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A scuola di hate speech per un'educazione alla cittadinanza digitale

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 11/04/2017 12:18
Elisabetta Gualmini: "Intendiamo puntare su educazione ai media e interculturale"

 

"Per sensibilizzare i giovani che vivono in Emilia-Romagna al fenomeno dell’hate speech abbiamo deciso di impegnarci su più fronti" spiega la Vicepresidente alla Regione Emilia-Romagna Elisabetta Gualmini nell'introduzione al quaderno su Media education, comunicazione interculturale ed hate speech pubblicato dalla Regione qualche settimana fa. "Da un lato intendiamo puntare sull’educazione ai media per lo sviluppo del senso critico e della capacità di analisi dei messaggi, nonché dell'uso consapevole dei linguaggi mediali. Dall’altro lato abbiamo deciso di puntare sull’educazione interculturale".

 

Il manuale, disponibile gratuitamente sul sito della Regione Emilia-Romagna, è stato realizzato a conclusione del progetto europeo "BRICkS - Costruire il rispetto su internet combattendo l’hate speech" seguito in Italia da Cospe onlus di Firenze e dal Centro Zaffiria di Bellaria-Igea Marina (Ravenna), primo Centro italiano per l’educazione ai mass media.

 

Il percorso è stato proposto a 200 studenti delle terze medie degli Istituti comprensivi di Bellaria e Igea Marina. Le attività, suddivise in sei moduli tematici, sono state ideate con diversi obiettivi da raggiungere: la consapevolezza dei ragazzi del rapporto che hanno sviluppato con i social network, la riflessione sulla pluralità dei punti di vista, la capacità di riconoscere la differenza tra il diritto a esprimere la propria opinione e il rischio dell'hate speech.

 

Grande attenzione è stata prestata al coinvolgimento in prima persona dei ragazzi che hanno riportato esperienze personali, dirette e indirette, di bullismo ed hate speech. "Affinché gli studenti si sentissero motivati a fare qualcosa, ad agire da cittadini si è cercato di intrecciare continuamente la complessità del tema con la loro esperienza e percezione personale". E, come il bello della diretta richiede, questo ha portato a modificare in itinere alcuni moduli: "La sperimentazione nelle classi ha permesso di inserire anche ulteriori attività, richieste dal contesto in quel determinato momento".

 

L'OPINIONE DEGLI STUDENTI

Il riscontro con i ragazzi è risultato comunque abbastanza positivo in partenza. Gli studenti hanno dimostrato di essere coscienti del fenomeno e hanno esposto in parte le loro teorie sulle motivazioni che spingono a certi atteggiamenti online: "Secondo me, a volte scrivere così è sinonimo di essere ascoltati. Se le cose le dici in maniera forte rimangono, altrimenti passano nel dimenticatoio. È un modo per sentirsi grande..." o ancora "a volte delle persone vedono che la massa ha un pensiero, allora scrivono la stessa cosa, altrimenti in gruppo, o persino a voce, le cose non le direbbero in questo modo".

 

L'ESPERIMENTO: SENZA SOCIAL PER SETTE GIORNI

Tra gli esperimenti più interessanti, quello affrontato solo in una classe: abbandonare i social per una settimana. Risultato? Solo due ragazzi sono riusciti a resistere fino alla scadenza. La questione della dipendenza dai social è stata riscontrata nel corso delle diverse attività.

 

L'APPROCCIO MULTIMEDIALE: i video del Guardian e di Francesco Sole

I ragazzi sono stati guidati attraverso la visione di video su youtube, lettura di storie vere di hate speech a confrontarsi con le diverse problematiche. Per riflettere sulla pluralità del punto di vista, sono stati sottoposti alla loro attenzione un video di un uomo che corre postato dal Guardian e il libro Zoom, i cui cambi di prospettiva modificano completamente l'interpretazione della storia. Ad ogni interruzione del video ai ragazzi è stato chiesto di esprimere il proprio punto di vista e provare a indovinare la conclusione. "E la sorpresa finale: difficilmente gli studenti si sono minimamente avvicinati". Per l'hate speech è invece stato utilizzato un video di Francesco Sole che ha avviato un dibattito nelle diverse classi su eventuali esperienze come vittime o come testimoni.

 

La necessità che concetti come cittadinanza attiva e coscienza civile acquisiscano una dimensione digitale è sempre più evidente. Quanto scritto in questo manuale conferma una dipendenza dai social e dalla tecnologia che non è certamente una novità ma che deve incentivare la promozione di un'educazione digitale. "Occorre allora una digital citizenship che può nascere solo laddove si incontrano l’educazione alla cittadinanza e l’educazione ai media per evitare che: 'si arrivi quasi a un consenso sociale all’odio, a una normalizzazione delle aggressioni, a un livello di tolleranza altissimo delle espressioni estreme' (G. Ziccardi, 2016)".

 

 

Angela Politi

11 aprile 2017

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