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L’UOMO SENZA RADICI, DIETER SCHLESAK

creato da Marilia Piccone ultima modifica 11/12/2012 15:20
Il tormento dei ricordi

Non ricordo di aver letto un libro stillante dolore come “L’uomo senza radici” di Dieter Schlesak. È  raro che qualcuno abbia il coraggio di guardare con tanta lucidità e onestà dentro di sé, intorno a sé, nel suo passato. Scavando con meticolosità, incidendo col bisturi nel cuore dei ricordi, fino farlo sanguinare. Prendendo su di sé le colpe di altri per un eccesso di scrupolosa responsabilità condivisa- che cosa avrei fatto io al loro posto?, si chiede l’autore.

   È un uomo senza radici, Dieter Schlesak, perché non c’è più la terra in cui affondavano le sue radici. Nato a Schässburg, l’odierna Sighişoara, in Romania, era un Volksdeutch, come venivano chiamati i tedeschi delle minoranze che vivevano nei paesi non appartenenti al Reich. Erano tedeschi, si sentivano tedeschi, la loro lingua era il tedesco, la Germania era la patria di cui coltivavano la memoria e la cultura, di cui copiavano lo stile di vita, di cui accettavano gli ideali e le mire.


   Allo scoppio della guerra avevano indossato la divisa tedesca, giurando fedeltà al Führer. Non era una scelta da mettere in discussione. E poi, prima che il conflitto finisse, il rovesciamento della sorte, la catastrofe. L’invasione dell’Armata Rossa, la Transilvania contesa, la deportazione dei Volksdeutch ai lavori forzati. E ancora, la nazionalizzazione e gli espropri da parte del governo rumeno e la decisione finale, per molti, di ‘tornare’ in patria, in Germania. Con il cuore diviso. Dieter Schlesak aveva scelto dapprima Stoccarda. Aveva trovato insopportabile vivere in Germania. Era sceso a sud, si era stabilito in Toscana, nel piccolo paese di Agliano. Un bambino può radicarsi in un paese diverso da quello dove è nato, non un uomo adulto. Un uomo adulto può ambientarsi, può godere dei nuovi luoghi, può mettere su casa. Ma affondare le radici, no. E finirà per sentirsi straniero ovunque.
   Dieter Schlesak si è sentito libero di scrivere questo libro autobiografico, così come “Il farmacista di Auschwitz” pubblicato lo scorso anno, solo dopo la morte della madre.

 

   Perché- come mi ha detto lui stesso durante un’intervista- non voleva causarle dolore con quello che avrebbe scritto. Nel caso de “Il farmacista di Auschwitz” perché Victor Capesius, il proprietario della farmacia di Schässburg, che consegnava le latte di Zyklon B da versare nei condotti delle docce delle camere a gas, era un amico di sua madre.


   In quel viaggio nella memoria che è “L’uomo senza radici”, tutto sarebbe causa di dolore per sua madre. Perché Dieter Schlesak si carica sulle spalle il peso dell’adesione al nazismo della sua famiglia, degli amici di famiglia, di coloro che frequentavano la loro casa. Allora lui era un bambino ma- ed è questo che lo tormenta-, se fosse nato dieci anni prima, se fosse stato in età da arruolarsi, con l’educazione ricevuta, il senso del dovere e l’obbligo di obbedienza che gli erano stati inculcati, non avrebbe fatto le stesse scelte degli zii, non si sarebbe macchiato anche lui di quelle colpe per cui lo zio Roland (e gli altri) si giustificavano dicendo che non potevano fare altrimenti, che obbedivano agli ordini?


   Il viaggio nel passato di Dieter Schlesak sembra, a tratti, una discesa nell’Inferno dantesco, per la cupezza dei ricordi, per la folla di morti che si accalcano intorno allo scrittore, di ombre che ritrovano la voce per un’ultima opportunità di parlare, attraverso di lui. Ombre di persone, ombre di luoghi, ombre di case che Schlesak fatica a riconoscere oggi. Lasciandolo traboccante di un doppio dolore, per dei ricordi che devono essere dimenticati e per la consapevolezza che dovrà continuare a vivere desiderando di tornare e non riuscendo a tornare, semplicemente perché ‘il nostro Scheszbrich non esisterà mai più!’.

 

Dieter Schlesak, L’uomo senza radici, Ed. Garzanti, trad. Tomaso Cavallo, pagg. 452, Euro 18,60

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