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LA MATERIA OSCURA, MICHELLE PAVER

creato da Lidia Gualdoni — ultima modifica 10/05/2012 14:06
Un'avventurosa spedizione tra i ghiacci dell'Alto Artico nata sotto una cattiva stella

In questi giorni di freddo polare, anche se le ore di luce mancano, non sarà difficile, per i lettori, immedesimarsi con i personaggi de La materia oscura (Giano), il romanzo di Michelle Paver, affermata autrice inglese per bambini, alla sua prima prova letteraria per adulti.

 

   La vicenda viene ricostruita, a partire dal 7 gennaio 1937, attraverso il diario di Jack Miller – questo è il nome del protagonista – in occasione del primo incontro con quattro giovani che cambieranno letteralmente il corso della sua esistenza. Superate le prime resistenze dovute alla diversità di estrazione sociale e di cultura (“Indossavano pantaloni Oxford e giacca di tweed, ed avevano quell’aspetto elegantemente sciupato che si acquisisce solo trascorrendo i weekend nella casa di campagna.

 

   Io avevo un paio di scarpe rovinate, piene di segni, e il mio vestito Burton da sei ghinee”), viene convinto a partecipare ad una spedizione organizzata con il duplice obiettivo di studiare la biologia, la geologia e le dinamiche dei ghiacci dell’Alto Artico e – ancora più importante – di effettuare un rilevamento meteorologico i cui dati potrebbero essere utili nel caso di una nuova guerra.

   Il progetto sembra troppo ambizioso per soli cinque uomini, ma i ruoli sono già ben definiti: Algie, il ragazzo grassoccio con le lentiggini e le ciglia chiare, sarà il geologo del gruppo e il primo cacciatore; Teddy, con i suoi occhi sporgenti, sarà il medico e il fotografo ufficiale; Hugo, magro, scuro e dall’aria da inquisitore, sarà invece il glaciologo e si occuperà della calotta; infine Gus, affascinante eroe biondo che sembra uscito direttamente da un giornale per ragazzi, sarà il biologo nonché il comandante della spedizione. Jack, che è un solitario abituato a stare per conto suo e, soprattutto, in gravi ristrettezze economiche, accetta, non senza ripensamenti, la proposta ad unirsi al gruppo in qualità di “esperto nelle comunicazioni”. 

 

   Abbandonerà una vita che odia, fatta di precarietà e ristrettezze, per  trasferirsi un anno nell’Artico: trascorrerà quattro mesi completamente al buio in compagnia di quattro semisconosciuti che potrebbe non sopportare a lungo, vedrà il sole di mezzanotte, gli orsi polari e le foche che dagli iceberg si lasciano scivolare nelle gelide acque verdi…
Sei mesi dopo, però, la spedizione non sembra iniziare sotto i migliori auspici: due giorni prima la data fissata per la partenza, infatti, il padre di Teddy è morto e l’erede, “terribilmente sconvolto” (per la spedizione, non per la scomparsa del genitore), ha dovuto prendere una decisione “tragicamente spiacevole”, ritirandosi dal progetto.

 

   Anche se non proprio sicuri che partire senza un medico sarebbe “da responsabili”, alla fine prevale l’ottimismo: comincia così il viaggio che da Londra, in treno conduce i quattro a Newcastle, poi la traversata a bordo del postale fino a Bergen, lungo la costa norvegese, e a Tromsø. 

   Il signor Eriksson, il capitano della nave che dovrebbe condurli alla loro destinazione finale, non ritiene che Gruhuken, nella zona nordoccidentale dell’isola di Spitsbergen, sia il luogo “giusto” dove piazzare un campo, ma non spetta certo ad un cacciatore di foche norvegese scombinare i loro piani. Quando però Hugo, inciampando in una fune arrotolata si frattura una gamba, appare evidente che la iella li sta perseguitando ed il capitano insiste affermando che le correnti infide nella baia e le perturbazioni che giungono dalla calotta non sono le sole “cose brutte” che avvengono nel posto sfortunato dove sono diretti. 

 

   Ma Gruhuken appare loro in tutta la bellezza di un’estate senza buio: “Un sole infuocato ardeva nel cielo di un azzurro impressionante. Le montagne dalle cime innevate e abbaglianti circondavano un’ampia baia punteggiata di iceberg, e si specchiavano nell’acqua immobile come vetro. All’estremità orientale dell’insenatura, c’erano alte scogliere del colore del sangue essiccato, affollate da uccelli marini il cui clamore era smorzato dalla distanza. Dalla parte opposta, brillanti distese di rocce color peltro scendevano verso il mare; c’erano anche un ruscello dalle acque scintillanti e un minuscolo capanno in rovina rannicchiato tra i massi”. Tutto è quiete, silenzio, aria limpida e, soprattutto, luce.

 

   Tutto tranne un posto piccolo e lugubre, accovacciato tra cumuli di ossa, un luogo che non piace neppure ai cani husky che hanno portato con loro: si tratta del capanno non lontano dal campo base, unico relitto rimasto nei pressi di una miniera abbandonata tempo prima in circostanze piuttosto misteriose, e che viene presto abbattuto per lasciare posto alla nuova costruzione che ospiterà i tre esploratori.
Il tempo che passa porta con sé la sensazione dell’oscurità che acquista potere e aspetta solo di sopraffare il chiarore: arriva l’alba e si crede di avere un’intera giornata davanti, ed è uno shock rendersi conto che invece la luce sta già cambiando. 

 

   E’ in questo spazio senza punti di riferimento che cominciano strane visioni che Jack si spiega come “un’eco” del passato, una specie di “memoria del luogo”, un concetto conosciuto sin dall’epoca vittoriana: se in un luogo accade un evento carico di emotività, o molto violento, vi lascia la sua impronta. Può alterare l’atmosfera, disturbando le onde radio, o la materia, e se una persona particolarmente ricettiva si trova da quelle parti, il luogo stesso ricrea quell’evento o frammenti di esso. Quando però Gus, che deve essere operato di appendicite, è costretto a lasciare il campo accompagnato da Algie, Jack si trova ad affrontare con la routine e la compagnia dei cani la solitudine e la strana presenza in luogo, gelido, senza luce e inospitale: quanto potrà resistere? 

 

   La narrazione della Paver, appassionata di viaggi nell’estremo Nord, riesce a rendere in modo preciso i cambiamenti atmosferici e stagionali: la luce del giorno che svanisce per lasciare posto ad un’oscurità opprimente e terrificante, che avanza di pari passo con l’angoscia ed il tormento del protagonista.

 

   Particolarmente interessante risulta anche l’evolversi del suo rapporto con i cani, dapprima tenuti a distanza, guardati con sospetto e diffidenza, e poi, col mutare delle sue percezioni e con l’intensificarsi delle “apparizioni”, considerati alleati in questa lotta che Jack intraprende per superare dubbi e paure, ma anche per affrontare i propri limiti.

Michelle Paver, La materia oscura, Giano – Collana Nerogiano, Pagine 288 - Euro 16,50

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