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MALANIMA MIA, PATRIZIO PACIONI E GIOVANNA MULAS

creato da Simonetta De Bartolo — ultima modifica 11/12/2012 13:24
Segreti e magie in Sardegna

Il titolo è un abile e ammiccante gioco di parole. La copertina (anzi le copertine, perché anche l’immagine sul retro risulta oltremodo suggestiva) è di quelle che, dagli scaffali di una libreria, sembrano chiamare i clienti, invitandoli a prendere tra le mani il libro e a sfogliarlo. Gli autori, Patrizio Pacioni e Giovanna Mulas, due scrittori che solo l’ottusità di certa editoria “da salotti buoni” ha saputo e potuto (almeno fino a ora) sottrarre a una più diffusa attenzione da parte del grande pubblico nazionale ed estero. La circostanza che dopo anni di profonda amicizia e rispettoso sodalizio culturale abbiano deciso di scrivere un romanzo insieme è davvero unica, dunque da non perdere. La speranza è che, visto l’esito oltremodo positivo di questa loro prima collaborazione, non si tratti di un esperimento irripetibile.


   Due i personaggi nei quali s’innesta la vicenda e attorno ai quali ruota una nutrita ed eccezionalmente variegata schiera di coprotagonisti: il nevrotico Francesco e la bella misteriosa Elisa. Il primo, incapace di scelte importanti “ha occhi che parlano in silenzio”. La seconda, condannata dalla nascita a un terribile destino, incarna (“Jana è natura”) un angolo della terra amata dalla scrittrice, la Sardegna antica e silvestre, l’Isola-Continente “dove ogni creatura è natura”. Un paesaggio talmente bello da sembrare incantato, ma al tempo stesso a volte ostile, talmente duro e crudo da lasciare spazio a istinti più primordiali e materiali: l’amore confuso col diritto alla violenza sulla donna-tentazione-essere inferiore, la “normalità” dell’incesto, la dissoluzione dell’integrità familiare che lascia solo rovine e “vergogne”.


   Un mondo bucolico che s’incontra e si confronta, generando situazioni emotive di particolare intensità, con lo spaccato umano e sociale di Monteselva, puro frutto di fantasia ma, al tempo stesso, assolutamente verosimile, fertile terreno di pascolo per le costruzioni narrative dello scrittore romano che l’ha creata. Un andito intriso di segreti e di degrado morale, visto e descritto però con l’ausilio di un’urbanizzazione piccolo-borghese caratterizzata da nevrosi, emozioni malsane, noia, vendicativi tradimenti, gretto razzismo, missioni salvifiche pseudo religiose.


   Elementi di magia, visioni oniriche e situazioni orripilanti, lungo  “la linea sottile che divide l’incoscienza del sonno dalla consapevolezza della realtà”, timori e desideri inconfessati e inconfessabili “...l’ufficiale gentiluomo le attraversava i capezzoli con anelli di filo spinato”, divengono, in “Malanima mia” di Pacioni e della Mulas, “parte integrante della storia di Monteselva”.


   Ci si inoltra, col progredire, della narrazione, nella mente di Francesco Maresca, grigio e nevrotico ragioniere, attratto morbosamente da Elisa Spanu, sua nuova vicina di casa. Una serie di strani e tragici avvenimenti che, coinvolgendo diversi condomini dello stabile di via Caravaggio, portano alla luce  paranoie nascoste e insospettiscono l’uomo nei confronti della nuova vicina: “la sarda”, “la Jana”, “la strega”, donna bella quanto misteriosa che può ricordare in qualche modo la protagonista di “La Janara”, di Luigi Boccia. Anche quella, infatti, nel bel romanzo dell’autore piombinese, proprio come accade a Elisa, si accorge di es        sere spiata da una sua vicina di casa. Una leggenda campana  vuole che “La Janara” si vendichi di un torto subito rompendo le ossa ai bambini e uccidendoli nelle notti di plenilunio.


   Com’è morto il cane della signorina Bini, com’è potuto scoppiare, nel garage del palazzo, l’incendio che ha ridotto in fumo e cenere la lussuosa Audi,  del dottor Finzi?


   In questa originalissima opera i primi capitoli sembrano sezioni autoconclusive, racconti autonomi, ma, col progredire delle pagine, il lettore ben presto comprende che essi altro non sono che fili di un ordito comune, sentieri che convergono verso un’unica meta, misteriosa ma certa. Una struttura narrativa complessa e ben articolata, che si ramifica, soprattutto in questa parte, attraverso un recupero memoriale arricchito da improvvise quanto spiazzanti aperture sul presente. Una dettagliata (ma mai tediosa) descrizione di luoghi e situazioni contribuisce a evidenziare l’influsso esercitato dal mondo esterno (in modo il più delle volte negativo) sulle inclinazioni e sui comportamenti dei protagonisti.


   È così che affiora, prima timidamente, poi in modo sempre più lacerante, un diffuso avvilimento, il tormento interiore per scelte fatte e decisioni evitate, una torbida abiezione morale, una spersonalizzante confusione di ruoli in vari ambiti, la condivisione passiva e acritica di modelli di vita deviati, che accettare sembra molto più facile di cercare di combattere. Sotto quest’ultimo aspetto in grande rilievo lo sconsolato quanto ottuso sensus culpae di Giannetto, frutto nato guasto da un albero familiare storto e corrotto, piccolo uomo confuso da “un peccato che avrebbe infangato la famiglia Deriu per generazioni”. Così pure l’amara rassegnazione della piccola Giadina, vittima dell’ “istinto animale” del padre, fuscello nel mare inquinato e agitato di una vita molto più grande e più forte di lei, combattuto tra ingenuità infantile, immotivata quanto lacerante vergogna e flebili ma irrinunciabili speranze per un futuro migliore.


   In un quadro talmente oscuro, anche il sesso, direi il sesso per primo, vilipeso e umiliato, inteso e utilizzato come arma impropria anziché come ponte degli affetti, non può che restare impantanato in situazioni di estremo degrado, al punto che persino sogni e fantasie risentono, freudianamente, nella psiche turbata dei protagonisti, di problematiche sociali e personali che ricordano, in un certo senso, quelle emergenti nel lavoro di Alda Teodorani, “Le radici del male”.


   I nuclei familiari, descritti con sapienza e ricchezza di particolari, si lacerano, si frantumano in schegge impazzite, implodendo inesorabilmente al termine di un percorso di profonda sofferenza segnato di incomprensioni e gratuite crudeltà: da sotto il velo squarciato emergono drammi, rancori mal sopiti, angherie e manifeste violenze il cui ricordo segna per sempre chi ne è rimasto vittima e che tendono a perpetuarsi, generazione dopo generazione.


   Il passato che ritorna è sempre il peggiore, e condiziona il presente rendendolo angoscioso attraverso enigmatiche presenze che portano con sé paure ancestrali (“Il presente sarebbe pieno di tutti i futuri se il passato non vi proiettasse già una storia” - Andrè Gide) che caratterizzano in senso fortemente moderno “Malanima mia”..


   In questa situazione, nessuna sorpresa che anche il lettore sia indotto a una drammatica pensosità, rimanendo coinvolto, suo malgrado, in un inquietante smarrimento esistenziale.


   Man mano che la storia si evolve acquista sempre più rilievo la figura di Elisa, che presto assurge al ruolo di protagonista principale. A dare ancora maggior rilievo al personaggio riaffiora, improvviso e doloroso come un crampo che trafigge il ventre, il brutto ricordo della violenza sessuale subita a sedici anni nella sua terra d’origine. Un drammatico trampolino dal quale sembra che la storia prenda ulteriore slancio, fino al complesso e fantastico epilogo, di suggestione quasi cinematografica, che scioglie uno per uno tutti i nodi narrativi abilmente intrecciati dagli autori.


   Ma torniamo ai cosiddetti “personaggi di contorno”, quei (solitamente) oscuri comprimari che in un libro, come in una pellicola (appunto!), a volte ne certificano il successo o l’insuccesso prima ancora delle cosiddette “star”. Tra tutti mi ha colpito Lidia, tormentata dalle proprie insicurezze e dall’amore mal corrisposto di Francesco. Nel magnifico capitolo “La prima (e l’ultima) volta” ne viene tinteggiato un ritratto di grande spessore e di profonda introspezione psicologica, un autentico prezioso cammeo che introduce il lettore nel mondo opaco e senza orizzonti di una donna altrettanto sensibile quanto timida e insicura di sé.


   Insomma, “Malanima mia” si risolve, a conti fatti, in un accattivante connubio di stili di scrittura, diversi e autonomi, ma nello stesso tempo straordinariamente interagenti, che si arricchisce -capitolo dopo capitolo- di spunti a volte del tutto imprevedibili. Un duetto, nella voluta discontinuità che ne caratterizza le righe, misteriosamente armonico e sempre attento ai dettagli, nonostante la complessità della struttura. Un ritmo sostenuto, a volte quasi frenetico, che però riesce a distendersi, nonostante la crescente drammaticità degli avvenimenti narrati, in un’opera originalissima che mi ricorda molto da vicino la sintonia a quattro mani di Douglas Preston e Lincoln Child in “La stanza degli orrori”.


   Resta alla fine, accanto e oltre l’appagamento che solo un buon libro (in questo caso ottimo) riesce a trasmettere al suo lettore, un’interpretazione della vita pessimistica (“cose che a volte accadono, allorché il Destino decide di prendersi gioco delle umane miserie”), ma mai disperata: a temperarla intervengono infatti l’immanente Magia della Natura (severa sì, ma nello stesso tempo sostanzialmente positiva e giusta) e una chiave di lettura filosofica e relativista (“la diversa velocità dello scorrere del tempo in situazioni favorevoli e in momenti-no..., anche i problemi e i tormenti, prima o poi, arrivano alla fine”).


   Perché, in fondo, a ben vedere, “si tratta di sopravvivere ad una vita che, repentinamente, ti si rivolta contro”.
   Sopra ogni cosa, ogni gesto, fino al cielo e poi giù, nelle più ime e oscure profondità della terra e delle acque, lo sguardo attento e l’influenza di esseri fatati (o dannati): tra superstizioni, credenze e leggende un richiamo -non so se volontario o meno, per chi conosce le opere di Pacioni- all’ombroso folletto protagonista di “Malinconico Leprechaun”, il cui posto è preso, in “Malanima mia”, da quello strumento del Fato che si rivela la strega sarda, “sa Jana”, che... 
porta disgrazia a chi la ama... destinata a vivere sola per il sempre dopo il sempre degli uomini.”

 

Patrizio Pacioni e Giovanna Mulas, Malanima mia, Melino Nerella, pagg. 120, euro 13

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