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LO ZAHIR di Paulo Coelho

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 25/07/2016 10:41
Il mio viaggio a fianco dello Zahir.

Leggere Lo Zahir significa vivere e rivivere tre viaggi.

Uno dell’autore: questo come altri libri di Coelho ha una forte connotazione autobiografica. Scritto alla fine di pellegrinaggio di sei mesi che ebbe tra le sue mete anche il Kazakistan, luogo in cui il libro si conclude, ha come protagonista uno scrittore  cui vengono più volte attribuiti titoli o stralci di libri che sono un evidente riferimento ad opere precedenti di Coelho, quali Il cammino di Santiago e Manuale del guerriero della luce.

 

Un secondo viaggio è quello intrinseco del protagonista. Uno scrittore abbandonato dalla moglie che svanisce nel nulla senza una parola dopo averlo più volte biasimato della sua assenza nel loro rapporto, del suo atteggiamento di abitudine e inerzia. Eppure, proprio quando la moglie scompare, diventa il suo Zahir, ovvero, il centro dei suoi pensieri, un’ossessione quasi. Inizia quindi un suo percorso prima di dolore, poi di tentativi di liberarsene attraverso la scrittura, sebbene nella convinzione che solo incontrarla nuovamente sia la soluzione alle sue pene. Il suo vero viaggio, tuttavia, inizia quando incontra l’uomo che credeva gli avesse portato via Esther. Sarà Mikhail a spiegargli cosa è successo prima e dopo la scomparsa di sua moglie e soprattutto che la vera vittoria, quella che gli farà guadagnare il merito di rivedere Esther, sarà non averla come suo Zahir, ma lasciarsi il passato alle spalle, fino a quando sarà capace di vivere l’amore per Esther al di là di quello che è accaduto, al di là di quello che crede di dover provare per lei.

 

Solo al concludersi del libro, sfogliando le ultime intense pagine ho compreso che un terzo viaggio era iniziato molte pagine prima e senza che io me ne accorgessi. Lento, esattamente lentamente il protagonista aveva scoperto il proprio. Il viaggio del lettore nella comprensione del messaggio che Mikhail ed Esther hanno dato al protagonista e contemporaneamente al lettore.

 

Trovo che Coelho sia riuscito in modo magistrale a intersecare i tre piani del viaggio, mescolando così abilmente i tre ruoli di narratore, protagonista e lettore da farli convogliare come tre viandanti che si ritrovano a condividere la strada per caso.

Lo Zahir si apre e si chiude con due riferimenti al personaggio di Ulisse e al suo viaggio verso Itaca.

Un viaggio in cui Esther da una parte è Penelope, la donna dalla quale Ulisse vuole tornare, pur indugiando spesso lungo il cammino, nonché la donna che lo attende pur non sapendo se lui alla fine sarà in grado di tornare.

D’altra parte, Esther è anche Arianna ( “il filo di Arianna” è il titolo del secondo capitolo) che fin dalla sua scomparsa dipana quel filo che riporterà da lei il marito, sempre che lui sia in grado di individuarlo e di percorrere fino in fondo quelle strade che sono le stesse che lei ha seguito allontanandosi da lui.

 

Ho iniziato a leggere Lo Zahir con lo stesso occhio critico, scontento del protagonista e ho finito per apprezzarlo con lo sguardo entusiasta e spirituale di Esther.

Credo che, attraverso la storia della coppia e del suo viaggio spirituale per ritrovarsi, si possa leggere la storia di un unico individuo (che poi è il lettore) che ha il suo punto di partenza nel protagonista e il suo punto di arrivo in Esther. Per arrivare alla conclusione che la storia che ci si deve lasciare alle spalle non è solo quella passata, per non cadere nell’abitudine in una storia d’amore, che, appunto, non deve essere storia ma amore e basta, accettato per com’è senza regole, senza precedenti, senza parametri di giudizio e paragone. Quel che ci si deve lasciare alle spalle per vivere meglio l’amore e la vita, per quanto difficile sia, è la storia in generale: quel che pensiamo si debba fare perché cosi è sempre stato fatto che ci lega e ci costringe.

 

“Sono un uomo libero” è il titolo del primo capitolo del libro, l’annuncio di un uomo che tornato scapolo dopo anni si dichiara tale, ma che arriverà ad esserlo solo dopo il “Ritorno ad Itaca” (titolo dell’ultimo capitolo).

 

 

Recensione di Angela Politi

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