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IL RE, KADER ABDOLAH

creato da Marilia Piccone — ultima modifica 11/09/2012 17:10
C’era una volta un principe persiano che un giorno, diventato re, visitò Parigi…

“Per mille anni nelle case da tè persiane sono risonate le gesta degli antichi re. I cantastorie giocavano con le date e davano libero corso alla fantasia per far rivivere i racconti con toni forti e colori vivaci. Spostavano i fatti nel tempo, tralasciavano qua e là qualche episodio e talvolta ne aggiungevano altri.”
   In queste parole di introduzione al suo nuovo romanzo, “Il re”, lo scrittore iraniano Kader Abdolah, rifugiato politico in Olanda dal 1988, anticipa la sua intenzione: sarà il cantastorie del secolo XXI, riporterà in vita il passato perché nessun frammento vada perso, mescolerà fatti e finzione, si concederà qualche licenza, maneggerà il tempo, ci incanterà con il suo racconto. Se non lo facesse, verrebbe meno a un dovere, la sua fuoriuscita dall’Iran sarebbe un tradimento nei confronti dei compagni di lotta che hanno perso la vita e della patria che ha perso la libertà.

 

   Ed è così che Kader Abdolah sceglie di raccontarci del regno dello scià Naser alla fine dell’800 in una Persia che si trova al centro del Grande Gioco tra Russia, Francia e Inghilterra- un parallelo voluto con l’Iran di fine millennio?

   L’inizio, “C’era una volta un principe persiano che un giorno, diventato re, visitò Parigi”, stabilisce il tono favolistico da “Mille e una notte”, accentuato subito da uno dei dettagli che più colpiscono l’immaginario: il principe Naser (che aveva trecentosettantaquattro fratelli perché suo padre aveva avuto milleduecentotrentacinque mogli) aveva soltanto duecentotrenta concubine. E tuttavia considerava come unico legittimo discendente la figlia avuta dalla prima moglie: i maschi avuti dalle concubine non valevano nulla, solo un figlio maschio dell’adorata figlia avrebbe potuto succedergli.

   Accanto allo scià prendono vita un’infinità di altri personaggi- primi fra tutti quelli che gli sono più vicino e che si contendono il suo ascolto, la madre Madholia, il gran visir Mirza Kabir (trisavolo dello scrittore) e il consigliere spirituale dello scià, Sheikh Aghasi. E’ una lotta per il potere in due cerchi concentrici, quella che si svolge accanto allo scià. Perché i consigli di Mirza Kabir (di gran lunga il più intelligente, colto e lungimirante dei quattro, l’unico che ha viaggiato all’estero e vede con occhi realistici il divario tra Persia ed Europa) sono diametralmente opposti a quelli di Madholia o del timido Sheikh Aghasi.

   I problemi della Persia sono tanti: l’Afghanistan e il possesso di Herat, città contesa tra Russia e Inghilterra, i confini con l’India da cui si affacciano con prepotenza gli inglesi che mirano ai giacimenti di petrolio sulle coste del golfo Persico, l’arretratezza del paese del tutto privo di infrastrutture, l’analfabetismo quasi totale della popolazione- solo pochi, delle migliori famiglie, sono stati mandati a studiare all’estero perché possano spingere il paese verso il futuro al loro ritorno. E però vengono considerati pericolosi, proprio per le loro idee innovative. Perché parlano di parlamento, di costituzione, di un minor potere centrale.

   Nel cerchio più esterno sono le grandi potenze ad ingaggiare una lotta per infiltrarsi in Persia, approfittando della cecità politica dello scià, della sua ignoranza del progresso che ha preso la rincorsa fuori dei suoi confini, della sua avidità di denaro. Lo scià si lascia comprare facilmente. Non capisce che cosa possa significare per il paese l’introduzione del telegrafo, di una linea ferroviaria, della costruzione di scuole e ospedali. E’ rimasto alla montagna di gemme che è il tesoro più grande per lui, alle monete d’oro da elargire come dono regale. Si accontenta, come un bambino, del regalo di uno scivolo (uno scivolo!) per far divertire le donne dell’harem, in cambio di concessioni di ben altra portata fatte alle potenze straniere. E naturalmente pensa di avere il diritto di decidere della vita e della morte dei suoi sudditi- il primo ad essere eliminato è Mirza Kabir, troppo autonomo per non essere considerato un rivale. Solo con la rivoluzione del 1906 la Persia entrerà nella modernità.

  La capacità affabulatoria di Kader Abdolah è straordinaria. Ci fa viaggiare per tutta la Persia, ci fa sbirciare dietro le porte dell’harem, ammirare lo scintillio di favolosi gioielli, annusare spezie- e poi paragonare tutto con la cultura a cui apparteniamo noi occidentali, perché possiamo comprendere meglio le distanze da superare e le differenze da valorizzare.

Kader Abdolah, Il re, Ed. Iperborea, trad. Elisabetta Svaluto Moreolo, pagg. 467, Euro 18,50

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