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La solitudine dell'assassino di Andrea Molesini

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 20/12/2016 12:08
"Perché si uccide? Perché Carlo Malaguti ha ucciso a sessant’anni? Un bel romanzo, una narrativa limpida e tersa come il cielo di Trieste spazzato dalla bora" (M. Piccone)

Carlo Malaguti ha ottantun anni. Gli ultimi venti li ha passati in prigione, nella Fortezza di Trieste. Accusa: ha ucciso una donna. Sì, è colpevole. Al processo gli è stato dato un avvocato d’ufficio ma Carlo Malaguti non ha voluto essere difeso. Adesso sta per essere rimesso in libertà, per buona condotta, e la direttrice del carcere teme che non possa farcela ad affrontare il mondo fuori dal carcere, teme che si tolga la vita. A meno che non riesca a rompere le sbarre della solitudine e raccontare di sé a qualcuno in cui abbia fiducia, qualcuno che trasformi la sua vita e la sua colpa in un libro.

 

Luca Rainer è sulla quarantina. Fa il traduttore- ha tradotto Rilke (il nome del poeta è il suo cognome, dopotutto) e Shakespeare. Sua madre, che ha abbandonato lui e la sorella quando Luca era un bambino, è stata l’avvocato difensore di Malaguti. Carlo Malaguti è d’accordo, parlerà con Luca Rainer. E Luca dovrà tradurre un uomo invece che dei versi.

 

È con dei versi, è parlando delle rose del giardino della prigione che Carlo Malaguti si presenta- non è certo usuale per un assassino. “Nemmeno la pioggia, che ha così piccole mani, conosce le rose”, dice a Luca Rainer, facendo sue alcune parole della famosa poesia di E.E. Cummings. Faceva il bibliotecario, questo vecchio, in un’altra vita di cui dice “Ho vissuto da uomo libero e la libertà mi ha devastato”, e la sua cultura, la sua passione per i libri, la profondità di pensiero che solo un’attenta lettura può dare, affiorano in ogni sua frase. Che cosa lo ha portato ad uccidere una donna nel febbraio del 1986? Perché mai avrebbe dovuto dirlo, al processo, dal momento che si riconosceva colpevole e non cercava attenuanti?

 

“La solitudine dell’assassino”, il nuovo romanzo- molto bello- di Andrea Molesini, è la storia di un uomo e della sua colpa. Un uomo che era un ragazzo che non voleva essere arruolato a forza nella repubblica di Salò negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale e che si era nascosto sull’isola di sant’Erasmo nella laguna veneta. E poi? C’è un nome, Anna, che Malaguti si lascia sfuggire ben presto nel racconto che richiederà tempo per essere raccontato, il tempo di abituarsi l’uno all’altro- lui e il suo traduttore che ha un’altra storia da dirci-, il tempo per fare un viaggio insieme, sul cutter di legno (un gioiello) di Luca, diretti a Itaca. Incontrando dei ‘pirati’ (ma il vecchio Malaguti ha la scaltrezza di un galeotto e non si lascia ingannare), imparando a conoscersi, a rispettare la solitudine l’uno dell’altro, fronteggiando incubi che brandiscono un coltello, riempiendosi di blu, finché forse è meglio tornare a Trieste ognuno per conto proprio, perché a volte anche essere in due è di troppo. Il tema del viaggio a cui si aggiunge la mitica destinazione che ha la valenza di un ritorno a casa, affrontando i nemici in attesa, assume una coloritura nuova di doppia conoscenza nel romanzo di Molesini, con anche la profondità del mare che è da scandagliare come l’animo umano. E poi c’è la guerra, tema caro ad Andrea Molesini che ritorna puntuale in tutti i suoi romanzi- l’Europa con il fiato in sospeso nell’estate del 1914 in “Presagio”, la disfatta di Caporetto del 1917 nel libro che ho tanto amato, “Non tutti i bastardi sono di Vienna”, la seconda guerra mondiale e ragazzi in fuga nella laguna ne “La primavera del lupo”.

 

Perché si uccide? Perché Carlo Malaguti ha ucciso a sessant’anni? Amore, tradimento, gelosia, un lutto portato tutta una vita, un rimorso che rode il cuore, il senso dell’onore che deve essere difeso ad ogni costo- e la parola ‘onore’ ha un suono scespiriano sulle labbra del vecchio Malaguti che esce di scena come un attore tragico, con dignità, lasciandoci con un giudizio sospeso. Ma non siamo tenuti a giudicare- la pena lui l’ha scontata e, fosse stato per lui, avrebbe finito la sua vita in prigione.

 

Un bel romanzo, una narrativa limpida e tersa come il cielo di Trieste spazzato dalla bora.

 

 

Andrea Molesini, “La solitudine dell’assassino”

Ed. Rizzoli, pagg. 366, Euro 19,00

 

 

Recensione a cura di Marilia Piccone

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