- e di come avesse fatto sapere, in generale, che non voleva curare la nostra gente. Tutti conoscevano il motivo. Era qualcosa di più della solita intolleranza, disse Geraldine: allora capii che della dottoressa io avevo saputo tutto e nulla. Solo più tardi me ne resi conto: se avessi avuto l’età di C., non avrebbe contato.

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Un romanzo deve raccontare una storia ed io mi rammarico spesso della mancanza di storie nei romanzi di oggi. “Il giorno dei colombi” trabocca di storie, sembra che una storia nasca da un’altra, all’infinito. Storie ricche di colore, di variazioni, di personaggi, di avventure, di sentimenti (un’altra storia è bellissima, quella del violino del fratello di Mooshum). Storie che veleggiano tra il reale e il fantastico e che, sempre, nel profondo, ci parlano del dolore dei nativi per la perdita della loro terra, per le ingiustizie e le discriminazioni, per quella che è stata la prima arrogante conquista degli americani quando neppure erano ancora americani, ma coloni di origine europea alla ventura sul suolo del nuovo mondo.

 

Louise Erdrich, Il giorno dei colombi, Ed. Feltrinelli, trad. V. Mantovani, pagg. 387, Euro 19,00

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