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IL GUAITO DELLE GIOVANI VOLPI, PATRIZIO PACIONI

creato da Simonetta De Bartolo — ultima modifica 31/05/2013 13:46
Un romanzo contro tutti gli integralismi, contro ogni sopraffazione e violenza

Amor che a nullo amato amar perdona” è il monumento poetico che Dante, nel V canto dell’Inferno, scolpisce e dedica agli sventurati Paolo e Francesca, coppia di amanti travolti da un’irrefrenabile attrazione e massacrati dal marito di lei, Gianciotto.

Patrizio Pacioni da qui parte (non solo nei nomi dei protagonisti) e qui arriva, approfittando del pathos della trama per analizzare con attenzione e dolorosa partecipazione le lacerazioni causate dal problematico binomio integrazione-integralismo.

 

Fatima è una giovane donna dalla vita precocemente spezzata.

Un matrimonio combinato l’ha strappata all’adolescenza, un marito padre-padrone l’ha estirpata dalla propria gente e dai propri affetti per condurla con sé in Italia, alla ricerca di una migliore condizione economica  e sociale.

 

Comincia così, il nuovo, drammatico romanzo di Patrizio Pacioni, “Il guaito delle giovani volpi“: con una scena durissima, ma non priva di soave nostalgia per “il bel tempo perduto”, che vede la protagonista soggiacere impotente all’ottusa concupiscenza dello sposo Rashid.

Una storia densa di contrasti che mette a confronto personaggi di culture e tradizioni diverse, costretti dalle vicende della vita a incontrarsi e scontrarsi. Che mette in luce i problemi dell’integrazione  in un Paese straniero e le paure del cambiamento di chi tale integrazione dovrebbe adoperarsi per rendere il meno traumatica possibile. Che lascia emergere tra le righe, una pagina dopo l’altra, nostalgie, miserie, precarietà, l’arretratezza di certe idee, tra diffidenza razziale e pregiudizi religiosi.

 

Costretta suo malgrado a mediare tra culture e tradizioni diverse, Fatima non esita ad assumere un atteggiamento critico nei confronti dell’Islam

Non è facile trovare qualcosa di positivo nella jihad, negli chador e nei burka, nei martiri kamikaze, nell’integralismo” ammette, ma non esita, subito dopo a stigmatizzare certi evidenti aspetti della crisi morale, culturale, sociale, oltre che economica, che investe e travaglia l’Occidente: al forte disagio di vivere in un mondo per lei alieno, tra pregiudizi, diffidenze, disprezzo e stolido razzismo, si affianca e sovrappone l’istintiva difesa delle proprie radici.

Cresciuta prima del tempo, bella e fragile come una rosa di serra, Fatima impara ben presto a convivere con l’ambiguità: Fatima a casa, Francesca a scuola.

“… una specie di certificazione della propria identità spezzata, irrimediabilmente divisa tra oriente e occidente … una doppia maschera da indossare in relazione all’occasione e al posto”.

Un’eco perfetta, non so dire se consapevole o casuale, dell’atteggiamento del protagonista di “Confessioni di una maschera” (Yukio Mishima): per nascondere la propria omosessualità, inaccettabile per la società nipponica del tempo, il personaggio si crea una vita alternativa, in cui si ritrova, inevitabilmente, a mentire persino a se stesso.

 

Come sempre Patrizio Pacioni dimostra una particolare attitudine a scandagliare l’animo umano, soprattutto nel momento delle grandi decisioni, allorché si arriva a dover prendere scelte importanti, spesso dolorose, talvolta tragiche. Non giudica, non condanna, ma analizza le motivazioni comportamentali e le dinamiche psicologiche  in ogni sfumatura, senza però per questo mai allentare la tensione narrativa.

 

Tutto, nelle sue pagine, è funzionale a questo connubio di introspezione e suspense, anche i fuggevoli ma mai superficiali  accenni al contesto urbano in cui si svolge l’azione e agli scenari che fanno da sfondo alla narrazione: come accaduto per “Malanima mia”, pur in assenza del commissario Cardona e degli altri ormai famigliari personaggi della sua saga, anche stavolta la location fantastica ma straordinariamente realistica di Monteselva si rivela la perfetta sublimazione di una certa provincia italiana.

Su tutto, e in tutto, l’Islam.

Volutamente visto dall’angolazione di un italiano qualunque, stordito dalla velocità e dalla potenza d’impatto di un incrocio epocale tra civiltà al tempo stesso affini e contrarie: da una parte diffidenza acritica e pregiudizio, dall’altra l’atavico rancore verso l’occidente, le scintille di integralismo fanatico, probabilmente alimentate da potentati occulti, che incendiano il modo di interiorizzare e vivere un credo che diventa anche ragione e regola di vita: un approccio religioso che, nella visione dell’Autore, invece di modernizzarsi, nell’ultimo secolo è andato progressivamente a ripiegarsi su se stesso.

 

Si avverte distintamente, mentre gli avvenimenti si susseguono con la serrata sequenza di una sceneggiatura cinematografica e con l’ineluttabilità propria di una tragedia greca, l’interrogarsi pensoso dell’Autore sull’effettiva valenza di certe interpretazioni di una religione da sempre votata a un attivismo e a un proselitismo esasperato, attraverso l’adesione devota e totalizzante alla Scrittura per eccellenza, il Corano. Il disagio crescente di chi è costretto a confrontarsi con quell’inflessibile rigore, anche formale, per il rispetto dei precetti, capace di generare paradossi quasi inintelligibili da in chi si trovi all’esterno della galassia musulmana.

A dirla con “Il Profeta” di Gibran, “chi determina dall’etica la propria condotta imprigiona in una gabbia il suo uccello canoro”.

O ancora: “Non è religione ogni riflessione e ogni atto?”. Infine: “La vostra vita quotidiana è il vostro tempio e la vostra religione”.

 

Poi c’è l’Amore, naturalmente.

Impetuoso, irrazionale, travolgente, distruttivo.

Totalizzante, crudelmente tiranno.

La scintilla scaturisce dall’incontro della protagonista con Paolo, che compare in uno dei primi capitoli come un ago nel pagliaio della diffidenza, se non dell’ostilità, in cui Fatima/Francesca si trova a vivere quotidianamente: un ragazzo sensibile, aperto ai sentimenti, ma anche estremamente deciso a lottare per affermare il diritto ad amare.

I primi turbamenti, lo sfiorarsi, gli imbarazzi, gli audaci pensieri di ribellione, le paure e i sensi di colpa, ma soprattutto la sconvolgente novità di sensazioni prima sconosciute.

Ineluttabile, arriva la resa con il primo timido bacio e, infine, il divampare non più controllabile del “fuoco” della passione.

E, nel per lei nuovo, prepotente e tiranno sentimento, tornano il fortissimo bisogno di essere compresa e accettata nella sua totalità:  “se intendi davvero volere bene a me, che sono una foglia” sussurra Fatima a Paolo, “non puoi e non potrai mai disprezzare la pianta dalla quale sono germogliata

Ma c’è l’altro mondo, quello “oltre il muro”. Eccome se c’è.

Il marito Rashid, che ondeggia tra la rigorosa osservanza dei precetti religiosi e desideri carnali inconfessabili, da reprimere con ogni mezzo (“con feroce determinazione si era colpito, e colpito, e colpito, finché non aveva ritenuto di aver punito abbastanza una volontà malferma”), tra vittimismo e pseudo- eroismo. In un rapporto con la giovane moglie che rimanda in qualche modo a “La prigioniera” di Marcel Proust in cui Albertine convive, suo malgrado, con Marcel che la controlla continuamente tra dubbi e sospetti. È il potere esercitato sulla propria sposa, tra oppressione e paternalismo la fonte più intensa di eccitazione, perché  “Solo chi detiene realmente il potere ha facoltà di perdonare

Ahmad, l’imam zio di Fatima, maestro nel manipolare il prossimo; un intransigente integralista (“la volontà di Dio è come il vento che, smuovendo minuscoli granelli di sabbia, non fatica a rimodellare l’aspetto delle immensità del deserto”) e implacabile inquisitore; nemico giurato di quel “letamaio di vizi e promiscuità” che è per lui l’Occidente.

E infine Yusuf, indegno genitore che, preoccupato di perdere in patria la rispettabilità sociale, fa tacere il proprio cuore, trasformandosi in ottuso sbirro e sinistro giudice del più iniquo e tragico dei verdetti.

 

Nonostante l’estrema delicatezza delle problematiche trattate, la trama, non complessa, lineare e articolata con armonia, rende piacevolissima la lettura e la comprensione di presupposti e conseguenze, di cause ed effetti tipici della letteratura realistica.

 

Il linguaggio è più che mai consono alla tipologia dei personaggi, al sesso, all’età, alla cultura, alla società di appartenenza e all’educazione ricevuta.

Lo stile s’imbeve, come una spugna di mare, della cronaca, dei sentimenti, delle passioni e delle emozioni dei protagonisti ed espira l’essenza e l’ “odore di spezie esotiche”.

Dense di poeticità le pagine che precedono il finale, in cui una serie definizioni arabe dell’essenza dell’amore, sublimano la sensualità, sottolineandone poeticamente la profondità, la passione, l’estasi.

Insomma, l’ennesimo “bel colpo” di Patrizio Pacioni: un’opera che, ne sono certa, non lascerà indifferenti i suoi già numerosi e appassionati estimatori.

 

Patrizio Pacioni, Il guaito delle giovani volpi, Melino Nerella, pagg. 136, euro 12

Patrizio Pacioni, Il guaito delle giovani volpi, Melino Nerella, pagg. 136, euro 12

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