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Svegliare i leoni di Ayelet Gundar-Goshen

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 16/03/2017 09:29
"Eita, un medico che è tenuto a curare tutti per il giuramento di Ippocrate e per di più un uomo integro. Eppure, anche lui, in questa situazione, non può fare a meno di discriminare: la vita di un eritreo vale di meno di quella di israeliano?" (Marilia Piccone)

Stava giusto pensando di non aver mai visto una luna più bella, quando ha investito l’uomo.

 

È questa la situazione che si presenta al lettore subito, con la prima frase di “Svegliare i leoni”, il nuovo romanzo della scrittrice israeliana Ayelet Gundar-Goshen. È notte, l’uomo che è al volante della jeep deve essere una persona sensibile se ammira la bellezza speciale della luna piena, e ha appena ucciso un uomo. Perché Eitan Green è un medico e si rende conto immediatamente, quando scende dall’automobile, che per quell’uomo non c’è più niente da fare. Non è ancora morto ma ne avrà per poco.

 

Che cosa succede nella mente del neurochirurgo Eitan Green nella manciata di secondi in cui deve decidere che cosa fare? La cosa più ovvia, per un uomo onesto come lui che sta scontando nell’ospedale isolato di Beer Sheva l’aver scoperto che il superiore da lui tanto ammirato accettava mazzette, sarebbe chiamare la polizia o quanto meno portare l’uomo in ospedale. E invece Eitan Green tentenna. Con motivazioni che non sono da lui. È vero, era stanchissimo dopo un turno molto lungo, diciannove ore senza dormire. Che cosa mai gli ha preso, invece di tornare a casa, di lanciare a massima velocità la sua jeep nel deserto? Però: che cosa mai ci faceva quell’uomo a quell’ora di notte, lì sulla strada? Che diritto aveva di essere lì? Di più: l’uomo è nero, è un eritreo, un immigrato clandestino. Quella bravissima persona che è Eitan vacilla. Dovrebbe rovinarsi la vita per un eritreo morto? Risale sulla jeep e torna a casa. Ha risvegliato i leoni.

 

Il giorno dopo una bella donna di colore si presenta alla sua porta e gli porge il suo portafoglio. È finita. È chiaramente venuta a ricattarlo. Di quanti soldi si accontenterà? E invece no. L’espiazione di Eitan si compirà attraverso le cure mediche che la donna- si chiama Sirkit, era la moglie dell’uomo investito- esige che lui presti in un capannone nel deserto che diventerà un ospedale improvvisato. Notte dopo notte, con pochi strumenti, con medicinali trafugati (è il minore dei crimini, a questo punto, per Eitan), su un tavolaccio di fortuna, nella sporcizia e nella polvere, Eitan taglia, cuce, fascia ferite vecchie e nuove, affronta problemi medici che ha studiato ma mai più considerato dopo l’università. Lo fa con disgusto e ripugnanza. Non li accetta come suoi simili, quegli uomini che non parlano la sua lingua, che puzzano, che gli sembrano tutti uguali, un millepiedi che striscia all’infinito nella polvere del deserto. Non gli interessa da che cosa siano fuggiti, pensa solo a sé, a come possa mettere fine a tutto questo, perché Sirkit, dea nera affascinante ed enigmatica, è inesorabile e spietata.

 

Il problema che Ayelet Gundar-Goshen affronta è il più scottante dei nostri tempi, è il problema che tocca da vicino tutti i paese con un certo grado di benessere economico- quello dei migranti. E lo affronta da un punto di vista singolare, quello di un medico che è tenuto a curare tutti per il giuramento di Ippocrate e per di più è un uomo integro. Eppure, anche lui, in questa situazione, non può fare a meno di discriminare: la vita di un eritreo vale di meno di quella di israeliano? Cambia qualcosa, quando, notte dopo notte, deve occuparsi delle malattie di questi poveracci? E perché, quando si scende nel campo personale, la forte attrazione che prova per Sirkit non distingue tra nazionalità e colore?

 

Il romanzo ha anche un filone poliziesco che ben si intreccia con il dilemma di coscienza. La moglie di Eitan è un’investigatrice di polizia e ricerca il ‘pirata’ che ha abbandonato l’eritreo dopo averlo investito. Se ha dei sospetti sul marito, sono per ben altri motivi- lo vede stanco, assente, scopre che gli ha mentito e che non è andato al lavoro (come potrebbe reggere il doppio ritmo, Eitan?), pensa che la tradisca. E poi saltano fuori altre problematiche, la morte dell’immigrato clandestino non è solo un caso di investimento, il romanzo vira verso il ‘giallo’ con colpi di scena e un ritmo sempre più serrato.

Intenso, brillante, empatico, con molti spunti di riflessione.

 

 

Ayelet Gundar-Goshen, “Svegliare i leoni”

Ed. Giuntina, trad. Ofra Bannet e Raffaella Scardi, pagg. 318, Euro 17,00

 

 

Recensione a cura di Marilia Piccone

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