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Io non mi chiamo Miriam, Majgull Axelsson

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 01/12/2016 08:52
Sono passati più di settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, tutto dovrebbe essere già stato detto e scritto. Eppure manca sempre qualcosa. Eppure ci sono ancora vicende umane che ci colpiscono nella loro unicità e fanno luce sulla condizione di molti. (M. Piccone)

Compiva 85 anni quel giorno. La sua famiglia- il figlio, la nuora e la nipote- le avevano regalato un bracciale d’argento, opera di artigianato zingaro. Recava inciso il suo nome, Miriam. E il passato le si era rovesciato addosso. Aveva detto una cosa che aveva lasciato tutti di stucco. “Io non mi chiamo Miriam”. Che cosa voleva dire? Era un primo segno di Alzheimer?

Il romanzo di Majgull Axelsson, “Io non mi chiamo Miriam”, è ambientato a Nässjö, una piccola cittadina in Svezia, e la storia di Miriam che non è Miriam si sposta tra presente e passato, un passato lungo sessantotto anni e degli anni più lontani Miriam non ha mai parlato con nessuno. Era necessario tacere, dimenticare, guardare avanti. Tacere soprattutto. Nessuno doveva sospettare che lei non fosse Miriam Goldberg, nessuno doveva venire a sapere il suo vero nome, Malika (‘imperatrice’), né che lei era una rom e che la sua famiglia era stata sterminata nei campi di concentramento nazisti. Perché i rom erano disprezzati più ancora degli ebrei, perfino nei campi. Perfino nella Svezia moderna i rom era guardati con diffidenza, di loro si diceva che erano ladri e vagabondi. E Miriam ricordava la bella casa dei suoi genitori che non erano né ladri né vagabondi. Poteva rischiare, Miriam, di perdere tutto, benessere, casa, famiglia, status sociale? Dopo quello che aveva passato, dopo Ravensbrück, dopo il treno della croce rossa che l’aveva portata in Svezia, dopo il periodo in cui era stata ospitata in casa di Hanna- così gentile, le aveva insegnato tutto- , dopo aver sposato Olof, il fratello di Hanna che faceva il dentista ed era rimasto vedovo, dopo aver tirato su il figlio di Olof, amandolo come se fosse il figlio che lei non aveva avuto, poteva rivelare di aver tradito la sua gente e di aver vissuto la vita di un’altra?

Era successo per caso. Il suo vestito era a brandelli, non aveva fatto che prendere l’abito di una ragazza morta, c’era una stella gialla cucita sull’abito, un’altra ragazza le aveva detto il nome di chi lo aveva indossato prima, osservando anche- fortuna o destino?- che tre dei numeri tatuati sul suo braccio erano gli stessi di Miriam Goldberg. Addio Malika.

Tacerebbe ancora, Miriam. È sua nipote Camilla che insiste per farla parlare. È solo a lei che Miriam racconta. E sono ricordi atroci, soprattutto quelli del fratellino morto di un male strano, il noma, la malattia dei poveri, il male dei bambini che muoiono di fame. Era morto sotto l’occhio attento del dottor Mengele che aveva fatto su di lui degli esperimenti al contrario, dandogli un poco di più da mangiare per osservare la sua ripresa e poi privandolo nuovamente del cibo. Sono immagini, quelle del fratellino con un buco nella guancia, che Miriam cerca di respingere indietro, nel buio della memoria, perché fanno troppo male.

Sono passati più di settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, tutto dovrebbe essere già stato detto e scritto. Eppure manca sempre qualcosa. Eppure ci sono ancora vicende umane che ci colpiscono nella loro unicità e fanno luce sulla condizione di molti.

Di certo sulla deportazione e la fine dei rom o zingari si è scritto di meno che sul genocidio degli ebrei, il numero era inferiore ma l’olocausto è stato anche il loro. Ed è su di loro che Majgull Axelsson vuole portare la nostra attenzione. Per non dimenticare.

Non è soltanto il calvario di Miriam a Ravensbrück che ci colpisce nel romanzo di Majgull Axelsson. C’è un episodio veramente accaduto che è altrettanto sconvolgente perché è successo nella civile e pacifista Svezia del 1948- la caccia ai ‘tattare’ di Jönköping, una nuova versione della Notte dei Cristalli dieci anni dopo. Contro altra gente ma la stessa violenza. Una caccia alle streghe di turno.

E se pensiamo al nostro presente, ci rendiamo conto che non c’è mai fine alla discriminazione, al razzismo, alla xenofobia.

 

Majgull Axelsson, “Io non mi chiamo Miriam”

Ed. Iperborea, trad. Larsson Björn, pagg. 562, Euro 16,58

 

Recensione a cura di Marilia Piccone

Blog "Leggere a lume di candela"

 

 

 

Nella sezione "Autori" trovate l'intervista di Marilia Piccone all'autrice Majgull Axelsson.

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