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LE VACCHE DI STALIN, SOFI OKSANEN

creato da Marilia Piccone — ultima modifica 11/04/2012 12:51
L'autrice indaga il dramma universale dello sradicamento, di vedersi sottrarre la propria identità, la propria lingua, il proprio mondo

Lo spiega l’autrice ad un certo punto del libro: le vacche di Stalin sono in realtà capre. E’ una delle tante mistificazioni dei regimi totalitari che sono soliti abbellire la realtà iniziando dalla sottile modificazione del linguaggio (chi non ricorda la distopia di Orwell in “1984”?). E tuttavia, in questo romanzo in cui le donne sono le protagoniste assolute, possiamo anche intuire che il titolo alluda ad altro, ad una trasformazione- forzata dal desiderio di sopravvivenza- delle donne dell’area sovietica in prostitute o puttane o zoccole che dir si voglia.

Gli uomini della confinante Finlandia sapevano bene che era sufficiente prendere il traghetto e arrivare a Tallinn in Estonia per trovare donne che offrivano il loro corpo in cambio di un paio di calze.


   “Le vacche di Stalin” è il primo romanzo di Sofi Oksanen, figlia di padre finlandese e di madre estone, pubblicato nel 2003 quando la scrittrice aveva solo ventisette anni. A noi giunge solo ora, dopo “La purga”, tradotto in italiano nel 2010. Un libro bellissimo, più maturo del pregevole “Le vacche di Stalin” che è, comunque, la rivelazione di una scrittrice che si annuncia grande.


   Sofia, Katariina, Anna. Nonna, madre e figlia. E’ Anna la protagonista di questo romanzo che segue quattro filoni narrativi in tempi diversi che finiscono per coprire, quindi, la travagliata storia dell’Estonia dagli anni ‘40 ad oggi. La Anna che scrive in prima persona parlando di sé ha venticinque anni ed è, come lei si definisce, “bulimaressica”, in bilico tra anoressia e bulimia. La sua è una vita assoggettata ad un Signore impietoso che detta le leggi del suo corpo con l’indice puntato sulla bilancia. “La mia prima volta fu diverso”: è l’incipit del libro in cui, però, ‘la prima volta’ non è quella che potremmo pensare, di un primo rapporto con un ragazzo, ma la prima volta in cui Anna ha scoperto la soddisfazione del vomito, esperienza che imparerà a raffinare e da cui imparerà, nello stesso tempo, a difendersi, prevenendo gli effetti negativi collaterali. Anna può così abbuffarsi, certa che poi non metterà su neppure un etto.


   La malattia di Anna, di cui neppure la madre si accorge finché non dura da più di dieci anni, è l’esternazione di un malessere più profondo, la rivelazione della frattura interiore del suo conflitto di identità. C’è un paese che Anna ama, ed è l’Estonia, la patria di sua madre. C’è un paese che Anna sente come ‘casa’. Di cui sente nostalgia nonostante le sue carenze, la povertà, il regime di sospetti- è sempre l’Estonia. E c’è il paese in cui Anna cresce in una bella casa con riscaldamento, con negozi pieni di ogni genere di consumo: è la Finlandia di suo padre. Tutto sembra essere meno bello in Finlandia: le donne meno femminili, il cibo meno buono. Eppure Anna ha la proibizione di parlare della sua metà estone. Perché si sa che le donne estoni mirano solo ad accalappiare un marito finlandese per andarsene via di là. Che le donne estoni sono tutte puttane, come le russe.


   Il secondo racconto, mescolato al primo ma per lo più in terza persona, ci parla di Anna bambina che avverte presto il distacco tra i genitori, subodora le infedeltà del padre, accompagna la mamma nei suoi viaggi a Tallinn, carica di valigie piene di merce import di cui gli estoni sono affamati. Anna bambina che vede con disgusto i finlandesi come ‘renne ubriache’ nelle loro escursioni oltre il golfo per fare il pieno di birra e di avventure sessuali. Anna bambina e poi adolescente che deve difendersi da sguardi concupiscenti parlando in finlandese per mettere in chiaro che non è una di ‘quelle’.


   E poi le altre due storie. Di Katariina negli anni ‘70, quando si innamora del finlandese e lo sposa, nonostante le difficoltà politiche, per ottenere il visto, per seguirlo in Finlandia (che delusione) dove non riuscirà mai ad avere la nazionalità, dove non troverà lavoro come ingegnere, dove continuerà ad essere spiata dal KGB. Di Sofia negli anni ‘40, quando l’Estonia fu invasa prima dai tedeschi e poi dall’Armata Rossa e suo marito e i suoi fratelli si diedero alla macchia. Anni di paura, di delazioni, di deportazioni in Siberia.


   “Le vacche di Stalin” è un romanzo che offre diverse vie di lettura: io ho amato soprattutto le tre narrazioni che spaziano nella storia e nella cultura a confronto dei due paesi, ci sarà di certo chi sarà più interessato al tormento interiore della protagonista che la porta ad avere “fame di fame”.

 

Sofi Oksanen, Le vacche di Stalin, Ed. Guanda, trad. Nicola Rainò, pagg. 480, Euro 19,50 

 

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