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L’OCCHIO DI GIADA, DIANE WEI LIANG

creato da Marilia Piccone ultima modifica 17/10/2013 15:43
Una detective story che è un pretesto per scoprire una nuova (e al tempo stesso antica) Pechino

In apparenza il gioiello misterioso del titolo di questo romanzo della scrittrice cinese Diane Wei Liang, “L’occhio di giada”, non è altro che un antico sigillo dalla storia affascinante: risale infatti alla dinastia Han, all’incirca negli anni 200 d.C., ed è collegato- come racconta lo zio Chen, l’uomo che ha interesse a ritrovarlo- con la Dama Wenji, la più squisita e famosa poetessa della Cina dell’antichità. In realtà c’è un secondo significato nascosto nei termini “occhio di giada” e lo rivelerà, con stupefacente ingenuità, il rozzo e simpatico aiutante dell’investigatrice Mei, ampliando in tal modo la portata stessa delle ricerche.

 

Perché il romanzo “L’occhio di giada” si presta a parecchi livelli di lettura e quello della detective story è certo il più superficiale e meno soddisfacente. Se non fosse che offre il pretesto per tutt’altro, ad iniziare da una perlustrazione della città che porta Mei in vari quartieri di Pechino- da vicoli angusti con case fatiscenti alle strade con squadrati palazzi grigi degli anni ‘70 e ‘80, a  quelle che sono diventate sede di ambite residenze. Dentro locali in cui si mangiano ottimi won ton pagando poco, in altri in cui si gioca d’azzardo.

 

In alberghi economici e nello scintillante Sheraton Hotel con cascate di luci color ambra e bianco che si riversano per sette piani. E poi la ricerca dell’occhio di giada è l’occasione per un tuffo nel passato- soltanto nei paesi a regime totalitario il passato del singolo coincide con quello dell’intero paese, la storia personale è una tessera infinitesimale di un gigantesco puzzle che non sarà mai ricostruito per intero.

 

Diane Wei Liang non ci dice subito il perché della scelta di un lavoro insolito da parte della sua protagonista, la trentenne Wang Mei. Scopriremo in seguito perché abbia deciso di lavorare in proprio lasciando un impiego nel Ministero della pubblica sicurezza. Osserviamo solo che si tiene in disparte quando, in occasione di un incontro con i vecchi compagni di università, nasce una discussione tra quale sia la meta più desiderabile, se il potere o il denaro. E’ interessante  che la stessa domanda venga posta nuovamente più avanti nel libro, quando Mei parla con la madre, e appare chiaro che sia questo il divario generazionale, la frattura fra la vecchia Repubblica Popolare e la nuova Cina: un tempo il potere era tutto, il potere ti permetteva di ottenere tutto.

 

Adesso il denaro è lo strumento più adeguato per avere quello che si vuole, persino il potere. E Mei, a cui non interessa né l’uno né l’altro, viene definita “un fallimento” dalla sorella Lu, più giovane di due anni, sposata con un uomo ricchissimo e più vecchio, brillante ospite fissa, in qualità di psicologa, negli spettacoli della televisione di Pechino. Anche se nessuno osa dirlo, era allora un fallimento pure il loro padre, l’intellettuale idealista e antimaoista che era morto in un campo di lavoro? Mei lo ricorda bene, ricorda quando lei aveva sei anni e lui l’aveva accompagnata all’autobus che l’avrebbe portata via dal campo di lavoro, a raggiungere la mamma e Lu: ma perché soltanto a loro tre era stato permesso di lasciare il campo? Perché qualcuno ha così a cuore la sorte della madre di Mei, che ha avuto un ictus, da farla ricoverare nel migliore ospedale militare di Pechino che ha costi altissimi? Ci sono momenti nella vita in cui si impongono delle scelte che nessuno dovrebbe mai essere obbligato a fare- è questo il segreto che la madre di Mei ha taciuto.

 

Diane Wei Liang non drammatizza il passato, ironizza con un umorismo quasi inglese (la scrittrice vive a Londra da anni) sui cambiamenti fin troppo veloci che si sono verificati in Cina, sull’importazione di mode e di comportamenti che hanno una traccia di falso nell’ambiente cinese, poggiati come sono sul nulla. E qualcosa di vero c’è anche nella trama “gialla” del romanzo: un post scriptum ci dice che nell’estate del 1999 un sigillo di giada della dinasta Han fu venduto- non si sa a che prezzo- ad un collezionista di New York.

 

Diane Wei Liang, L’occhio di giada, Ed. Sperling & Kupfer, trad. Giulia Balducci, pagg. 242, Euro 18,00

 

 

Articolo già pubblicato su Stilos nel giugno del 2007.


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