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ZAINO IN SPALLA PER LA NUOVA ZELANDA

creato da eugenio bignardi ultima modifica 02/02/2015 09:40
Marco e Chiara sono partiti con un Working Holidays come tanti, ma poi hanno continuato grazie alla rete "workaway"

L'Australia sembra per noi italiani il Paese dei Balocchi, dove tutto è bello e funziona bene. Inizia da qualche anno a farsi avanti il lato oscuro della promessa di un futuro migliore, rigidità e controlli elevatissimi e una concorrenza spietata. E' già, perchè ad aver preso di mira il paese dei canguri sono in tanti e da tutte le parti del mondo.

Marco e Chiara sono partiti allo scadere dell'età ammessa dei trent'anni con un Working Holiday in Australia. Dopo aver fatto la tipica esperienza nelle farm e terminati i 12 mesi disponibili, hanno fatto domanda per un visto turistico di tre mesi e sono partiti per la Nuova Zelanda. Su quest'ultima esperienza ho scelto di concentrare l'articolo, internet è già pieno di racconti-guide italiani da cui trarre informazioni sulle grandi capitali come Sydney e Melborune. Un viaggio zaino in spalla nella terra dei Maori, cos'è più avvincente?

 

Dopo le quattro ore di aereo per arrivare a Christchurch (la Nuova Zelanda è lontana) hanno scoperto una cittadina con cui avevano molto in comune. Infatti, il centro storico aveva riaperto da un paio di mesi dopo anni di lavori di ricostruzione causati dal terremoto del 2011. Hanno visitato con grande stupore il Quake City museo multi-sensoriale che ripercorre la storia del sisma, dalle scosse alla ricostruzione (sì, simulano anche le vibrazioni e il suono). Grande spunto per il territorio emiliano: il museo è sempre pieno di turisti e registra notevoli entrate.

Prima di partire avevano delineato il loro viaggio a partire da alcuni punti di appoggio dove sostare, e lavorare. Hanno usato il sito workaway.info , alternativa al classico wwoofing, che mette in contatto host con qualche lavoretto da fare e volontari che in cambio ricevono vitto e alloggio. Rispetto al WWOOF fa visualizzare le offerte senza bisogno di pagamento né di iscrizione e non è confinato al campo delle Organic Farm.

La prima tappa è stata nelle Wetlands presso un ranger loro coetaneo. Aveva una casa su un terreno in concessione dalla comunità Maori locale, al fine di promuovere il ripristino della fauna e flora allo stato pre-coloniale. Stupirà il lettore sapere che la Nuova Zelanda tipicamente raffigurata verdeggiante e piena di pecore (circa 70 milioni contro i 7 di popolazione) è il risultato dell'arrivo degli europei. Prima di allora non vi era né erba né alcun tipo di mammifero. La striscia di terra era abitata perlopiù da uccelli come il Apteryx Shaw, per gli amici “kiwi”, raffigurato sulla bandiera neo zelandese e purtroppo specie protetta. Gli inglesi hanno portato animali e piante scombinando l'equilibrio dell'ecosistema, dai gatti ai pini che, crescendo più velocemente, erano più adatti per la produzione di legname. I Maori non vedono di buon occhio i paesaggi bucolici, emblema dell'intrusione colona, e tentano da anni di promuovere un ritorno all'habitat tradizionale.

Accanto alla casa del ranger un piccolo edificio funge da ostello per gli ospiti, con una grande camerata dove dormire e lo stretto indispensabile.

Durante la permanenza lavoravano circa due giorni e mezzo e nel resto del tempo erano liberi di andare dove volevano. Non che ciò gli permettesse granchè, erano circondati da pecore e fattorie lontani dai centri abitati, ma hanno avuto occasione di aggregarsi ad altri volontari dotati di macchina facendosi un giro.

Il viaggio è continuato seguendo la costa in senso orario, e hanno visto quanto lo stesso territorio cambiasse morfologicamente da una zona all'altra. Dalla terra dei laghi passando per Queenstown, madre patria degli sport estremi, e il paradiso costiero di Punakaiki, hanno raggiunto Nelson. Qui hanno vissuto con una famiglia di Maori che aveva bisogno di una mano per il trasloco. Siamo abituati a pensare i Maori come una tribù a parte che vive nei villaggi. Falso. L'identità Maori è tutelata e integrata socialmente con la restante parte prevalentemente inglese, tant'è che la loro lingua viene insegnata e gli studenti hanno a disposizione libri appositi. Gli host hanno introdotto gli ospiti alla loro comunità nel luogo più caratteristico ed importante, il “marae”, che assume funzioni rituali e quotidiane nella stessa struttura. Una cerimonia di benvenuto li ha accolti, organizzata già per l'arrivo di una insegnante di lingua Maori proveniente da un'altra comunità, durante la quale sono stati presentati a tutti i membri che hanno poi dovuto salutare “naso a naso” secondo le usanze tipiche. Al termine si sono aperte le danze con la tradizionale Haka ma non nella versione guerriera. Tra di loro vige un sistema di parentela matriarcale, alla donna viene attribuita la competenza e il dovere di prendere decisioni, e i tratti comuni in tutti sono il valore della famiglia in senso ampio (comunità-ospitalità) e della terra, con la quale hanno un rapporto molto forte. Basti pensare che se una balena si arena lungo la costa, la comunità di riferimento corre in aiuto per salvarla. Si considerano Custodi della Terra.


La giovane coppia italiana si è poi lanciata in un trekking abbastanza estremo. Attrezzati di tenda e attrezzi vari tutti donati dalla famiglia Maori hanno salpato a bordo di una barca per essere poi lasciati in mezzo al nulla, a circa 3-4 giorni di cammino dai centri abitati. Distanza che hanno percorso, raggiungendo di giorno in giorno dei piccoli punti sosta dotati di prese elettriche e poco più. Gli stessi rifiuti li hanno accompagnati fino alla fine perchè non potevano essere lasciati da nessuna parte.

 

 

 

Di questa lunga esperienza hanno un bellissimo ricordo ancora vivo, e consigliano a tutti la destinazione per l'alta fruibilità che la renda alla portata di tutti, in particolare di chi, come loro, vuole farci il primo viaggio.

 

 

 

Eugenio Bignardi

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