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Il museo delle penultime cose di Massimiliano Boni

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 26/01/2017 09:44
"Il libro di Massimiliano Boni si distingue perché affronta in maniera originale il problema di come non lasciar sprofondare nell’oblio la tragedia che ha segnato la Storia e la coscienza dell’Europa" (M. Piccone)

Roma. Potremmo pensare che sia la Roma dei nostri giorni, poi qualche piccolo indizio, uno dopo l’altro, ci fa cambiare idea. C’è una donna presidente, la solita schermaglia elettorale con due aspiranti alla carica di primo ministro, Renzi (ingrassato) e Cacciani. Un’atmosfera di inquietudine aleggia su Roma, si insinua nelle stradine del ghetto, affiora nelle chiacchiere e nelle dicerie. Il vessillo del partito che vince ha cambiato colore ma ne riconosciamo le tendenze politiche- Cacciani sfoggia una sciarpa arancione. Dei droni solcano il cielo, degli orwelliani sound trees sono disseminati nella città- sono un tocco (solo un tocco) di ucronia che, in aggiunta ad un conto degli anni dei personaggi, ci aiuta a concludere che siamo in un futuro vicino, tra il 2020 e il 2030.

 

Pacifico Lattes è vicedirettore del Museo della Shoah di Roma. Evidentemente il progetto in discussione da anni è stato approvato, il parallelepipedo nero con i nomi dei deportati della razzia del 16 ottobre 1943 che si rincorrono sulle pareti esterne sorge nei giardini di Villa Torlonia. Pacifico Lattes ha raccolto le testimonianze di tutti i sopravvissuti ai campi, il suo lavoro si è concluso con una mostra su una donna ebrea che è appena morta in America e su un’italiana che aveva quattordici anni all’epoca e che aveva scritto un diario dei giorni che aveva passato nascosta. Pacifico crede di aver terminato il suo lavoro. Crede di potersi lasciare alle spalle la Shoah con i suoi orrori. Crede di poter tornare a godersi la famiglia, la moglie e i due bambini. E invece spunta fuori il parroco di una zona periferica di Roma, dice che nel ricovero per anziani della sua parrocchia c’è un uomo ultranovantenne che non ha mai voluto dire nulla di sé ma che ha chiesto di avere un funerale ebraico, quando verrà il momento. Forse questo Attilio Amati è ebreo, una volta ha parlato di treni, ha una cicatrice sul braccio dove dovrebbe esserci il tatuaggio del numero, forse è un sopravvissuto. L’ultimo dopo quelli che si pensava fossero gli ultimi.

 

Il motore del romanzo “Il museo delle penultime cose” di Massimiliano Boni è il mystery da risolvere, la ricerca dell’identità di Attilio Amati che non risulta in nessun archivio. Inoltre non risulta neppure che un Attilio Amati fosse tra i ragazzini rastrellati dal ghetto di Roma e caricati sul treno della morte. Il nodo focale del romanzo, tuttavia, è un altro, è il valore inestimabile della memoria che si apprezza maggiormente nel momento in cui sono scomparsi dalla scena i diretti testimoni, la certezza della memoria che deve essere tutelata a salvaguardia del passato, contro l’avanzare del revisionismo, della negazione che la realtà dei campi sia esistita e che il genocidio abbia avuto le immani proporzioni che ha avuto. Ogni minimo frammento di testimonianza deve essere preservato gelosamente, per questo e perché le vittime non siano soltanto passate su questo mondo come il fumo dei camini di Auschwitz. E questa necessità è sempre più urgente in un’Italia (solo l’Italia?) in cui serpeggia un antisemitismo che ricorda le prime avvisaglie del nazismo in Germania. Il personaggio di Pacifico, poi, vuol dirci qualcos’altro ancora, delineato com’è, in netto contrasto con Marco, il capo del Museo. Bello il personaggio di Marco, un ex partigiano che non è ebreo e che, nella lotta coraggiosa per portare la memoria alla conoscenza di tutti che gli costerà la vita, è come uno dei Giusti che hanno rischiato la loro, di vita, per salvare anche soltanto quella di un ebreo. Pacifico, che si è sempre rifiutato di visitare un lager, che vorrebbe non dover più sentire raccontare della rampa e della selezione e delle camere a gas, è l’ebreo medio che avverte come un peso la Storia del passato, è ciascuno di noi con l’eterna domanda, "e io, che cosa avrei fatto? chi avrei salvato, dei miei cari, se fossi stato costretto ad una scelta?".

 

Tra i tanti libri che puntualmente ogni gennaio sono pubblicati e che troppo spesso sembrano sfruttare la morbosità dell’orrore o indulgere ad un tardivo sentimentalismo, il libro di Massimiliano Boni si distingue perché affronta in maniera originale il problema di come non lasciar sprofondare nell’oblio la tragedia che ha segnato la Storia e la coscienza dell’Europa nel secolo XX.

 

 

Massimiliano Boni, “Il museo delle penultime cose”

Ed. 66th and 2nd, pagg. 352, Euro 18,00

 

 

Recensione a cura di Marilia Piccone

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