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TERREMOTO 2012. E NOI GIOVANI?

creato da Vania Vitali ultima modifica 11/11/2012 17:23
Hanno contribuito: Alessia
La vita cambia in un battere di ciglia. La testimonianza di Alessia

Qualcuno è rimasto a dormire in casa anche dopo la prima scossa del 20 maggio, qualcuno ha pensato che qualche giorno in tenda nel parco di fronte a casa fosse la cosa più sicura, qualcun' altro, troppo spaventato, ha preparato lo zaino e ha chiesto un letto a parenti e amici un po' più lontani dalla zona.
Noi giovani modenesi abbiamo reagito nei modi più diversi al terremoto, spaventati da questo mostro che non avevamo mai sentito: alcuni troppo piccoli per ricordarsi del 1996, altri neppure nati.


Abbiamo sentito, forse per la prima volta, il panico diffondersi dentro di noi di fronte a quella sensazione di assoluta impotenza. Ma passata la prima scossa, la seconda, la terza....più o meno impauriti, siamo tornati alle nostre occupazioni: gli esami all'università, il lavoro, lo sport.
Molto vicino a noi, però, altri ragazzi della nostra stessa età non sono stati altrettanto fortunati e per loro le cose sono cambiate molto...

Mi chiamo Alessia, ho 28 anni e vivo a Renazzo... anzi vivevo a Renazzo, perché dopo il 20 Maggio la mia casa è diventata inagibile e ora faccio parte anche io degli “sfollati”, ma andiamo per ordine...
Il 20 ero uscita con gli amici, una pizza tutti assieme poi un pub poco fuori paese, a San Matteo della Decima. All'una di notte mia mamma mi ha mandato un messaggio chiedendomi se per caso avevo sentito il terremoto, diceva che il letto le si era spostato; noi là non avevamo sentito nulla, così la serata è continuata senza nessun cambiamento. Erano le due di notte quando sono andata a letto: non potevo sapere che poco dopo sarei stata svegliata da un incubo.


Un tuono nella notte, un rombo così assordante da sembrare che la terra si squarciasse a metà, il letto ha cominciato a saltare spostandosi verso il centro della stanza, attorno a me il buio inondava la camera, non potevo vedere nulla, urlavo... urlavo con tutto il fiato che avevo in corpo mentre un solo pensiero mi passava per la testa: “sto morendo”. Sentivo i vetri vibrare come se fossero in procinto di esplodere, i muri tremavano e se ascoltavi attentamente potevi sentire i mattoni stridere l'uno contro l'altro; poi un'esplosione seguita da un tonfo davanti a me: probabilmente il televisore era esploso e la scarpiera era caduta; un'altra esplosione alla mia destra, una alla mia sinistra, una sopra di me... tutte quelle “cose” che un tempo erano stati frammenti della mia vita ora si stavano frantumando. Il cuore batteva forte mentre quei pochi secondi sembravano interminabili.


Quando la scossa è finita, ero ancora stordita ma sentivo i passi veloci di mia mamma che correva nella stanza accanto per accertarsi dell'incolumità di mia nonna, paralizzata a letto, che non smetteva di urlare in preda al panico. Era bloccata a letto e non poteva scappare neanche se avesse voluto. Solo sentendo le loro voci ho capito che non era un sogno, ero seduta sul letto con le mani che stringevano forte le lenzuola e il cuore batteva all'impazzata. Ho cercato nell'oscurità il cellulare per farmi luce e poter arrivare alla porta, ho allungato la mano cercando il comodino ma non lo sentivo, non c'era più. Istintivamente ho appoggiato i piedi a terra sentendo che il pavimento era pieno di frammenti che mi ferivano, ho cercato tremante di raggiungere la mia famiglia anche se le gambe a stento mi reggevano.


Mia mamma correva cercando di caricare in spalla mia nonna. Non riuscivo a raggiungerle, sentivo i cani giù che guaivano cercando di aprire la porta. Ho urlato qualcosa, ancora non ricordo cosa, mia mamma si è girata e con lo sguardo pieno di terrore mi ha detto: “É il terremoto Alessia, stai bene? Dobbiamo correre giù con la nonna!”. Poi un'altra scossa, senza pensarci mi sono nascosta sotto la porta, il cuore continuava a battere forte, sembrava uscirmi dal petto.
Dopo pochi minuti eravamo fuori, attorno a noi il panico, i vicini correvano in strada abbracciando i propri familiari nel vano tentativo di capire cosa fosse accaduto. Era ancora buio e si faticava a vedere. Dovevamo spostarci dalla casa e andare in giardino, tegole e calcinacci ricoprivano il marciapiede e un grosso pezzo di cemento ci bloccava la strada.


Cercavamo di fare più in fretta possibile ma non era facile con la carrozzina. Intanto mia zia di Modena ci ha chiamati, anche loro lo avevano sentito, era stato davvero forte.
Nessuno sapeva cosa fare, dove potevamo andare.


Con l'arrivo del giorno potevamo vedere la nostra casa, piena di grosse crepe. Sicuramente entrare era pericoloso ma continuavamo a fare avanti e indietro da per salvare i beni di prima necessità: era così difficile entrare, sentivi le travi del tetto muoversi, mentre ancora lievi scosse facevano tremare tutto.
La testa girava mentre una continua sensazione di nausea sembrava essere diventata parte di te.


Quando sono entrata nella mia stanza e ho visto tutta la mia vita a terra frantumata un nodo mi ha stretto la gola: ero illesa per miracolo e lì dentro sembrava la guerra, ma ho cercato di non pensare mentre convulsamente riempivo valige, zaini, borse, sacchi del pattume con qualsiasi cosa che riuscissi ad afferrare abbastanza in fretta.


Abbiamo aspettato i soccorsi  mentre continuavamo a salvare i nostri “pezzi di vita”, le macchine erano ricolme di oggetti e vestiti buttati lì, avevamo salvato un po' di tutto sperando che la casa non cedesse e di potervi rientrare al più presto.
Alla fine erano le 14 del pomeriggio quando al centro emergenza terremoto ci hanno detto che non sarebbero riusciti a vedere la casa in giornata, pioveva e dalle 4 di notte eravamo sotto l'acqua e non potevamo entrare.


La nostra casa era pericolosa...  è orribile quando casa tua ti fa paura, quando l'unico posto al mondo dove dovresti sentirti sicura ti fa sentire in pericolo...
Dunque siamo partiti in auto: le strade erano piene di macchine, case crollate e capannoni distrutti, dalla radio ascoltavamo cosa era accaduto. Siamo passati anche vicino alla ceramica di Sant'Agostino, il capannone dove alcuni poveri lavoratori hanno perso la vita. Arrivati ad una rotonda ho intravisto quelli della protezione civile: “Il ponte sta crollando” ci hanno detto. Siamo dovuti andare avanti a 30 km/h mentre dal finestrino potevamo vedere le crepe sull'asfalto. Ricordo che desideravo solamente andarmene.


Ora sono qui al mare, vivo assieme alla mia famiglia nella casa di mio zio. Mamma tutte le mattine si sveglia alle 3 per tornare a Cento a lavorare, io penso a nonna e aiuto in casa, cercando di sistemare tutta la burocrazia post-terremoto. Abbiamo sentito anche qui forte la seconda scossa, mamma molto di più, era a Cento che lavorava.


Ci ha colpiti alla sprovvista: quando tutti pensavamo fosse finita, la natura ci ha ricordato nuovamente quanto siamo piccoli e ora la paura resta un po' dentro.
Continui a fissare gli oggetti che ti circondano cercando di percepire se oscillano, entri nelle stanze e istintivamente cerchi le vie di fuga, i muri portanti e le eventuali cose che potrebbero colpirti. Casa mia è ancora su, il tetto sta implodendo e il primo piano è inagibile, questo ci hanno detto i ragazzi del comune quando è stata dichiarata inagibile. Ora, affissa alla rete, c'è l'ordinanza del sindaco che ci vieta di entrare... non possiamo entrare in casa nostra...


Ti pervade l'angoscia tutte le volte che vedi una tenda o un camper fuori da un palazzo, quando continui a rotolarti nelle coperte la sera.
Ma sono giovane e voglio una vita “normale” senza tutte queste paure. Così ogni mattina mi sveglio orgogliosa di aver superato una nuova notte e continuo a lottare così che ogni giorno porti una nuova vittoria...e una nuova normalità”.

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